Lotta Europea

Lotta Europea
Visualizzazione post con etichetta Europa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Europa. Mostra tutti i post

martedì 1 aprile 2014

Tra le 439 centrali nucleari attive nel mondo al luglio del 2008, il 75% dei reattori ha più di 20 anni di vita: considerando che essi sono stati originariamente progettati (ed autorizzati) per un funzionamento fino a 40 anni, e che comunque la loro vita utile non potrebbe essere estesa oltre i 50/60 anni, è evidente che fra un paio di decenni si verificherà un pesante crollo della produzione energetica.
Nel mondo, il Nord-America e l'Europa, essendo le prime regioni ad aver avviato un programma nucleare, saranno anche le regioni maggiormente colpite da un'uscita di servizio a 40 anni delle loro centrali. In particolare, in Europa il 30% dei reattori ha una vita compresa tra 25 e 35 anni, il 60% tra 15 e 25 ed il 10% meno di 15 anni. Questo significa che l'Europa è destinata a perdere nel 2025 i quattro quinti del contributo nucleare, pari a circa il 25% dell'attuale produzione di elettricità. Si preannunciano quindi seri problemi al sistema elettrico europeo, dal punto di vista delle forniture di materia prima, di competitività e di sostenibilità ambientale. Infatti, i passati progetti di estensione delle licenze esistenti e di installazione di nuovi reattori sono stati ridimensionati a seguito dell'incidente di Fukushima, in conseguenza del quale paesi come la Germania e la Svizzera hanno addirittura accelerato i processi di dismissione delle centrali più vecchie e sospeso i programmi nucleari. Anche in Italia, il governo, in data 31 marzo 2011, ha abrogato le disposizioni prese nel biennio 2008-2010 che prevedevano l'edificazione di nuovi impianti nucleari nel nostro territorio dopo lo stop del 1987, ancor prima che un referendum (12-13 giugno 2011) cancellasse le norme che avrebbero consentito la produzione di energia atomica.
Poiché le centrali in via di chiusura sono essenzialmente centrali di base (nucleari e a carbone), è impensabile che esse possano essere sostituite da impianti eolici o solari: ne consegue, evidentemente, una crescente dipendenza dell'Europa dai combustibili fossili, il che equivale a dire una crescente necessità di una partnership privilegiata con Mosca e con i paesi dell'area caucasica.
Read More

martedì 23 luglio 2013


Il progetto per la realizzazione del gasdotto Nabucco è ad un punto morto e sembra stia conoscendo il suo definitivo tramonto. Il colpo fatale, forse decisivo, arriva dalla decisione del consorzio internazionale Shaha Deniz di preferirgli, per l'esportazione del gas azero, le condutture della Trans Adriatic Pipeline. La decisione del consorzio internazionale Shah Deniz di promuovere il progetto di gasdotto Trans Adriatic Pipeline (TAP) come principale corridoio d'esportazione del gas azero verso l'Unione Europea sembra sancire irrevocabilmente il tramonto del gasdotto Nabucco, enfaticamente definito nel corso degli anni come il flag project della strategia energetica europea: ciò significa, in altre parole, che il gas estratto a Shah Deniz, in Azerbaijan, transiterà per la Turchia, la Grecia e l'Albania per poi arrivare in Italia e, attraverso il collegamento all'Adriatico-Ionico (altro gasdotto in fase di progettazione), nei Balcani tra la Grecia e la Bulgaria.
Una sconfitta per la UE (che del Nabucco aveva fatto il suo flag project) e una vittoria per la Russia che continuerà ad essere il principale partner energetico dell'Europa (nonostante la tentata strategia di diversificazione delle fonti di approviggionamento). Mosca infatti potrà ora consolidare i propri legami con i paesi dell'Europa sudorientale esclusi dalla nuova rete di distribuzione (che sarebbero stati al contrario i primi destinatari del gas di Nabucco), mentre la portata del gasdotto TAP non scalfirà la sua posizione sul mercato europeo (messa in crisi invece dal Nabucco).
L'Unione Europea comprenderà mai che è proprio Mosca il nostro partner naturale?
Read More

