Lotta Europea

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mercoledì 7 maggio 2014

Se non ci fosse il calendario a contraddirlo, qualcuno potrebbe credere di vivere nel 2001, all'indomani dell'11 settembre, quando Bush lanciava al mondo la sua dottrina politica basata sui due pilastri della guerra preventiva al terrorismo e dell'azione unilaterale. Anche se Bush non è più al potere, rimpiazzato da un presidente coloured idolatrato (almeno inizialmente) dall'intelligentia e dalla società civile tutte, nulla sembra cambiato, come i recenti fatti nigeriani stanno a dimostrare.
Nel mese scorso, a Chibok, nella regione Nord-Orientale del paese africano, 223 studentesse sono state rapite per essere vendute come schiave dai miliziani islamisti di Boko Haram (letteralmente, "l'istruzione occidentale è peccato"), gli stessi che la settimana scorsa hanno attaccato la città di Gamboru Ngala, distruggendo il mercato locale e uccidendo tra le 200 e le 300 persone. Palla presa al balzo, cinicamente, da Obama che ne ha approfittato per lanciare una nuova crociata contro il terrorismo islamico: "Dobbiamo affrontare il problema di simili organizzazioni che portano il caos nella vita quotidiana della gente". Detto fatto: l'intervento unilaterale, senza alcuna preventiva risoluzione ONU, è pronto ed è già stato avviato. Il portavoce della Casa Bianca Jay Carney ha affermato che è pronta a partire per il continente nero una task force composta da personale dell'esercito e della polizia specializzato in intelligence, investigazioni, negoziazione, condivisione delle informazioni e assistenza alle vittime di rapimento. A metterci i militari, per un'azione boots on the ground, ci penserà il Regno Unito, pronto ad inviare a seguito di una riunione notturna del Cobra (il comitato governativo per le emergenze) uomini delle forze speciali, mentre Hollande ha già promesso che "anche la Francia farà di tutto per aiutare la Nigeria", precisando che "una squadra specializzata con tutti i nostri mezzi nella regione est è a disposizione della Nigeria".
L'ennesima dimostrazione che, repubblicani o democratici, poco cambia nella politica estera statunitense.
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martedì 2 ottobre 2012

Un colpo di Stato giustificato alla bell’e meglio, la separazione del paese, disordini e massacri attribuiti ai jihadisti , ed ora l’epilogo o l’inizio di una storia sentita già troppe volte: l’intervento militare in Mali. La nostra attenzione per la geopolitica africana, dove si combattono, neanche troppo velatamente, gli opposti interessi cinesi e americani, e per la situazione maliana in particolare, non è nuova: ce ne siamo occupati da tempo, per lo meno da quando la situazione è precipitata. E non ci siamo sbagliati, anche se la previsione non era difficile. Per ristabilire “l’ordine” in Mali verranno dispiegate forza africane, il cui operato, senza aiuti, avrà scarsa efficacia: per questo verranno coadiuvate nelle operazioni militari dai francesi, cui spetterà la parte del leone nella ricostruzione e nella gestione del paese, aiutati a loro volta da Gran Bretagna, Polonia e Germania, con l’appoggio politico di Italia e Spagna (che non possono offrire altro). Per il momento, Russia e Cina hanno promesso di non apporre il veto alla prossima risoluzione ONU. Vedremo come andrà: il Sahel è un piatto ricco, e tutti vorranno saziarcisi.
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lunedì 26 marzo 2012

Chi è Joseph Kony? A chi se lo fosse chiesto, dopo aver visto e condiviso il video che in questi giorni circola in rete denunciandone gli efferati crimini, rispondiamo che è il capo di un gruppo di ribelli (Lord Resistance Army) ostile al presidente dell'Uganda Museveni, al potere dal 1986. Sicuramente, neanche lui un devoto dei diritti umani.

Il video che sta spopolando sul web è promosso dall’ONG Invisible Children, un’associazione che, con metodi assolutamente democratici, sta cercando di denunciare le azioni di guerra e i crimini contro l’umanità di Kony, cercando renderlo famoso anche agli occhi degli occidentali, cui viene presentato come l'ennesimo criminale da fermare ed abbattere. Un video che però, confezionato per i media occidentali, non è piaciuto al popolo ugandese e ai familiari delle vittime degli stessi ribelli, convinti, giustamente, che quella dei perfetti democratici di Invisible Children sia solo l'ennesima battaglia a scopo di lucro.

