Lotta Europea

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martedì 22 ottobre 2013

La Cassazione, accogliendo il ricorso di Luisa Davanzali, erede di quell'Aldo Davanzali già proprietario dell'Itavia ha "definitivamente accertato" il depistaggio sulla tragedia di Ustica del 27 gugno 1980: ribaltato quindi il verdetto della corte d'appello che aveva escluso "l'eventuale efficacia di quella attività di depistaggio".
E' così crollato definitivamente il teorema giudiziario che voleva il DC-9 caduto a largo di Ustica per il cedimento strutturale di una di quelle "bare volanti" che proprio Aldo Davanzali avrebbe lasciato volare stante la crisi commerciale della sua compagnia aerea. Ora un nuovo processo civile dovrà, al contrario, valutare e giudicare le responsabilità del governo, e dei ministeri della Difesa e dei Trasporti, nel fallimento dell'Itavia, causato (o comunque accelerato) dall'attività di depistaggio che, nascondendo le reali cause del'esplosione, avrebbe determinato il discredito dell'impresa.
Ma quali sono queste reali cause dell'esplosione? Ora lo dice anche la Cassazione: "un missile sparato da aereo ignoto, la cui presenza sulla rotta del velivolo Itavia non era stata impedita dai ministeri della Difesa e dei Trasporti".
Insomma, quel giorno del 1980 sui cieli italiani si combatteva una guerra tra aerei di nazionalità diverse, libici e americane: una guerra che ha lasciato sul campo i corpi di 81 vittime innocenti. Vittime dell'imperialismo yankee e della subordinazione del governo italiano. Vittime del silenzio e delle menzogne di un'intera classe politica.
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lunedì 25 marzo 2013


20 (venti) euro: tanti sono quelli che risparmierà la Candy per ogni lavatrice prodotta a Jiangmen, in Cina, anziché a Brugherio, in Brianza. 140 € anziché 160, costi industriali e spese di trasporto verso i grandi scali del Nord Europa compresi. Tanto basta perché perdano il lavoro 150 persone (un terzo degli addetti al montaggio), nonostante abbiano proposto di intensificare la produzione, arrivando a produrre 46 macchine l'ora contro le attuali 35. Niente da fare: a Brugherio si produrranno solo 450mila lavatrici (oggi se ne lavorano 700mila), a Jiangmen 3 milioni, in gran parte destinate al mercato europeo. Paradossi del libero mercato e del villaggio globale, che ha già portato alla chiusura di altri quattro impianti della stessa azienda in Italia, a Milano, Erba, Bergamo e Lecco.
Ed è solo l'ultima di una infinita lista di imprese, FIAT in testa, che hanno delocalizzato e stanno delocalizzando la propria attività, spostando la produzione nei paesi in via di sviluppo e nelle economie emergenti, dove il lavoro costa meno, la dignità dei lavoratori è calpestata e lo stato è assente (o finge di non vedere).
C'è ancora un futuro per l'industria italiana o il destino segnato è quello di diventare esclusivamente una meta turistica? C'è ancora spazio per la manifattura in un paese abitato ormai solo da artisti, designer e call center? La risposta ce la sta dando la Germania, dove i grandi produttori, superato il periodo buio della crisi, hanno mantenuto il grosso dell'attività in patria, complice uno stato che, capace di una visione strategica, è stato in grado di sostenere l'innovazione e le riconversioni industriali, con investimenti pubblici e piani sociali.
Ancora una volta, la risposta è Politica.
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domenica 3 febbraio 2013

La guerra mai dichiarata dagli Stati Uniti in Pakistan sta dimostrando, caso mai ce ne fosse ancora bisogno, il ruolo centrale dei droni, gli aerei senza pilota governati da terra a distanza con un joystick e lo schermo di un pc, nelle guerre attuali e future: secondo uno studio del Dipartimento diritti umani dell'Università di Stanford, i droni in un decennio hanno ucciso in Pakistan circa tremila persone, di cui un numero imprecisato di civili, tra i 474 e gli 881 (176 minorenni), smentendo, nei fatti, il mito degli attacchi mirati.
Intanto l'ONU ha avviato un'inchiesta sulle vittime civile di 25 attacchi portati dai droni oltre che in Pakistan, anche in Afghanistan, nello Yemen, in Somalia e nei Territori Palestinesi: quale sarà il risultato dell'inchiesta, l'ennesima farsa delle Nazioni Unite, lo si evince dalle parole di Ben Emmerson, l'avvocato a guida dell'indagine, che, nonostante l'evidenza delle aree coinvolte, che chiamano in causa unicamente gli Stati Uniti ed Israele, ha negato che l'inchiesta sia rivolta contro i due paesi, in quanto "la tecnologia dei droni è in dotazione a 51 Paesi".
La novità è che la base aerea siciliana di Sigonella, al centro del Mediterraneo, sarà "la prossima capitale mondiale dei droni", come svelato dalla rivista The Avionist (ripresa in Italia dal Corriere della Sera). Non è un caso che proprio da Saigonella (come la chiama l'aeronautica yankee per assonanza con il nome della città vietnamita), siano partiti i caccia ed il drone che hanno colpito l'auto di Gheddafi in fuga verso il Mali.
Di fronte all'ennesimo schiaffo all'indipendenza e alla sovranità dell'Europa, dell'Italia e della Sicilia, che fa seguito alla stazione MUOS di Niscemi in via di realizzazione, non possiamo che gridare ancora una volta: fuori l'Europa dalla NATO, fuori la NATO dall'Europa!
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martedì 27 marzo 2012

Durante una lezione tenuta alla Columbia University, il premio Nobel Joseph Stieglitz, parlando della situazione economica europea, ha spiegato come in realtà la BCE esegua gli ordini dell’ISDA, un’organizzazione finanziaria il cui acronimo di tolkeniana memoria sta per “International Swaps and Derivatives Association”. In parole povere: si tratta di un organizzazione privata, con sede a Londra, che gestisce un capitale di 47.000 miliardi di euro, che non influisce bensì PRENDE le più delicate decisioni finanziarie in Europa.