martedì 19 marzo 2013


A Gaza la rete elettrica riceve la metà dei megawatt necessari (167 a fronte di un fabbisogno di 300/350) e la luce manca in media per 8 ore al giorno. I più fortunati hanno generatori a benzina, ma anche la benzina finisce e allora ci si adatta con un adattatore attaccato alla batteria della macchina; i meno fortunati si accontentano di una candela, attenti a non dimenticarla accesa perché la casa non bruci come già successo un paio di volte negli ultimi mesi. A Gaza il maggior fornitore di energia elettrica è l'israeliana Israeli Electric Company (120 megawatt, il 71,9%) perché la Gaza Power Plant (GPP), l'unica centrale elettrica dei Territori Occupati, produce solo 30 megawatt (18%). Questa è figlia degli accordi di Oslo e dell'investimento di un gruppo di privati arabi ed americani, prima su tutti la multinazionale libanese Consolidated Contractors Company (CCC), leader nel settore edilizio, che, dopo aver speculato sulla ricostruzione del Kuwait dopo la prima guerra del Golfo e dopo aver costruito oleodotti nello Yemen, fonda la Palestinian Electric Company (PEC), compagnia che possiede al 99% la Gaza Power Generating Company (CPGC), società di gestione della centrale di Gaza. Sia detto per inciso, al momento della sua fondazione le azioni della PEC erano per il 33% di proprietà della CCC, per il 33% della Enron, sostituita, dopo il noto fallimento del 2002, dalla Morganti. L'interessamento per l'elettricità di Gaza nasce da un contratto capestro ventennale stipulato nel 2004 con l'Autorità palestinese che, indipendentemente da quanto realmente prodotto dalla centrale, si è impegnata a pagare ogni mese 2,5 milioni di dollari per l'acquisto del carburante necessario. D'altronde la Gaza Power Plant non è mai riuscita a produrre quanto pattuito, vuoi perché nel 2006 l'aviazione israeliana ha distrutto tre trasformatori su sei, vuoi perché Israele dal 2007 ha dimezzato le importazioni di petrolio: ciò nonostante ogni mese l'Autorità Nazionale Palestinese ha rispettato il suo impegno e pagato quanto dovuto. Considerato l'investimento iniziale di 150 milioni di dollari per la costruzione della centrale, considerati i 240 milioni ricevuti dall'ANP dal 2004 ad oggi e considerato il prezzo dell'elettricità prodotta (tra le 4 e le 7 volte più cara di quella importata da Israele o dall'Egitto), un vero affare per gli investitori privati, a tutto scapito delle casse statali e della qualità di vita del popolo palestinese. Vista la chiusura dei rubinetti israeliani, sono l’Unione Europea e, unilateralmente, alcuni paesi membri e la Svizzera che dal 2006 hanno preso in carico la totale fornitura del gasolio per la centrale con una spesa calcolata fino ad oggi di oltre 300 milioni di euro, versati nelle casse della Dor Alon 1988 ltd, compagnia petrolifera israeliana che agisce nei Territori Occupati da monopolista, e con la quale l’Anp era già sotto contratto. Un contratto strano, che nessuno ha mai letto e che permette allo stato Israele di incassare l'1% della spesa per i "costi di struttura": l'1% di 300 milioni sono 3 milioni di euro transitati da Bruxelles a Tel Aviv. Una situazione paradossale perché a meno di 20 miglia dalla costa, dunque nello spazio di competenza economica dell'ANP sulla base degli accordi di Oslo, vi sono giacimenti di gas naturale con riserve per 15 anni (le licenze di sfruttamento sono al 60% della British Gas, al 30% della CCC e al 10% del fondo sovrano palestinese Palestinian Investiment Fund), ma Israele non ha ancora dato la sua autorizzazione alle operazioni di estrazione e distribuzione del gas, che, tra l'altro, comporterebbe l'afflusso nelle casse dell'ANP del 22% dei profitti dalla vendita. Nel frattempo, per il profitto di pochi, le case e gli ospedali di Gaza restano al buio.
Read More

domenica 3 febbraio 2013

La guerra mai dichiarata dagli Stati Uniti in Pakistan sta dimostrando, caso mai ce ne fosse ancora bisogno, il ruolo centrale dei droni, gli aerei senza pilota governati da terra a distanza con un joystick e lo schermo di un pc, nelle guerre attuali e future: secondo uno studio del Dipartimento diritti umani dell'Università di Stanford, i droni in un decennio hanno ucciso in Pakistan circa tremila persone, di cui un numero imprecisato di civili, tra i 474 e gli 881 (176 minorenni), smentendo, nei fatti, il mito degli attacchi mirati.
Intanto l'ONU ha avviato un'inchiesta sulle vittime civile di 25 attacchi portati dai droni oltre che in Pakistan, anche in Afghanistan, nello Yemen, in Somalia e nei Territori Palestinesi: quale sarà il risultato dell'inchiesta, l'ennesima farsa delle Nazioni Unite, lo si evince dalle parole di Ben Emmerson, l'avvocato a guida dell'indagine, che, nonostante l'evidenza delle aree coinvolte, che chiamano in causa unicamente gli Stati Uniti ed Israele, ha negato che l'inchiesta sia rivolta contro i due paesi, in quanto "la tecnologia dei droni è in dotazione a 51 Paesi".
La novità è che la base aerea siciliana di Sigonella, al centro del Mediterraneo, sarà "la prossima capitale mondiale dei droni", come svelato dalla rivista The Avionist (ripresa in Italia dal Corriere della Sera). Non è un caso che proprio da Saigonella (come la chiama l'aeronautica yankee per assonanza con il nome della città vietnamita), siano partiti i caccia ed il drone che hanno colpito l'auto di Gheddafi in fuga verso il Mali.
Di fronte all'ennesimo schiaffo all'indipendenza e alla sovranità dell'Europa, dell'Italia e della Sicilia, che fa seguito alla stazione MUOS di Niscemi in via di realizzazione, non possiamo che gridare ancora una volta: fuori l'Europa dalla NATO, fuori la NATO dall'Europa!
Read More