Tanto più che l'LRA non è un reale pericolo in Uganda, operando prevalentemente nella Repubblica Democratica del Congo e nella Repubblica Centroafricana, finanziati dalle potenze occidentali per creare disordini e crisi da governare, controllando, di conseguenza, un'area che, al centro dei guturi scenari energetici, fa gola a tutti. Divide et impera. La prova è fornita dal recente golpe militare del Mali, dove, la situazione, già descritta da Lotta Europea nelle settimane scorse, è evoluta nella presa del potere da parte dei militari governativi filostatunitensi.

Gli esportatori di democrazia hanno iniziato così una nuova campagna di giustificazione della propria crescente pressione militare in Africa, sotto lo sguardo cosciente di tutto il mondo, che invece di denunciare questa invasione, la acclamerà. Come nel 1945.
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martedì 6 marzo 2012

Nel fine settimana, gli Stati Uniti hanno aperto un nuovo fronte di guerra: il Mali. Un areo militare U.S.A., infatti, ha ha lanciati viveri e aiuti per i locali militari governativi, asserragliati nel campo di Tessalit, assediato dai miliziani del Movimento nazionale per la liberazione dell’Azawad (Mnla) in un'area completamente isolata dal resto del Paese. Un impegno al momento tutt'altro che pesante in uno scenario secondario e periferico che, a ben vedere, conferma la strategia di rinnovato interesse per il continente nero che già da tempo abbiamo denunciato.
Gli interessi di Washington nel Sahel non sono cosa nuova: già da tempo, infatti, la Casa Bianca premeva sul governo del Mali perché autorizzasse l'installazione di basi militari nei loro territori, ricevendo, però, sempre risposte negative. Il referente del Paese africano, infatti, era, fino a pochi mesi fa, l'ex-colonia Francia, la quale, però sembra avergli voltato le spalle, avendo apoggiato la ribellione Tuareg nei territori settentrionali. Quale il motivo di tanto interesse? Semplice: il paese è il terzo produttore mondiale di oro, il cui prezzo negli ultimi anni è passato dai 370 ai 1600 dollari. Quanto basta perché l'USAF faccia rotta verso queste terre.

L'operazione militare dei giorni scorsi potrebbe segnare la svolta definitiva nella politica estera maliana e una premessa perché le richieste statunitensi vengano "finalmente" accolte.
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domenica 6 novembre 2011

Abbiamo spesso notato come l’Africa sia diventata negli ultimi tempi uno dei principali obiettivi strategici di Pechino, vediamo, ora, quali sono le ultime contromosse della Casa Bianca che sembra intenta ad aprire un nuovo fronte di guerra per contrastare la supremazia cinese nel continente nero. Naturalmente una guerra-ombra, senza dichiarazioni ufficiali, in pieno Obama style.
La prova più evidente si è avuta circa 15 giorni fa, quando Washington ha annunciato l’invio di un manipolo di cento soldati in Uganda per combattere la Lord’s Resistance Army, gruppo armato guidato dal “portavoce di Dio” Joseph Kony. Due particolari di questa spedizione: l’esercito ribelle non è stato neanche inserito nella “black list” delle organizzazioni terroristiche e, ancora più interessante, il plotone americano ha libertà di sconfinare negli altri stati dell’Africa centrale. Si tratta sostanzialmente di uno scambio di favori tra Uganda e Stati Uniti: in cambio dell’appoggio contro i miliziani di Kony, l’Uganda, insieme al Burundi, costituisce la base da cui partono i droni a stelle e strisce per colpire in Somalia i militanti di al Shabab.
In Somalia opera anche l’esercito kenyota e proprio il Kenya costituisce uno dei principali partner africani di Obama, come dimostrato dall’appoggio di Biden al primo ministro Raila Odinga, autore di una recente riforma costituzionale. Oltretutto è Nairobi la città dove la Clinton ha incontrato Sheikh Sharif Sheikh Ahmed, il presidente somalo sponsorizzato dagli U.S.A.
Nella strategia africana di Obama ci sono anche l’appoggio all'indipendenza del Sudan meridionale, i movimenti nel Congo pre-elettoralle e, naturalmente, la fine del regime di Gheddafi.
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