Che la BCE agisca sotto dettatura dei privati non è una grande notizia, che i burattinai del mondo non si nascondano in delle buie cripte ma si muovano sotto la luce del sole (e del web) comincia però a preoccupare. Infatti nel sito dell’ISDA vienne illustrato molto del loro “lavoro” e ogni volta le loro idee si trasformano in azioni, realizzate e concretizzate dai vari Sarkozy, Merkel e Monti. Il nostro premier, non a caso, a fine febbraio si è incontrato a New York con un certo Lim Teng Joon, un esperto di gestione delle risorse economiche europee e delle loro applicazioni economiche, che, oltre ad essere un professore (e tra professori e presidi ci si intende) è il rappresentate italiano nell’ISDA. Se il suo nome non fa pensare certo a radici mediterranee (al contrario, viene da Singapore), il suo lavoro basta a farne il nostro ambasciatore: da quando gli emiri hanno acquistato il 6,5 % del capitale di Unicredit (quota sufficiente per imporre qualsiasi decisione), il tecnico è il controllore della pianificazione degli investimenti in Europa di quella baanca. E ciò a quanto pare basta per far parte di questa lobby finanziaria che vede tra i suoi numerosi membri rappresentanti delle maggiori banche mondiali: Morgan Stanley, UBS, JP Morgan, Deutsche Bank, Goldman Sachs, BNP, HSBC, Black Rock Investment, etc. etc.




L’oligarchia liberale si è talmente affermata che questi soggetti possono determinare la politica mondiale senza nascondersi, riuscendo addirittura a trasformare agli occhi di tutti il governo dei pochi (e non dei migliori) nel governo del popolo, la finanza in politica.
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venerdì 25 novembre 2011

Mario Monti, in preparazione della sua futura investitura a primo ministro, è stato nominato senatore a vita: ne consegue che, come tutti i suoi colleghi, ha un ufficio in via della Dogana Vecchia, a Palazzo Giustiniani. Ovvero la sede del Grande Oriente d'Italia dal 1901 al 1985.
Ma una coincidenza è solo una coincidenza.
Mario Monti, durante il dibattito parlamentare che ha preceduto la fiducia al suo esecutivo votata a Montecitorio, ha ricevuto un foglio di carta intestata della Camera dei Deputati con scritto "Mario, quando vuoi dimmi forme e modi con cui posso esserti utile dall'esterno. Sia ufficialmente (Bersani mi chiede per es. di interagire sulla questione dei vice) sia riservatamente. Per ora mi sembra tutto un miracolo! E allora i miracoli esistono!". Firmato: "Enrico". Sottointeso, Letta, il nipote, quello del PD. Ovvero un membro della Commissione Trilaterale, al pari di Monti. (Detto tra parentesi, Gianni Letta, lo zio, quello del PDL, è un advisor di Goldman Sachs, al pari di Monti).
Due coincidenze, però, sono un indizio.
Mario Monti è stato nominato senatore a vita il 9 novembre. Il giorno successivo, il 10 novembre, la Goldman Sachs ha innescato l'ondata di vendite di BTP. La settimana dopo lo spread lo ha portato a Palazzo Chigi.
Tre coincidenze sono una prova.
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mercoledì 16 novembre 2011

È stato invocato per mesi e come da noi predetto (rileggete "Dal Britannia al bunga bunga" del febbraio scorso) è finalmente arrivato: Mario Monti, ex-commissario europeo, presidente dell’Università Bocconi, dal 2010 presidente europeo della Commissione Trilaterale, membro del comitato direttivo del Gruppo Bilderberg nonché international advisor di Goldman Sachs, è il nuovo presidente del Consiglio. A capo di un esecutivo di soli tecnici, dovrà rassicurare i mercati attuando quanto imposto dalla BCE. Tagli alle pensioni, riduzioni del numero dei dipendenti pubblici e dei loro salari, revisione delle regole su assunzioni e licenziamenti, liberalizzazione dei servizi pubblici, etc. etc.: insomma, le classiche ricette liberiste.
E poi, come accade ad ogni nobildonna decaduta, svendere i propri gioielli di famiglia che seguiranno la strada ultimamente percorsa da Bulgari, Parmalat, Edison e Alitalia: da Roma a Parigi (Sarkozy non per niente se la ride...). Si tratta, cioè, di completare quel processo di privatizzazioni e liberalizzazioni cominciato nel 1992, con l'incontro a bordo del Britannia, e messo in pericolo da quel piccolo incidente di percorso chiamato Silvio Berlusconi. Oggi, caduto il tiranno, può finalmente insediarsi di nuovo a Palazzo Chigi un uomo allevato e cresciuto all’ombra dei vari grembiulini della finanza internazionale. Piccolo particolare rivelatore: nel 1992 le privatizzazioni furono attuate da Mario Draghi, al tempo direttore del Tesoro e oggi presidente proprio di quella BCE che ci detta le ricette da seguire per uscire dalla crisi.
Crisi dietro la quale stanno gli stessi personaggi. Proprio la Goldman Sachs di Monti e Draghi (ma anche di Prodi, che ne è stato consulente), a suo tempo considerata “too big to fail” e quindi tenuta in vita artificialmente grazie ai prestiti statali, sta dietro la bancarotta di Atene, dove si è verificato un cambio di governo sul modello di quello italiano. Infatti, nel 2005, con Draghi vice-presidente, è stata proprio la banca statunitense a rifilare al governo greco gli strumenti finanziari indispensabili per nascondere i debiti e poter entrare nel club euro. Nell’operazione ci mise lo zampino anche Lucas Papadémos, allora membro della Trilateral Commision al pari di Mario Monti e oggi, sempre al pari di Mario Monti, chiamato a risollevare le sorti del suo paese.
Un vero e proprio golpe bianco, dunque, portato a termine aggirando la sovranità di un popolo che, oggi come nel 1945, è sceso in piazza ad acclamare i nuovi vincitori e i nuovi “liberatori”. Sessantacinque anni fa ci regalavano le caramelle, oggi neanche più quelle.
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domenica 9 ottobre 2011