giovedì 29 novembre 2012

Domenica, oltre al ballottaggio delle primarie del PD, si terranno le ben più interessanti ed importanti elezioni catalane, che hanno catalizzato la paura del governo di Madrid per quello che si preannuncia un vero e proprio referendum per l’autonomia della regione.
Artur Mas, leader catalano, nonostante non abbia la maggioranza assoluta dei voti, fa infatti tremare le vene e i polsi al governo, annunciando la volontà di riconquistare “il suo posto tra le nazioni europee”. Una dichiarazione che, dopo l’accordo del premier indipendentista scozzese Alex Salmond con il governo britannico sul referendum per l’autonomia scozzese da tenersi nel 2014, che porterà con tutta probabilità allo strappo definitivo con l’Inghilterra, fa accrescere il timore non solo dei governi “legittimi”, ma di tutta l’Unione Europea, che vede crescere all’interno degli Stati, l’autodeterminazione di “piccole Patrie”, che si convertirà inesorabilmente in una spinta centrifuga dal punto di vista dell’amministrazione UE.
Quale che sia il finale, una sola cosa è certa: il gigante mondialista non è più inattaccabile, ma anzi, sta iniziando ad oscillare pericolosamente.
Read More

venerdì 6 luglio 2012

Ebbene sì, proprio dopo l’avvenuta elezione del nazionalista Nikolic, dopo il suo fermo “No pasarán” all’indipendenza kosovara, dopo le splendide dichiarazioni sulla necessità di un alleanza euro-russa, in autunno il Kosovo avrà la tanto agognata sovranità e diventerà uno stato indipendente. Questa è la condizione dettata per aprire i negoziati sull’ingresso della Serbia nell’Unione Europea.

Il Kosovo, da quando nel 2008 ha dichiarato la propria indipendenza da Belgrado è de facto amministrato dalle Nazioni Unite, intervenute a difesa dei diritti della comunità albanese presente in loco. Ma perché tutto questo interesse per un lembo di terra? Dopo essere passato nelle mani dell'Occidente, il Kosovo è diventato il centro del traffico di esseri umani e di droga, del riciclaggio di denaro e dell'addestramento dei terroristi: grazie alla prossima ufficializzazione dell’indipendenza questa situazione si stabilizzerà.

Ma se gli “indipendentisti” sono mossi da questi sporchi interessi, mascherati dalla lotta per l’autodeterminazione del popolo albanese, di più alto tenore è l'opposizione serba: la terra rivendicata dagli albanesi è la stessa dove nel 1389 si combatteva la battaglia della Piana dei merli, simbolo della resistenza serba contro l’avanzata ottomana nei balcani, dove pochi cristiani hanno lottato per la civiltà europea.

Un paese che è il cuore d’Europa e che ha lottato per la sua difesa dovrebbe tollerare e ufficializzare la presenza dell’islam sunnita, nel luogo dove è stato sparso il sangue dei suoi padri, per l’ingresso nell’Unione Europea, cui già appartiene per geografia, storia e civiltà? Un paradosso maggiore non si sarebbe potuto immaginare.
Read More

martedì 14 febbraio 2012

Atene brucia, come nel 480 a.C., quando i Persiani di Serse devastarono l'Attica nonostante l'estremo sacrificio dei trecento di Leonida.
Atene brucia, ma nessun esercito l'ha occupata. Il nuovo nemico non ha elmi né spade, non ha un corpo né un anima. Non ha un nome, non ha una bandiera, non ha una terra. Non scende in campo aperto, ma opera nell'ombra. Eppure colpisce ed uccide.
Sono i nuovi barbari. Sono gli uomini della finanza internazionale e dell'usurocrazia mondialista. Sono i tecnocrati del nuovo ordine mondiale. Sono i politici, traditori del proprio popolo, novelli Efialte.Vinceranno una battaglia, supereranno altre Termopili, abbatteranno altre mura, devasteranno altre Acropoli e altri santuari, bruceranno altri campi.
Oggi come allora ad Atene si combatte per la civiltà d'Europa. Oggi come allora, gli uomini liberi vinceranno.
Read More

