Lotta Europea

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giovedì 1 maggio 2014

L'agenzia statunitense Standard & Poor's ha annunciato di aver abbassato il rating russo sull'affidabilità creditizia dal livello BBB a BBB- e quello di lungo termine in valuta locale da BBB+ a BBB: in altre parole, un giudizio appena un gradino sopra la soglia di vulnerabilità di un investimento. E altri declassamenti sono all'orizzonte perché, come si legge nella nota di S&P's, "La situazione geopolitica tesa tra Russia e Ucraina potrebbe risultare in ulteriori, significativi deflussi sia come capitale estero sia nazionale dall'economia russa, compromettendo così le prospettive di crescita già deboli del Paese».
Una decisione, quella di S&P's, inserito in un più ampio attacco economico-finanziario condotto dagli Stati Uniti (con la complicità dell'Occidente tutto) nei confronti di Mosca. Un attacco che non può essere sottovalutato e Putin non si è fatto trovare impreparato. Infatti, il presidente, mentre dichiarava che le sanzioni imposte dagli U.S.A non avranno un impatto critico sul Paese, tesseva le reti diplomatiche per rispondere all'offensiva sul fronte del rating. E' di questi giorni, infatti, la notizia della fusione dell'agenzia di rating cinese Dagong e della russa Rus-Rating in una joint-venture di dimensioni tale da fare concorrenza alle omologhe statunitensi.
Ci vorrà tempo per erodere spazio alla "troika" SP's, Moody's e Fitch, ma a Mosca sanno portare pazienza.
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lunedì 14 ottobre 2013

Un recente report della Banca Mondiale (ente tutt'altro che tacciabile di antisionismo) ha svelato quale è il reale peso delle restrizioni e dell'occupazione israeliana sull'economia palestinese: 3,4 miliardi di dollari. I calcoli dicono anche che se Israele lasciasse la Cisgiordania (dove "più della metà della terra è inaccessibile ai Palestinesi"), il PIL palestinese salirebbe del 35%.
Cifre che parlano da sole e che non bisognano di commenti. Piuttosto di sdegno per la politica di oppressione di Israele e per le anime candide dell'Occidente che plaudono alla sola "democrazia" del Vicino Oriente e quotidianamente ne piangono i soprusi subiti.
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lunedì 25 marzo 2013


20 (venti) euro: tanti sono quelli che risparmierà la Candy per ogni lavatrice prodotta a Jiangmen, in Cina, anziché a Brugherio, in Brianza. 140 € anziché 160, costi industriali e spese di trasporto verso i grandi scali del Nord Europa compresi. Tanto basta perché perdano il lavoro 150 persone (un terzo degli addetti al montaggio), nonostante abbiano proposto di intensificare la produzione, arrivando a produrre 46 macchine l'ora contro le attuali 35. Niente da fare: a Brugherio si produrranno solo 450mila lavatrici (oggi se ne lavorano 700mila), a Jiangmen 3 milioni, in gran parte destinate al mercato europeo. Paradossi del libero mercato e del villaggio globale, che ha già portato alla chiusura di altri quattro impianti della stessa azienda in Italia, a Milano, Erba, Bergamo e Lecco.
Ed è solo l'ultima di una infinita lista di imprese, FIAT in testa, che hanno delocalizzato e stanno delocalizzando la propria attività, spostando la produzione nei paesi in via di sviluppo e nelle economie emergenti, dove il lavoro costa meno, la dignità dei lavoratori è calpestata e lo stato è assente (o finge di non vedere).
C'è ancora un futuro per l'industria italiana o il destino segnato è quello di diventare esclusivamente una meta turistica? C'è ancora spazio per la manifattura in un paese abitato ormai solo da artisti, designer e call center? La risposta ce la sta dando la Germania, dove i grandi produttori, superato il periodo buio della crisi, hanno mantenuto il grosso dell'attività in patria, complice uno stato che, capace di una visione strategica, è stato in grado di sostenere l'innovazione e le riconversioni industriali, con investimenti pubblici e piani sociali.
Ancora una volta, la risposta è Politica.
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domenica 15 gennaio 2012