Nei giorni scorsi Diego Della Valle ha comprato una pagina dei maggiori quotidiani italiani per pubblicare un invettiva contro la classe politica italiana. Un testo banale, qualunquista e buonista. Niente di più che il solito stanco appello alla parte migliore del Paese, a quella società civile invocata ad ogni pié sospinto per un riscatto morale della nazione contro le malefatte della politica. Poche idee espresse oltretutto in una prosa sciatta, cui ben si addice il mediocre titolo della lettera: "Politici, ora basta!". Nihil novi sub sole.
Un'iniziativa che non meriterebbe attenzione, se non come simbolo rappresentativo di un certo capitalismo italiano (quello dei vari Marchionne, Montezemolo, Benetton e mille altri), che mentre calpesta i diritti sindacali dei propri dipendenti si presenta alle masse come campione di moralità, che mentre elogia il Made in Italy delocalizza nei paesi del Terzo Mondo. Una classe imprenditoriale che nasconde i propri interessi dietro il paravento della beneficenza e dei servizi alla comunità, come nel caso dell'affaire Colosseo.
Il 21 gennaio scorso la Tod's di Della Valle ha siglato un accordo con il Commissario per l'area archeologica di Roma Capitale e con la locale Soprintendenza in base al quale si impegna a finanziare con 25 milioni di euro il restauro ed il recupero dell'Anfiteatro Flavio. Una iniziativa salutata con entusiasmo da tutti i giornalisti italiani, quasi commossi di fronte a tanta beneficenza gratuita. Poiché non abbiamo creduto alla favola dell'imprenditore buono, siamo andati a leggere i termini dell'accordo e, naturalmente, le nostre perplessità hanno trovato fondamento. E' scritto infatti che il 10% della spesa (2,5 milioni) è destinato alla realizzazione di un Centro Servizi che " potrà fregiarsi e utilizzare la denominazione e i segni distintivi dello Sponsor": una sorta di Casa Tod's negli ambienti del Colosseo, senza neanche dover pagare l'affitto! Non è finita qui, perché il logo dell'impresa di calzature potrà essere stampato sui biglietti di ingresso e potrà ricoprire i lavori di restauro, nascondendo, quindi, il prospetto del monumento più famoso di Roma antica. In modo inverso, lo sponsor potrà usare per suoi fini commerciali, in Italia e all'estero, un logo raffigurante il Colosseo. Tutti piccoli dettagli se paragonati ad un altra clausola del contratto: la Tod's potrà ottenere l'accesso riservato alll'anfiteatro per gruppi di persone. In poche parole, la prossima volta che Della Valle dovrà incontrare un gruppo di acquirenti cinesi, non li inviterà nei suoi uffici, ma direttamente nel Colosseo, che, per l'occasione, rimarrà chiuso al pubblico. Come se non bastasse, mentre i lavori di restauro dureranno al massimo 24 mesi, i precedenti diritti sono concessi alla Tod's per ben 15 anni. Nei fatti, un vero e proprio sfruttamento privato di un ben pubblico.
"Noto come moralizzatore del calcio italiano, beffato da intercettazioni telefoniche imbarazzanti, tanto amato dai cattolici trasformisti e affaristi, un tipo alla Mattei che vorrebbe rivendersi come un Olivetti, amante dei profitti (pardon, progetti!) umanitari molto legati al ritorno di immagine e al business, [Della Valle] andrebbe studiato come rappresentante autorevole del nuovo capitalismo italiano, che è peggio del vecchio. Anzi, è più vecchio di quello vecchio, e sa di ottocentesco sfruttamento e assoggettamento, di potere mediatico mischiato a quello finanziario, e dove l'industria non c'è più, è solo un fantasma che serve al marketing e in questo specifico al narcisismo, cancro dell'epoca che stiamo vivendo" (A. Ferracuti, Viaggi da Fermo).
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giovedì 6 ottobre 2011

Il tre ottobre, in viale dell'Astronomia sono arrivate due lettere, una targata Fiat e Chrysler, l'altra Fiat Industrial. Una sola firma in calce, quella di Sergio Marchionne. Un solo messaggio: il Lingotto esce da Confindustria.
Marchionne ha parlato di una scelta politica. Niente di più falso.
Per comprondere in pieno questa decisione si deve tornare al 21 settembre, quando sotto la guida della Marcegaglia, i quattro maggiori sindacati si sono trovati a firmare un accordo sui contratti industriali, stipulato il 28 giugno.
Accordo che, di fatto, andava ad annulare in sole tre righe, aggiunte a settembre, l'articolo 8 della manovra governativa di ferragosto, che legittimava l'opting out condizionato: dava cioè la possibilità ai contratti aziendali e territoriali di stringere, per determinati fini, intese in deroga ai contratti nazionali e alla legge stessa.
Tra le materie per le quali era prevista la deroga figurava anche il licenziamento. In parole povere si conferiva la libertà di licenziare. Un decreto salva Fiat in tutto e per tutto.
L'accordo del 28 giugno ha visto dunque la Fiat uscire sconfitta, in quanto non gli sarebbe stato più possibile avere le mani libere per portare a termine tutti i suoi piani di restaurazione aziendale,
Marchionne da bambino viziato a cui è stata tolta la caramella è dunque uscito dalla Confindustria.
Un vero e proprio divorzio all'italiana.
Ma gli alimenti li pagheranno solo i lavoratori.
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martedì 6 settembre 2011

Come con ogni crisi che si rispetti, la classe politica si sta prodigando al meglio per fermare il tracollo economico.
Mentre una mano liberalizza, l’altra cava il sangue dalle rape. I tentacoli dello Stato dedito all’usura fanno quello che possono.
E se per ridurre il debito pubblico italiano, ormai al 120% del PIL, causato da mille sprechi e da un sistema ingiusto di creazione del debito, si deve annuire ai soliti diktat dei detentori del credito (ovviamente non si parla dei cittadini), allora via alla nuova ondata di liberalizzazioni. Anziché la casta, gli sprechi e il signoraggio, la mannaia cadrà sulle pensioni e sul lavoro, in poche parole sul popolo.
Proprio l’attacco al lavoro non poteva mancare nei punti fondamentali al vaglio delle camere per la manovra economica. Già reso fin troppo “flessibile”, ormai da anni, con tutte le conseguenze del caso che le generazioni precarie stanno subendo, da quando il mercato umano è stato adeguato allo sciacallaggio del liberismo.
Non basta, non si può intralciare il mercato!
Lo statuto dei lavoratori si potrà aggirare con un semplice accordo tra le aziende e i sindacati territoriali (i veri maiali di questa storia), anche riguardo disposizioni contrarie ai contratti collettivi di categoria. Il licenziamento senza giusta causa sarà così di nuovo possibile in faccia a secoli di lotte dei lavoratori.
Nel frattempo si richiede l’austerità, il contributo di solidarietà, la riduzione dei consumi, la castità (i figli costano troppo) e di continuare a fare quello che si è sempre fatto: tenere giù la testa.
Come se la colpa fosse del popolo. O forse è davvero così?
Da anni si sente starnazzare slogan del tipo: “La vostra crisi non la pagheremo noi!”
Mai cosa più stupida e falsa! Siamo noi la causa di questa crisi.
Non le banche. Non il capitalismo finanziario che genera e brucia milioni di dollari dal nulla, che vive di continui collassi a causa del paradosso intrinseco alla sua natura, che cade e si rialza sempre, più vorace di prima.
Perché con la testa chinata sull’Iphone 4, acquistato in comodato d’uso, oppure seduti in un’automobile che non ci potremmo permettere, storditi in una discoteca o dispersi nei nuovissimi centri commerciali, siamo noi le batterie umane che alimentano la truffa del sistema.
E se non si vuole immaginare un destino diverso, non è giusto piangere il presente.
Gli eventi, probabilmente drastici che accompagneranno i prossimi anni, saranno l’occasione per molti di tornare indietro a quella scelta, quando hanno barattato la libertà e l’orgoglio in cambio di mille cose inutili e persino, magari, raggiungere la lotta di liberazione.
Dietro quel fronte troveranno quelli come noi che un altro destino lo immaginano, lo edificano, si preparano a difenderlo.
Non lo sognano sospirando come gli schiavi, lo pretendono.
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giovedì 7 luglio 2011