venerdì 20 gennaio 2012

L'agenzia Standard & Poor's, negli ultimi giorni, ha bocciato le economie di nove paesi dell'eurozona: tra questi, la Francia e l'Austria hanno perso la tripla A, Italia, Spagna e Portogallo sono scesi di due gradini, ottenendo una tripla B+ (Roma e Madrid) e una doppia B (Lisbona). Junk rating: livello spazzatura.
Come se ciò non bastasse, la scure della S&P si è abbattuta anche sull'EFSF, il fondo salva stati dell'UE, dimostrando ancora una volta come l'attuale crisi del mercato non sia assolutamente "spontanea", ma il risultato di un'attenta strategia messa in atto dai principali soggetti finanziari internazionali per muove guerra all'euro e all'Europa politica.
In questo disegno, le agenzie di rating ricoprono un ruolo essenziale, riuscendo ad orientare, con i propri rapporti sulla solidità dei conti privati e pubblici, le mosse degli operatori sul mercato. Tutt'altro che organismi terzi, autonomi, trasparenti, indipendenti o imparziali, esse sono finanziate e possedute dagli stessi soggetti sottoposti ai loro controlli e alle loro analisi. S&P, ad esempio, risulta controllata dal gruppo editoriale McGraw Hill, di cui è azionista di maggioranza Warren Buffet, società leader nel settore dei fondi di investimento: in questo modo, lo stesso personaggio opera un controllo totale, non ufficiale ma reale, sul mercato azionario, orientando gli investimenti ed investendo anche egli di conseguenza. Non è un caso, allora, che le stesse agenzie tacevano quando le banche si riempivano di titoli spazzatura, oltretutto non messi a bilancio, assegnando una tripla A alla Lehman Brothers, di cui tutti conosciamo la fine, o al Credit Suisse nonostate i suoi 125 milioni di dollari di perdite dovute ad investimenti su titoli derivati. Non è neppure un caso che, mentre vengono declassati i titoli di debito pubblico dei paesi europei, i buoni del Tesoro U.S.A. siano anncora giudicati AAA, nonostante Washington vanti un debito pubblico vicino al 100% del PIL (che arriva al 130% se si considera, nel conteggio, anche quello degli enti locali) e un debito commerciale di ben 600 miliardi di dollari: se fosse un'azienda privata sarebbe fallita già da tempo e il suo cda sarebbe dietro le sbarre. Ciò nonostante, forte del giudizio delle agenzie di rating, tutte made in U.S.A., Geithner, segretario del Tesoro statunitense, può permettersi di bacchettare i colleghi europei sulla necessità di tagliare il debito pubblico.
Alla luce di tutto ciò, è sempre più impellente la necessità dell'istituzione di un'agenzia di rating europea, indipendente ed oggettiva, il cui operato non sia influenzato dal mercato e dai grandi gruppi finanziari, ristabilendo il primato della politica sull'economia e sulla finanza. Un'agenzia che tuteli, anche sui mercati finanziari, l'indipendenza dell'Europa dalle interferenze di qualsiasi soggetto proveniente da oltreoceano.
Read More

mercoledì 4 gennaio 2012

Il nuovo anno è stato inaugurato in Ungheria con l’entrata in vigore della nuova Carta Costituzionale, redatta dall'ampia maggioranza parlamentare del partito Fidesz. Forti critiche sono state sollevate, oltre che dalla popolazione, anche dai partner, europei e non: la Commissione UE, il FMI, e la paladina della democrazia Hillary Clinton, che si sono detti molto preoccupati della svolta ungherese, definita autarchica ed illiberale.
Come sempre accade, dietro questi aggettivi si nasconde la paura dell'Occidente per qualsiasi voce si levi contro il sistema liberalcapitalista imposto al mondo. Vediamo perché il caso ungherese costituisce un'eccezione a questa regola e quali sono le cause di tanto allarme.
La nuova Costituzione, la prima promulgata dopo la caduta del muro di Berlino, ha inserito tra i principi fondamentali alcuni concetti che suonano inaccettabili alle orecchie dei padroni del mondo: si parla espressamente di Dio, di tutela dell’embrione e di riconoscimento della sola unione in matrimonio fra uomo e donna.
A preoccupare però l'Occidente sono le politiche finanziare ed economiche messe in campo dal governo di Budapest: il premier Orban, infatti, ha deciso di non rinnovare il prestito concesso nel 2008 dal FMI, per non costringere il suo paese a sottostare ai pesanti compromessi stabiliti dall'organismo internazionale. Al contrario il primo ministro ha emanato una serie di provvedimenti rivoluzionari: ristatalizzazione dei fondi pensione, imposizione di una tassazione onerosa per i grandi gruppi stranieri operanti nel paese magiaro e limitazione dei poteri della Banca Centrale Europea. La risposta dell’Europa non è tardata ad arrivare con la sospensione dei negoziati per il prestito di 15 miliardi richiesto per risanare il bilancio statale. A questa decisione si sono aggiunte le minacce di sospensione dall' Unione Europea.
Per farla breve, l'Ungheria ha deciso di alzare la voce e di non cedere alle richieste internazionali, non curandosi delle pressioni internazionali ma, al contrario, seguendo quella che è stata definita la via islandese: impugnare il proprio debito come arma di ricatto.
Ad Est si è alzato un vento nuovo, a noi il compito di soffiare perché diventi tempesta e coinvolga tutta l'Europa.
Read More

martedì 16 agosto 2011

Durante l'occupazione tedesca, la popolazione francese si trovò divisa in due: collaborazionisti (inizialmente numerosissimi) e uomini della resistenza (tanto numerosi alla fine del conflitto).
Il fenomeno della collaborazione fu animato sopratutto dagli intelletuali che vedevano nelle gesta dei tedeschi l'unica salvezza dall'annichilamento dell'uomo e dall'imane decadenza che avanzava.
Così fra le fila dei collaborazionisti troviamo accademici, giovani di belle speranze, autori di successo ed ingenui sognatori: alcuni furono subito dimenticati, di altri è rimasto solo il ricordo della loro produzione prebellica, mentre le indubbie capacità letterarie di altri sono state offuscate dal marchio del tremendo peccato di tradimento.
I protagonisti di questo fenomeno, che non fu affatto omogeneo, si differenziarono per le disparità di visionei, per le differenze di età, caratteri e temperamento.
Una volta che la Francia fu liberata, il destino fu per loro crudele: infatti furono boicottati dagli stessi intellettuali di sinistra, riuniti nel Comitato Nazionale degli Scrittori (di cui facevano parte, fra gli altri, Aragon, Sartre, Malraux e Camus) , a cui non era stato vietato di produrre e di pubblicare le loro opere durante l'occupazione.
Chi furono gli intelletuali collabos?
Louis-Ferdinand Celine, l'autore di Viaggio al termine della notte, di Morte a credito e di 3 pamphlets "maledetti". Fra questi ultimi spicca L'Ecole des cadavres, scritto prima che scoppiasse il conflitto mondiale, in cui la Germania è vista come l'unica nazione in grado di riequilibrare un' Europa ormai condannata alla rovina.
Anche Pierre Drieu La Rochelle, già in alcune poesie scritte durante la Grande Guerra, e poi ancora durante l'occupazione del suolo francese, delineava la Germania come unificatrice di una nuova, autonoma Europa, in grado di riassumere il suo legittimo posto di Occidente del mondo, abbandonando il ruolo di povero continente smarrito ai quattro venti: "vent asiatique, vent slave, vent juif, vent américan".
E ancora Jean Luchaire, Alphonse De Chàteaubriant, Maurice Sachs, Robert Brasillach,e tanti altri scrittori e gionalisti di riviste come "Je suis partout" e "Nouvelle Revue Français". Uomini che, al di là degli avvenimenti politici e militari, delle convenienze civili ed economiche, contribuirono alla formulazione di quella concezione che vedeva nella collaborazione con la Germania la sola concreta possibilità di coronora finalmente il grande sogno di un'Europa veramente unita e sottratta al nichilismo e alla decadenza contemporanea.
Un continente liberato dai confini interni, un "Europe contre les patries".
Un'Europa salda, possente, in grado di opporsi alle due superpotenze che la stringevano nelle loro morse.
Read More