"Il vecchio George Orwell aveva capito tutto, ma al rovescio. Il Grande Fratello non ci osserva. Il Grande Fratello canta e balla. Tira fuori conigli dal cappello. Il Grande Fratello si dà da fare per tenere viva la tua attenzione in ogni singolo istante di veglia. Fa in modo che tu possa sempre distrarti. Che sia completamente assorbito".

E distratti non ci chiedamo quanti siano gli occhi pronti a spiarci in ogni momento di ogni singolo giorno in ogni angolo di ogni singola città: nella sola città di Roma, sono almeno 6000 le telecamere per la videosorveglianza di proprietà del comune e dei suoi enti dipendenti. Più tutte quelle di tutti gli altri organi dello stato. Più tutte quelle dei privati. Un conteggio infinito, impossibile da realizzare.
Da cablo inediti pubblicati da Wikileaks è emersa la notizia che lo stato italiano ha acquistato, allo modica cifra di 1,137 miliardi di euro, 4 super satelliti del sistema Cosmo-Skymed in grado di rilevare, di notte e di giorno e in qualsiasi condizione atmosferica, oggetti "grandi" anche solo 40 centimetri, e che nei prossimi anni investirà altri 555 milioni per l'acquisto di due modelli più evoluti. Spese folli che hanno stupito la pur navigata intelligence americana.
A gestire questi portenti della tecnologia satellitare è il RIS: non i famosi poliziotti con valigetta e camice bianco, ma il Reparto Informazioni e Sicurezza, ossia i servizi segreti interni alle forze dell'ordine, eredi del SIOS, fortemente sostenuti dal ministro della Difesa Ignazio La Russa. Un apparato di intelligence che opera fuori dei limiti di legge, in quanto esso avrebbe "solo compiti di carattere tecnico e di polizia militare" riguardanti "ogni attività informativa utile al fine della sicurezza dei presidi e delle attività delle forze armate all'estero".
Naturalmente il controllo sulle nostre vite avviene anche ad un livello superiore, internazionale. Ci riferiamo al famigerato sistema Echelon, sviluppato da Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda, e capace di intercettare le comunicazioni digitali, pubbliche e private, sulla base di un sofisticato algoritmo capace di identificare determinate parole chiave e le loro varianti. Il sistema utilizza, oltre che un gran numero di satelliti spia messi in orbita negli anni Sessanta, anche centri di elaborazione a terra: è stato accertato che anche la base dell'aeronautica militare americana a S. Vito dei Nomanni, presso Brindisi, non più attiva dal 1994, era coinvolta nel progetto.
E così la nostra libertà è sacrificata, in nome di una non meglio precisata sicurezza, all'altare del controllo globale.
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domenica 20 marzo 2011

Anche se non crediamo alle ragioni umanitarie della guerra in Libia, non possiamo non ricordare chi è stato Mu’ammar Gheddafi e quali sono stati i suoi rapporti con l’Italia.
Più precisamente: non possiamo dimenticare il più che probabile coinvolgimento libico nella strage alla stazione di Bologna.
Il nostro Paese, superata la crisi diplomatica seguita alla cacciata degli italiani dalla Libia, iniziò bene presto a stringere rapporti economici con Tripoli: la Libia divenne il principale fornitore di petrolio (con una media di trecentomila barili di combustibile al giorno) e la FIAT superò le sue difficoltà economiche grazie all'immissione di ingenti capitali libici. Una rinnovata amicizia tra Roma e Tripoli suggellata, nel 1971, dall’intervento del SID teso a sventare, a Trieste, un tentativo di rovesciamento della presidenza di Gheddafi, organizzato dalla Gran Bretagna tramite un gruppo di esuli libici.
I rapporti si incrinarono in seguito alla morte di Moro, quando l’Italia mutò indirizzo strategico, tornando ad una politica estera fedele ai dettati di oltreoceano, abbandonando quella tendenza autnomista che aveva permesso a Roma di intrattenere rapporti con i paesi arabi (Mattei docet).
La situazione degenerò quando, nel silenzio della stampa italiana, il premier maltese Dom Mintoff e il sottosegretario italiano agli esteri Giuseppe Zamberletti si apprestavano a sottoscrivere un trattato che decretasse l'allontanamento dei libici dalla piccola isola. Una mossa che attirò le ire di Gheddafi (già preoccupata dallo schieramento dei missili a Comiso): il direttore del Sismi Giuseppe Santovito (affiliato alla P2, e coinvolto nei depistaggi delle indagini su Bologna), nei giorni precedenti l'accordo, provò ad avvertire Zamberletti che si stava esponendo il paese a gravi rischi, ma qualche giorno dopo ritrattò queste sue dichiarazioni. Ad ogni modo, i suoi consigli rimasero inascoltati: il 2 Agosto a La Valletta l'accordo fu firmato mentre a Bologna saltava in aria la stazione ferroviaria.
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martedì 15 marzo 2011