domenica 19 giugno 2011

Esattamente 1560 anni fa, il 20 giugno del 451, il magister militum Ezio, alla testa di truppe composte prevalentemente da Alani, Franchi, Sassoni, Burgundi e Bagaudi, e affiancato dai Visigoti di re Teodorico, fermava l'avanzata di Attila e dei suoi Unni ai Campi Catalaunici, in Gallia.
In questo scontro, per la prima volta, le popolazioni e le culture che forgeranno l'Europa alto-medievale combatterono insieme per difendere l'Impero dall'invasione di una gente totalmente estranea. E non è un caso che la battaglia decisiva si svolse in Gallia, destinata, nel giro di pochi secoli a diventare il centro del regno franco e del Sacro Romano Impero di Carlo Magno.
Come mille anni anni prima le poleis greche avevano superato le proprie differenze politiche per far fronte alla spinta dell'impero persiano, prendendo coscienza, in questa lotta, della propria unità ed identità culturale, così ora genti latine e genti germaniche univano i propri sforzi a salvaguardia della pax romana che le varie tribù barbare avevano potuto conoscere foederandosi con Roma.
Così sarà a Poitiers nel 732, quando l'Occidente cristiano (Franchi, Borgognoni, Alemanni, Bavari, cavalieri Visigooti e volontari Sassoni) fermò l'avanzata islamica dall'Andalusia verso Tours e la sua venerata chiesa di San Martino: è proprio in occasione di questa battaglia che per la prima volta fu usato l'aggettivo Europei per definire collettivamente l'esercito che fermò gli arabi.
Così sarà ancora al tempo delle crociate quando la più alta aristocrazia europea rispose coralmente agli appelli del Papa e alle richieste di soccorso dell'imperatore di Bisanzio, la seconda Roma, per liberare la Terra santa e l'Asia Minore dai Turchi Selgiuchidi. Ancora contro i Turchi il miglior sangue d'Europa sarà versato a Lepanto e a Vienna.
E nel 1945, volontari di tutta Europa, inquadrati secondo la loro origine, difenderanno Berlino e l'Europa dall'occupazione americana e da quella sovietica nell'ultimo capitolo di quella guerra civile europea cominciata nelle trincee della Prima Guerra Mondiale.
Oggi come ieri è tempo che dappertutto in Europa nascano e crescano combattenti politici che, a fianco dei propri fratelli di lotta, "al giorno del conto finale salveranno quel che rimane. Essi sono quelli che un giorno, quando Dio ci aiuta e ci ispira, ci potranno portare alla salvezza!"
Read More

lunedì 6 giugno 2011

Quando è nata l'Europa? Quando ha assunto caratteristiche culturali, morali, filosofiche e politiche sue proprie, distinte dalle altre parti del mondo?

E' in Grecia, tra V e IV sec. a.C., che, nello scontro con la potenza Persiana, si forma per la prima volta il senso e la coscienza dell'Europa, identificata con la libertà delle poleis elleniche opposta al dispotismo asiatico, con la libertà del cittadino opposta all'assoggettamento del suddito.

Secondo Eschilo, Atene è difesa da un "vallo di cittadini" che combattono per la propria patria, mentre i Persiani combattono per "assoluti signori": e la forza straripatente degli eserciti di Serse si frantumerà contro il muro dei cittadini greci.

Ancora più chiara la concezione di Erodoto: gli Spartani sono gli uomini più valorosi, "perché sono liberi, ma non del tutto. C'è un padrone su di loro: la Legge, che essi temono molto più ancora che i tuoi non temano te. Ed è certo che eseguono il comando, il quale è sempre lo stesso: divieto di sfuggire a qualsiasi numero di uomini in battaglia, e ordine di rimanere al proprio posto per vincere o morire".

Gli Europei sono, secondo la definizione di Ippocrate, "autonomi": essi, cioè, si reggono secondo le leggi (nomoi) e sono padroni di sé, ragion per cui, militarmente, sono migliori combattenti perché non combattono per un padrone ma per sé, la propria famiglia e la propria città.

Ancora, la stessa idea compare in Aristotele, secondo il quale, i Greci vivono continuamente in libertà, a differenza degli Asiatici che vivono "in sudditanza e in servitù".

Altro popolo estraneo culturalmente all'Ellade è quello scitico: "non ha costruito né mura né città, trasporta con sé la propria casa ed è tutta costituita di arcieri a cavallo. Vive non dell'aratura ma del bestiame, ed ha le sue case su carri". Una popolazione nomade, che non conosce la città, vale a dire l'elemento che caratterizza propriamente i Greci.

Riprendendo le parole di Aristotele, la stirpe europea "essendo coraggiosa e intelligente, vive continuamente in libertà, con governi possibilmente perfetti, con la capacità di dominare su tutti, qualora fosse riunita in un solo stato".
Read More

venerdì 27 maggio 2011

Il mito greco racconta che gli uomini di Mecone, durante un sacrificio agli dei, sotto consiglio del titano Prometeo, si spartirono le carni degli animali immolato, riservando alla divinità solamente le ossa: Zeus punì la sfrontatezza degli umani togliendo loro il fuoco e nascondendolo nella fucina di Efesto. Prometeo, introdottosi di nascosto nell'officina del dio-fabbro ne rubò alcune faville, riportandole sulla terra: questa volta Zeus infierì direttamente sul titano, incatenandolo nudo alla roccia del monte Caucaso (quindi, esiliandolo dall'Europa) e inviando ogni giorno un'aquila a divorarne il fegato (che ogni notte ricresceva).