17 marzo 1861: Vittorio Emanuele II è proclamato Re d’Italia. È l’ultimo atto di una storia secolare, iniziata nel 1789: la resistenza delle masse controrivoluzionarie alle “magnifiche sorti e progressive” che, con la Rivoluzione Francese, avevano fatto irruzione nel loro orizzonte. Una lotta tra due visioni del mondo inconciliabili. Una storia ricca di avvenimenti, azioni, persone e idee: i Vandeani del 1793 e del 1832, i Lazzari napoletani, la Brigata Estense, i Barbacani pontifici, i briganti meridionali, gli ufficiali europei che guidarono le sollevazioni antiunitarie.
La storiografia ufficiale (che nel migliore dei casi ricorda questi avvenimenti en passant, come episodi di vana resistenza di gente fuori dalla storia, consegnata ad un mondo scomparso) non può nascondere la reazione popolare alla Rivoluzione e al Risorgimento. Una reazione popolare che fu opposizione militare e civile contro gli uomini e le idee che tendevano alla distruzione della fede cattolica. Una reazione popolare che fu profondo senso di fedeltà dinastica ai re legittimi che, soli, garantivano l’indipendenza e gli assetti della comunità organica naturale. Una reazione popolare che fu argine al liberalismo economico che, arricchendo la borghesia, avrebbe gettato le classi deboli nella vera miseria (“chi tiene pane e vinu ‘a da ess’ giacubbinu”).
La rivolta antiunitaria delle popolazioni meridionali impegnò nella repressione un esercito di circa 120mila uomini, tenendolo, spesso, in scacco. Perché i pontefici o i Borboni, campioni (secondo la vulgata) di malgoverno, di assolutismo, di soprusi e di oppressioni, non conobbero mai una sollevazione ed una ribellione così forte e di tale lunga durata? Perché Mazzini o Pisacane non attrassero e non ebbero dalla loro le popolazioni contadine del Sud? Perché queste insorsero spontaneamente e con veemenza contro quella stessa classe dirigente che diceva di combattere in suo nome? Il popolo non seguì i principi di purificazione scritti sulle bandiere dell’esercito piemontese, aveva nella mente e nel cuore idee di Libertà diverse: non le astrattezze illuministiche, ma realtà concrete. Non l’astratta nazione, ma la concreta comunità. Come aveva scritto anni prima Monsieur de Charette, uno dei capi vandeani, “la nostra patria per noi sono i nostri villaggi, i nostri altari, le nostre tombe, tutto ciò che i nostri padri hanno amato prima di noi. La nostra Patria è la nostra fede, la nostra terra. Ma la loro patria che cos’è per loro? Loro l’hanno nel cervello, noi la sentiamo sotto i nostri piedi”.
L’intera vicenda degli Stati pre-unitari, delle loro Armate della Santa Fede, delle Vandee, delle Gaeta, dei briganti e delle Real Brigate è una delle ultime espressioni di una contrapposizione frontale all’aggressività della modernità, letta come incarnazione dell’ideologia borghese, illuminista e razionalista, divenuta territorio occupato dal nichilismo, dove ogni contatto con l’assoluto diviene impossibile.
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sabato 5 marzo 2011

Per conoscere la reale natura di Fini non c’era bisogno dello scandalo estivo dell’appartamento monegasco, la rottura con Berlusconi, il dito puntato contro quest’ultimo, la cacciata/fuoriuscita dal PdL, la nascita del FLI o la fine ingloriosa dell’omonimo gruppo al Senato. Né ci serviranno le future puntate di questa telenovela tutta italiana.
Così non ci siamo stupiti della sua ennesima conversione, ultimo passo di una lungo percorso iniziato all’ingresso di un cinema bolognese dove era in proiezione “Berretti Verdi” e finito sullo scranno più alto di Monte Citorio: passo dopo passo, abiura dopo abiura, tradimento dopo tradimento, con una vistosa accelerata a partire dal 2002/2003, quando, chiamato a rappresentare l’Italia presso la commissione incaricata di redigere la Costituzione Europea, fu iniziato ai circoli del potere politico-finanziario di Bruxelles, come un bambino al primo giorno di scuola (sono le sue parole). Ci è chiaro da tempo il suo obiettivo di trasformare la destra italiana in nuovo Partito d’Azione, “degno del miglior Scalfaro d’annata” (è la felice intuizione con cui Ernesto Galli della Loggia ha liquidato la nuova, e vuota, religione della costituzione professata da Fini).
Ha ragione Camillo Langone: è inutile perdere tempo e parlare di Fini o delle sue idee, basta guardare le sue improbabili cravatte rosa.
Qualche parola va invece spesa per osservare quanto si muove dietro lo scontro Fini-Berlusconi e scoprire chi sta dietro Fini e i suoi uomini, pronto ad approfittare di inediti scenari futuri.
Il primo a godere di un’eventuale caduta del Cavalierei? Rupert Murdoch, l’imprenditore leader mondiale delle telecomunicazioni e patron di Sky, principale concorrente di Mediaset: suo figlio, James Murdoch, ha concordato con Fini, Bocchino e l’ex finiano Barbareschi, il lancio di un nuovo canale, Babel, dedicato al grande della cittadinanza, tanto caro, ultimamente, al presidente della Camera.
Stretti anche i contatti con la magistratura, in particolare con l’Anm di Palamara e, tramite Granata, con il pool siciliano di indagine sulle trattative Stato-Mafia.
Ma a pesare sono soprattutto i legami con l’imprenditoria campana. Italo Bocchino (vicepresidente, sebbene contestato, di FLI) possiede partecipazioni nella società editrice del quotidiano Il Roma (di cui è stato anche amministratore) e forti legami con Vincenzo Maria Greco, già tutto-fare di Cirino Pomicino e plurindagato per Tangentopoli. A Tangentopoli rimanda anche la moglie di Bocchino, la figlia di Eugenio Buontempo, imprenditore napoletano, condannato per corruzione.
In Campania opera anche Livio Cosenza, impegnato (insieme a Finmeccanica e Pirelli) in un progetto da 600 milioni per riqualificare l’area dei Campi Flegrei con la costruzione di stazioni ferroviarie, porti, strade e parcheggi. Indovinate chi, in Parlamento, ha dichiarato lo stato di emergenza per l’area e ha richiesto un finanziamento pubblico del progetto pari a 500 milioni? Sua figlia: Giulia Cosenza, deputata finiana.
Infine, una veloce scorsa ai nomi del Consiglio della fondazione FareFuturo: Emilio Cremona (presidente del gruppo metallurgico Focrem), Giancarlo Ongis (presidente e ad del colosso Metal Group Spa), Rosario Cancila (azionista di "Immobiliare agricola lo Schioppo", i cui soci sono i figli di Adolfo Urso).
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sabato 26 febbraio 2011

Ancora un salto indietro nel tempo. Torniamo al 1992, più precisamente al 2 giugno 1992 e saliamo a bordo del Britannia, il panfilo di sua maestà la regina di Inghilterra, in rotta lungo le coste tirreniche, da Civitavecchia all’Argentario. Girando tra gli splendidi saloni del panfilo ci imbattiamo nel gotha della finanza internazionale, oltre cento tra banchieri e uomini d’affari da tutto il mondo, soprattutto statunitensi, inglesi e olandesi (svetta su tutti il nome di George Soros). Tra gli italiani Mario Draghi e, forse, l’attuale ministro dell’economia Giulio Tremonti. Siamo nel bel mezzo di una riunione in cui proprio Mario Draghi illustra ai big della City il maxi programma di dismissioni e di privatizzazioni da parte dello Stato italiano: un vero e proprio smantellamento dello Stato imprenditore. Meglio, “il prezzo da pagare per entrare tra i primi nel club dell’euro” (il virgolettato è dello stesso Tremonti). Un piano che lo stesso Draghi, in qualità di direttore generale del Tesoro, porterà a compimento: negli otto anni successivi l’appena battezzato governo Amatato darà il via alla liquidazione di un centinaio di società (migliaia e migliaia di posti di lavoro) del gruppo EFIM (holding parastatale compartecipe, insieme a i privati, di vari colossi industriali del Mezzogiorno), e alla trasformazione in s.p.a. dei grandi enti pubblici (su tutte ENEL, ENI, INA e IRI). Andrà all’asta anche il Credito Italiano. Oltre a innumerevoli immobili, finiti nelle mani dei colossi USA Goldman Sachs (la sola area ex ENI di San Donato Milanese misura 300 mila metri quadrati), Morgan Stanley e Carlyle (il gruppo i cui azionisti principali appartengono alle famiglie Bush e Bin Laden): secondo le statistiche, nel solo settore immobiliare, i gruppi esteri hanno fatto incetta di patrimonio ex-pubblico per un valore di 15mila miliardi di lire (contro gli 11mila finiti nelle mani di privati nazionali, tra cui i re del mattone IPI, Pirelli, Risanamento, Statuto, Ligresti).
A bordo del Britannia, inoltre, si sarebbero raggiunti gli accordi per una supersvalutazione della lira: guarda caso, per l’Italia seguirà un settembre nero, con una svalutazione della valuta nazionale del 30% che costringerà l’allora governatore di Bankitalia Carlo Azeglio Ciampi a prosciugare le risorse della banca centrale (quasi 50 miliardi di dollari) per fronteggiare il maxi attacco speculativo nei confronti della lira.
A infilarci pesantemente uno zampino anche Moody’s, l’agenzia di rating che declassò i nostri Bot. Un maxi-aggiotaggio rimasto impunito.
Era il 1992, l’anno di tangentopoli (l’arresto di Mario Chiesa, primo politico finito in manette, era avvenuto solo 100 giorni prima della riunione a bordo del Britannia): indagini e avvisi di garanzia che videro coinvolti ministri, deputati, senatori e imprenditori, portarono alla luce un diffuso sistema di clientelismo, corruzione e finanziamenti illeciti ai partiti, ma soprattutto diedero vita ad una grande indignazione dell'opinione pubblica contro la politica e il suo marciume. Ecco la scusa da gettare in pasto alle masse per togliere le mani dello Stato dall’economia e allontanare le segreterie di partito dai consigli di amministrazione delle imprese statali.
Oggi, quasi venti anni più tardi, i PM e il popolo italiano scoprono nuovamente, all’improvviso, i vizietti privati della classe politica, le sue notti brave e i suoi dolci piaceri. Di nuovo si scagliano contro la casta. E all’orizzonte si profilano i nomi giusti per una “nuova” fase politica, per governi tecnici ed esecutivi di unità nazionale: Draghi, Monti, Montezemolo. E già qualcuno parla di una nuova stagione di riforme liberiste e privatizzazioni.

P.S.
Finite le svendite, nel 2001, Mario Draghi è finito a libro paga (in qualità di vice-presidente e poi al vertice del “management committee”) proprio della Goldman Sachs, che tanti affari aveva fatto in Italia.
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venerdì 25 febbraio 2011

Gli avvenimenti delle ultime settimane ci impongono dei doverosi ringraziamenti.
Ringraziamo Roberto Benigni per le sue lezioni di patriottismo, abbracciate da tutto il popolo progressista da sempre schierato a favore della patria e della moralità...
Ringraziamo, poi, gli amici degli Stati Uniti d’America per essere stati ancora una volta gli unici ad aver votato contro l’ennesima inutile risoluzione ONU contro gli insediamenti di coloni ebrei in territorio palestinese. Questo accadeva mentre Barack Obama cenava con look informale assieme ai nuovi “maghi” (la citazione è del Foglio) della web economy, ossia i vari patron di Facebook, Yahoo, Google e Apple: coloro i quali ci hanno regalato un mondo falso, artefatto e virtuale, in cui l’unica cosa concreta è la schedatura di tutti negli archivi della polizia mondialista.
Infine, ringraziamo anche il popolo italiano, europeo e mondiale per la sua creduloneria, per il suo moralismo di fronte ai festini del Cavaliere, dall’alto di una vita passata, negli ultimi vent’anni, a guardare il Grande Fratello e il culo delle veline.
Li ringraziamo perché ci hanno ricordato che il nostro sogno resta l’Europa, quella della tradizione, dell’arte, della cultura, del diritto e della civiltà.
E come dice Roberto Benigni, l’unico modo per realizzare un sogno è svegliarsi. Solo la lotta paga!
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domenica 20 febbraio 2011