Dal racconto mitico emerge la concezione tradizionale dell'uomo e del suo ruolo nell'universo. Cerchiamo di spiegare meglio questo concetto.

L'uomo tradizionale, sia che abitasse nella polis greca, che nella Roma imperiale o, ancora più tardi, in un castello medievale, era (e sapeva di essere) inserito, sin dalla nascita, in un ordine fisico e metafisico, che non aveva creato lui e che, pertanto, non era alla sua mercé. La sua intelligenza e la sua razionalità, che lo innalzavano ad un livello superiore rispetto alla natura circostante, erano considerate doni di un dio o doni di Dio perché potesse seguire la sua natura umana, obbedire alla natura delle cose (la legge naturale), entrare in rapporto armonico con l'essere universale, aderire umilmente ad una Verità e ad una Legge a lui superiori, il cui padrone non è l'uomo ma Dio (o gli dei).

Prometeo, però, non rimase incatenato in eterno, com'era nei piani di Zeus perché, dopo tremila anni, Eracle trafisse con una freccia l'aquila e liberò il titano, spezzandone le catene.

E' quanto successo in Europa con la rivoluzione luterana e protestante, con quella illuminista e con quella marxista che hanno rovesciato la visione del mondo, abolendo ogni autorità superiore all'individuo e divinizzando l'essere umano, chiamato a salvarsi da solo, senza intermediazione alcuna. E' la nascita dell'uomo moderno, che rifiuta di misurarsi sulle cose per farsi invece loro misura. L'intelligenza non è più lo strumento per indagare la realtà e il creato, ma per dominarla e ri-crearla. Nessuna legge superiore imbriglia più la volontà ("volere è potere") e tutto diventa lecito in quanto frutto di libertà.
Read More

martedì 5 aprile 2011


Read More

lunedì 28 marzo 2011



Read More

mercoledì 23 marzo 2011



Read More

martedì 22 marzo 2011

Si è da poco festeggiato il 150° anniversario dell’unità d’Italia, evento che, dato in pasto al popolino, si è portato dietro con sé il solito strascico di retorica martellante, di sentimentalismi e di pomposo patriottismo, degno di ogni festa nazionale nostrana che si rispetti.
Ma non solo.
L’occasione ha reso possibile portare in risalto un problema ancora senza soluzione, congenito alla nascita dello stato italiano ma comune a molte nazioni europee. Quello delle identità.
Abitualmente si tende a non mettere in discussione l’effettiva coerenza tra l'identità nazionale e l’identità del popolo stesso che risiede in una determinata nazione, come se fosse scontato che l’una sia diretta conseguenza dell’altra.
Proviamo, invece, a farlo.
Pensiamo, per un attimo, che nel processo di individualismo collettivo e di razionalizzazione delle identità, che ha portato alla creazione delle nazioni in senso moderno, qualcosa non è andato secondo logica. Proviamo, per un attimo, a pensare che nella logica del pesce-grande-mangia-pesce-piccolo, il “mangiare” significò imporre oltre che un dominio politico, di potere, anche uno di identità, culturale.
Pesci piccoli che ora, quasi miracolosamente, continuano a sopravvivere raschiando il fondo dello stagno dove sono stati confinati e non smettono di chiedere di essere riconosciuti per quello che sono. Rispondono ad una semplice logica, naturale: radici profonde non gelano. E le loro radici, spesso più antiche delle nazioni a cui questi popoli appartengono, sono i loro costumi, la loro lingua, i loro usi, la loro cucina: la loro identità.
Queste radici non gelano neanche di fronte alla società dei consumi, alla globalizzazione e all’appiattimento culturale imposti da nazioni all'apice della decadenza, animate da identità fittizie, create ad arte. Queste radici non gelano perché, mentre le nazioni europee cercano febbrilmente il modo migliore per servire il nuovo ordine mondiale, Irlandesi, Baschi, Fiamminghi, Corsi, Tirolesi e decine di altri popoli, si battono per essere liberi di essere ciò che sono: popoli d’Europa.
La tutela delle identità e delle autonomie e il riconoscimento di ciò che esiste: sarà questa la battaglia del futuro per una grande nazione europea che faccia da madre a centinaia di popoli liberi, riuniti in lei dallo stesso ordine politico che colora la sua bandiera (nero-bianco-rosso), sul piano identitario universale, ma allo stesso tempo tutelati nelle loro differenze, sul piano delle identità particolari. Non quindi un “etnonazionalismo utile”, di retaggio wilsoniano, diretto a mantenere il divide et impera dell’occupante e a riproporre in piccola scala il nazionalismo, utile appunto a frantumare dall’interno gli stati pericolosi per l’ordine americano. Ma una Europa, compatta e indipendente, che abbia il coraggio di affrancarsi dalle logiche dell’invasore e recuperi quel grande insegnamento di armonia politica che la storia gli ha consegnato: il particolare nell’universale.
Fu la grandezza di Roma, sarà la forza della nuova Europa!
Read More