Facciamo un piccolo salto nel passato.
26 dicembre 2004, la “rivoluzione arancione” in Ucraina, operazione coperta e finanziata dagli Usa, termina con la vittoria del leader della protesta Vicktor Yushenko alle presidenziali. Cambio di rotta. L’Ucraina da paese satellite Russo ora guarda verso l’UE dalla quale riceve lo status di “economia di mercato”. La risposta russa fu tariffare il gas che esporta tramite l’Ucraina in Europa a prezzi di mercato (230$/1000mt cubi), anziché a prezzo di favore come era stato sino ad ora (60$/1000mt cubi). A seguito di una crisi diplomatica Gazprom decise di chiudere i rubinetti per Kiev,con la conseguenza che le importazioni europee subirono un drastico calo, dovendo attingere alle riserve petrolifere.
La tensione di un possibile ripetersi della crisi energetica spinse la Gazprom a cercare altre vie più sicure per l’Europa.
15 maggio 2009, alla presenza di Silvio Berlusconi e Vladimir Putin viene siglato l’accordo tra ENI e Gazprom per la costruzione entro il 2015 di una gasdotto, il South Stream, che porti dalla Russia, attraverso il mar nero e i Balcani,64 miliardi di metri cubi di gas all’anno direttamente in Europa. «Dietro questi numeri si trovano gli accordi di un grande significato politico, perché tutto questo gas arriverà in Europa senza dover più passare per il territorio dell'Ucraina» queste le parole del amministratore delegato ENI Paolo Scaroni alla sigla dell’accordo.
Ma l’approvvigionamento energetico da est è un problema al quale i paesi dell’Ue stanno cercando una soluzione anche tra altre possibilità, tra le quali la più importante è il progetto Nabucco. Nato nel tentativo di trovare una soluzione alternativa all’approvvigionamento del gas dalla Russia, fortemente compromessa dalle “guerre energetiche” con l’Ucraina e dalla guerra russo-georgiana dell’agosto 2008, costituito dal consorzio di 6 compagnie europee e non (di Turchia, Bulgaria, Romania, Ungheria, Austria, Germania), Nabucco sarà lungo 3.300 km. Dovrà trasportare circa 30 miliardi di metri cubi di gas dalla regione del Caspio e dall’Asia Centrale, passando per i paesi sopra citati. Ovviamente avvallato e promosso dagli Stati Uniti (senza contare che il gas arriva dai paesi come Georgia e Azerbaigian “redenti” dalle rivoluzioni colorate). Anche qui la contromossa russa non è tardata ad arrivare:un accordo russo-turkmeno stabilisce la vendita di due terzi della produzione di gas a Gazprom ed inoltre la promessa all’Azerbaigian di acquistare il suo gas a prezzo superiore di quanto pattuito con l’Europa, lasciando così le riserve di Nabucco a secco.
Ma le attività dell’ENI in terra russa non si limitano solo a South Stream: negli anni ha realizzato il gasdotto Blue Stream e le condotte offshore presso Sakhalin, ha siglato contratti di vendita di gas in Russia, si è aggiudicata lo sfruttamento di alcuni giacimenti russi. E ha restituito alla Gazprom il 20% delle azioni di Gazprom Neft’, acquistate dalla Jukos, finita in bancarotta dopo l’arresto di Mikhail Khodorkhovskij (Lotta Europea si è già interessata a questo personaggio il 30 dicembre 2010).
In questo scenario di guerra fredda energetica la scelta di ENI appare coraggiosa. Ci sarà un nuovo caso Mattei?
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domenica 13 febbraio 2011

Negli ultimi anni la distanza tra Roma e Mosca si è accorciata a seguito di una serie di scelte strategiche da parte dei governi italiani, specialmente di quelli a guida Berlusconi, amico personale di Vladimir Putin: in economia, partecipando a progetti energetici impostati dal Cremlino, in varie crisi geopolitiche, optando per un appoggio alle scelte russe, anche in contrasto con gli Stati Uniti. Un rapporto, quello tra Berlusconi e la Russia, iniziato nel 1988, quando la Publitalia 80, anche grazie alla mediazione di dirigenti del PCI, divenne la sola concessionaria di pubblicità per le aziende di tutta Europa sui canali televisivi sovietici: un mercato, allora, di 280 milioni di utenti, attraverso 100 milioni di televisori. Cavaliere a parte, nessun governo italiano ha mai ignorato ieri l’URSS, oggi la Russia: è sotto il governo Prodi che Eni e Gazprom hanno stretto accordi per la costruzione del gasdotto South Stream (di cui si parlerà più ampiamente nel prossimo articolo).
Ma andiamo con ordine. E partiamo dal vertice N.A.T.O. dell’aprile 2008, quando il governo italiano si schierò contro la proposta statunitense di concedere a Georgia e Ucraina, appena uscite dalle rispettive rivoluzioni colorate, la Membership Action Plan per agevolarne l’ingresso nell’Alleanza Atlantica. E arriviamo alla guerra georgiana dell’agosto 2008, quando Berlusconi si impegnò per una soluzione diplomatica del conflitto e, soprattutto, evitare al Cremlino sanzioni internazionali. L’indipendenza del Kosovo e il progetto di scudo antimissile da posizionarsi tra Varsavia e Praga sono, per il premier Berlusconi, continue provocazioni. E come se non bastasse, in qualità di presidente di turno del G8, nel 2009, il governo italiano ha rilanciato i lavori per la creazione di un comune spazio euroasiatico, sancito da un trattato sulla sicurezza paneuropea.
Intanto, in attesa dell’auspicata futura integrazione della Russia in Europa, l’Italia continua a correre da sola verso Mosca. L’interscambio commerciali supera i 25 miliardi di euro, con più di 10 miliardi di esportazioni tricolori. A legarci a doppio filo sono sicuramente le materie prime combustibile: il 70% delle importazioni dalla Russia è costituito da gas e petrolio. Ma, come già detto, ai rapporti tra Eni e Gazprom dedicheremo un capitolo a parte, la prossima settimana.
Prescindendo, quindi, per il momento, dal settore energetico, altra realtà di punta dell’imprenditoria italiana in Russia è Finmeccanica: tra gli altri, ha siglato accordi per la costruzione e la vendita di velivoli per il trasporto regionale, per l’assemblaggio di elicotteri civili, l’installazione di un sistema di controllo e sicurezza del traffico su rotaie. Anche l’Enel è fortemente radicata con interessi che spaziano dai campi di gas siberiani al settore nucleare alla distribuzione e vendita di energia elettrica. E poi automobili, elettronica, abbigliamento, calzature, mobili. Ma anche edilizia, metallurgia, ceramica, agroalimentare, banche. E nello stesso tempo aziende russe fanno affari nello Stivale, rilevando aziende siderurgiche, gestendo porti (Rimini), costruendo, acquistando e vendendo immobili. E l’elenco potrebbe continuare ancora per molto.
Insomma: nei confronti della Russia, l’Italia ha decisamente intrapreso una propria politica estera indipendente. Quanto basta per dar fastidio a Washington.
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lunedì 7 febbraio 2011

Come è nostro stile non ci interessa parlare di argomenti di costume o riguardanti i vizietti della nostra classe politica, ma di fronte a ciò che sta accadendo troviamo la necessità di tenere più che mai gli occhi aperti, di contestualizzare.
Per spiegare il caos politico italiano ci serviremo di alcuni argomenti cardine:
-I rapporti Italia-Russia
-L’affare Eni-Gazprom nel progetto south-stream
-La svendita di Eni e Finmeccanica
-La rottura finiana e le inchieste sulla prostituzione

Che legame hanno questi argomenti in quello che sta accadendo?
La risposta è molto semplice.
Con il governo Berlusconi i rapporti con la Russia si sono sempre più intensificati tanto da trasformare l’Italia da indiscusso e fedele esecutore di disposizioni americane in un paese da rimettere presto in riga.
A complicare le cose poi ci fu la scelta Eni di subentrare nell’affare South-stream, cioè il gasdotto che porterebbe il gas dalla Russia all’Europa bypassando gli stati “amici” americani, tutto questo in alternativa al progetto Nabucco firmato Usa, che al contrario tagliava fuori la Russia dal rifornimento energetico europeo.
In aggiunta c’è da considerare poi le pressioni per la svendita di Eni e Finmeccanica alla finanza internazionale che, sfuggite ai colpi del ’92, ancora sono a partecipazione statale. Come successe con “mani pulite” ci fu bisogno di sostituire la classe politica per poter mettere mano sull’Iri a prezzi stracciati.
C’è quindi bisogno di una spallata, nessun argomento migliore da dare in pasto al popolino che i bisogni giovanili del premier!
Inchieste con intercettazioni e carteggi infiniti smuovono l’opinione pubblica, si ritorna a parlare dei suoi legami con la mafia e delle inchieste per concussione; intanto dall’altra parte si prepara l’alternativa, si stacca Fini con Fli e si forma l’asse Fini-Montezemolo-Casini con il compito di riportare la politica e l’economia italiana presto all’ovile.
Con i prossimi articoli spiegheremo nel particolare i punti che hanno portato alla situazione attuale, lontani da giudizi di merito sull’operato di questo governo, tanto più dalla difesa di un premier tutt’altro che vittima, ma consci che le scelte che riguardano le nostre vite sono manovrate sempre da qualcun altro e che la soluzione a tutto non può che chiamarsi EUROPA.
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mercoledì 2 febbraio 2011

3 febbraio 1998: un aereo militare U.S.A. in esercitazione, decollato dalla base N.A.T.O. di Aviano, prova, per sfida, a passare sotto i cavi della funivia, tranciandola.
Venti europei morti dopo una caduta di 80 metri.

Il processo farsa, trasferito dal tribunale italiano alla corte marziale americana, assolse i due militari dall'accusa di omicidio colposo, rimuovendoli dal servizio, colpevoli di aver distrutto il video del volo e per "soddisfare le pressioni che venivano dall'Italia".

Tredici anni dopo noi non dimentichiamo i nostri morti.

Più di 177 tra basi e installazioni militari US Navy, Air Force, Army e N.A.T.O. delle quali 107 solo in Italia, 71 basi NSA (servizi segreti e intelligence), 116000 soldati U.S.A.: i numeri di più di sessant'anni di occupazione dell'Europa.

FUORI GLI AMERICANI DALL'EUROPA, FUORI L'EUROPA DALLA N.A.T.O.!
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giovedì 20 gennaio 2011

Ventotto giorni di proteste hanno messo fine alla presidenza di Zin el Abidin Ben Ali, salito al potere a Tunisi nel 1987 con un golpe, appoggiato dal Sismi italiano: già capo dei servizi segreti tunisini, cinque settimane dopo essere stato nominato primo ministro, fece giudicare incapace per senilità Bourguiba e si proclamò presidente al suo posto. L'appoggio italiano all'operazione non piacque molto alla Francia: 24 ore dopo una bomba scoppiò al Faro delle Tremiti.
Ma facciamo un passo indietro, per capire meglio.
Nel 1983 l'ottantenne Bourguiba, presidente della Tunisia, emanò un editto che sancì l'aumento del prezzo dei cereali, causando un moto di piazza che destabilizzò il governo della vicina Algeria: Bourguiba non era più in grado di mantenere la calma nel suo Paese e andava eliminato dalla scena politica. La situazione non migliorò con il passare del tempo, tanto che l'anno successivo il premier algerino Benjedid confidò a Bettino Craxi, allora capo del consiglio di essere intenzionato ad invadere la Tunisia per evitare problemi al gasdotto che, proprio attraverso il territorio tunisino, pompava il metano algerino in Italia. Il premier italiano riuscì a far desistere Benjedid dai suoi intenti e, tornato in Italia, avviò una trattativa con Algeri, tramite il Sismi, nella persona dell'ammiraglio Martini: i due paesi si accordarono per un regime change a Tunisi e riconobbero in Ben Ali l'uomo su cui puntare. Martini volò anche a Parigi ad informare e trattare con i vertici della DGSE (i servizi segreti), i quali pretendavo di mantenere ancora un certo controllo suggli affari dell'Algeria, sua ex-colonia. A Parigi però non furono entusiasti delle mosse e dell'intraprendenza italiana: anch'essi convinti che fosse il momento di destituire Bourguiba, avevano però altri nomi su cui puntare.
Ciò nonostante Ben Ali riuscì a farsi proclamare nuovo presidente. E il giorno successivo, come già detto, alle isole Tremiti scoppiò una bomba, piazzata da due svizzeri. All'inizio si credette fosse opera di Gheddafi, che rivendicava le isole come indennizzo per il colionalismo italiano. Fu il Corriere della Sera, nel 1996, ad ipotizzare una vendetta-avvertimento di Parigi: una tesi confermata dallo stesso Martini nel 1999 in un suo libro di memorie.
Comunque siano andate realmente le cose, l'ennesimo mistero italiano. Le stesse ombre che avvolgono altre bombe e altre stragi.
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