mercoledì 2 febbraio 2011

3 febbraio 1998: un aereo militare U.S.A. in esercitazione, decollato dalla base N.A.T.O. di Aviano, prova, per sfida, a passare sotto i cavi della funivia, tranciandola.
Venti europei morti dopo una caduta di 80 metri.

Il processo farsa, trasferito dal tribunale italiano alla corte marziale americana, assolse i due militari dall'accusa di omicidio colposo, rimuovendoli dal servizio, colpevoli di aver distrutto il video del volo e per "soddisfare le pressioni che venivano dall'Italia".

Tredici anni dopo noi non dimentichiamo i nostri morti.

Più di 177 tra basi e installazioni militari US Navy, Air Force, Army e N.A.T.O. delle quali 107 solo in Italia, 71 basi NSA (servizi segreti e intelligence), 116000 soldati U.S.A.: i numeri di più di sessant'anni di occupazione dell'Europa.

FUORI GLI AMERICANI DALL'EUROPA, FUORI L'EUROPA DALLA N.A.T.O.!
Read More

sabato 11 dicembre 2010

Nel 1989 cadeva il muro di Berlino, nel 1990 si riunificavano le due Germanie, nel 1991 si smembrava l'Impero sovietico, si scioglieva il Patto di Varsavia e prendeva avvio la Guerra dei Balcani, causa prima della sparizione della Jugoslavia dagli atlanti. Da allora l'Europa si è ritrovata, ma non si è unita.
La plutocrazia mondiale ha tracciato un solco incolmabile tra Occidente e Oriente, tra Noi e Loro. Ma è un imbroglio.
L'Europa non è un semplice continente, come l'Africa o l'Oceania. L'Europa non è né al di qua, né al di là degli Urali. Geograficamente l'Europa non esiste. E' indistinguibile dall'Asia, di cui altro non è che un subcontinente, meno evidente di quanto sia, nella sua specificità, quello indiano. Essa è solo un promontorio di un'immensa massa geografica.
Eppure l'Europa esiste. Da sempre. O almeno da quando Zeus, sulle spiagge della Fenicia, si trasformò in toro per rapire la figlia del re locale, Europa appunto. Esiste perché ha dei caratteri originari, una sua identità. E' opera degli uomini, non un dono di natura.
Priva di un reale territorio, marcato geograficamente, almeno ad Oriente, essa deve arrivare là dove riesce a difendersi, dove la sua sicurezza e la sua autosufficienza siano assicurate. Deve superare e cancellare i confini imposti Oltreoceano. Superare divisioni e diffidenze che ancora persistono. Da Roma a Bisanzio a Mosca.
Deve farlo se vuole essere, dall'Atlantico al Pacifico, altro che non il "capo d'Asia".
Read More

giovedì 14 ottobre 2010

78 giorni di bombardamenti NATO effettuati da 15000 piedi d'altezza sulla Serbia hanno significato colpire:

appartamenti (5 aprile 1999, per esempio, 17 morti),

treni civili (12 aprile 1999, per esempio, 55 morti),

contadini kosovari (14 aprile 1999, per esempio, 75 morti),

televisioni pubbliche (23 aprile 1999, per esempio, 16 morti),

autobus (1 maggio 1999, per esempio, 47 morti),

ambasciate (cinese, per esempio, 3 morti),

carceri (21 maggio 1999, carcere di Pristina, per esempio, 100 morti),

ospedali (31 maggio, ospedale di Surdulica, per esempio, 20 morti),

scudi umani (60 civili kosovari, per esempio, usati come tali dai serbi, si disse, e
nessuno contestò),

scuole (31 maggio 1999 a Novi Pazar, per esempio, 23 bambini),

oltre cinquecento civili, si disse,

indefinite migliaia di militari serbi.

A zero.
Dicasi: a zero.
Un supercappotto.
Altro che un 3-0 a tavolino.

KOSOVO JE SRBIJA
Read More
© 2014 Lotta Europea | Distributed By My Blogger Themes | Designed By Bloggertheme9