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domenica 9 ottobre 2011

Nei giorni scorsi Diego Della Valle ha comprato una pagina dei maggiori quotidiani italiani per pubblicare un invettiva contro la classe politica italiana. Un testo banale, qualunquista e buonista. Niente di più che il solito stanco appello alla parte migliore del Paese, a quella società civile invocata ad ogni pié sospinto per un riscatto morale della nazione contro le malefatte della politica. Poche idee espresse oltretutto in una prosa sciatta, cui ben si addice il mediocre titolo della lettera: "Politici, ora basta!". Nihil novi sub sole.
Un'iniziativa che non meriterebbe attenzione, se non come simbolo rappresentativo di un certo capitalismo italiano (quello dei vari Marchionne, Montezemolo, Benetton e mille altri), che mentre calpesta i diritti sindacali dei propri dipendenti si presenta alle masse come campione di moralità, che mentre elogia il Made in Italy delocalizza nei paesi del Terzo Mondo. Una classe imprenditoriale che nasconde i propri interessi dietro il paravento della beneficenza e dei servizi alla comunità, come nel caso dell'affaire Colosseo.
Il 21 gennaio scorso la Tod's di Della Valle ha siglato un accordo con il Commissario per l'area archeologica di Roma Capitale e con la locale Soprintendenza in base al quale si impegna a finanziare con 25 milioni di euro il restauro ed il recupero dell'Anfiteatro Flavio. Una iniziativa salutata con entusiasmo da tutti i giornalisti italiani, quasi commossi di fronte a tanta beneficenza gratuita. Poiché non abbiamo creduto alla favola dell'imprenditore buono, siamo andati a leggere i termini dell'accordo e, naturalmente, le nostre perplessità hanno trovato fondamento. E' scritto infatti che il 10% della spesa (2,5 milioni) è destinato alla realizzazione di un Centro Servizi che " potrà fregiarsi e utilizzare la denominazione e i segni distintivi dello Sponsor": una sorta di Casa Tod's negli ambienti del Colosseo, senza neanche dover pagare l'affitto! Non è finita qui, perché il logo dell'impresa di calzature potrà essere stampato sui biglietti di ingresso e potrà ricoprire i lavori di restauro, nascondendo, quindi, il prospetto del monumento più famoso di Roma antica. In modo inverso, lo sponsor potrà usare per suoi fini commerciali, in Italia e all'estero, un logo raffigurante il Colosseo. Tutti piccoli dettagli se paragonati ad un altra clausola del contratto: la Tod's potrà ottenere l'accesso riservato alll'anfiteatro per gruppi di persone. In poche parole, la prossima volta che Della Valle dovrà incontrare un gruppo di acquirenti cinesi, non li inviterà nei suoi uffici, ma direttamente nel Colosseo, che, per l'occasione, rimarrà chiuso al pubblico. Come se non bastasse, mentre i lavori di restauro dureranno al massimo 24 mesi, i precedenti diritti sono concessi alla Tod's per ben 15 anni. Nei fatti, un vero e proprio sfruttamento privato di un ben pubblico.
"Noto come moralizzatore del calcio italiano, beffato da intercettazioni telefoniche imbarazzanti, tanto amato dai cattolici trasformisti e affaristi, un tipo alla Mattei che vorrebbe rivendersi come un Olivetti, amante dei profitti (pardon, progetti!) umanitari molto legati al ritorno di immagine e al business, [Della Valle] andrebbe studiato come rappresentante autorevole del nuovo capitalismo italiano, che è peggio del vecchio. Anzi, è più vecchio di quello vecchio, e sa di ottocentesco sfruttamento e assoggettamento, di potere mediatico mischiato a quello finanziario, e dove l'industria non c'è più, è solo un fantasma che serve al marketing e in questo specifico al narcisismo, cancro dell'epoca che stiamo vivendo" (A. Ferracuti, Viaggi da Fermo).
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giovedì 6 ottobre 2011

Il tre ottobre, in viale dell'Astronomia sono arrivate due lettere, una targata Fiat e Chrysler, l'altra Fiat Industrial. Una sola firma in calce, quella di Sergio Marchionne. Un solo messaggio: il Lingotto esce da Confindustria.
Marchionne ha parlato di una scelta politica. Niente di più falso.
Per comprondere in pieno questa decisione si deve tornare al 21 settembre, quando sotto la guida della Marcegaglia, i quattro maggiori sindacati si sono trovati a firmare un accordo sui contratti industriali, stipulato il 28 giugno.
Accordo che, di fatto, andava ad annulare in sole tre righe, aggiunte a settembre, l'articolo 8 della manovra governativa di ferragosto, che legittimava l'opting out condizionato: dava cioè la possibilità ai contratti aziendali e territoriali di stringere, per determinati fini, intese in deroga ai contratti nazionali e alla legge stessa.
Tra le materie per le quali era prevista la deroga figurava anche il licenziamento. In parole povere si conferiva la libertà di licenziare. Un decreto salva Fiat in tutto e per tutto.
L'accordo del 28 giugno ha visto dunque la Fiat uscire sconfitta, in quanto non gli sarebbe stato più possibile avere le mani libere per portare a termine tutti i suoi piani di restaurazione aziendale,
Marchionne da bambino viziato a cui è stata tolta la caramella è dunque uscito dalla Confindustria.
Un vero e proprio divorzio all'italiana.
Ma gli alimenti li pagheranno solo i lavoratori.
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martedì 6 settembre 2011

Come con ogni crisi che si rispetti, la classe politica si sta prodigando al meglio per fermare il tracollo economico.
Mentre una mano liberalizza, l’altra cava il sangue dalle rape. I tentacoli dello Stato dedito all’usura fanno quello che possono.
E se per ridurre il debito pubblico italiano, ormai al 120% del PIL, causato da mille sprechi e da un sistema ingiusto di creazione del debito, si deve annuire ai soliti diktat dei detentori del credito (ovviamente non si parla dei cittadini), allora via alla nuova ondata di liberalizzazioni. Anziché la casta, gli sprechi e il signoraggio, la mannaia cadrà sulle pensioni e sul lavoro, in poche parole sul popolo.
Proprio l’attacco al lavoro non poteva mancare nei punti fondamentali al vaglio delle camere per la manovra economica. Già reso fin troppo “flessibile”, ormai da anni, con tutte le conseguenze del caso che le generazioni precarie stanno subendo, da quando il mercato umano è stato adeguato allo sciacallaggio del liberismo.
Non basta, non si può intralciare il mercato!
Lo statuto dei lavoratori si potrà aggirare con un semplice accordo tra le aziende e i sindacati territoriali (i veri maiali di questa storia), anche riguardo disposizioni contrarie ai contratti collettivi di categoria. Il licenziamento senza giusta causa sarà così di nuovo possibile in faccia a secoli di lotte dei lavoratori.
Nel frattempo si richiede l’austerità, il contributo di solidarietà, la riduzione dei consumi, la castità (i figli costano troppo) e di continuare a fare quello che si è sempre fatto: tenere giù la testa.
Come se la colpa fosse del popolo. O forse è davvero così?
Da anni si sente starnazzare slogan del tipo: “La vostra crisi non la pagheremo noi!”
Mai cosa più stupida e falsa! Siamo noi la causa di questa crisi.
Non le banche. Non il capitalismo finanziario che genera e brucia milioni di dollari dal nulla, che vive di continui collassi a causa del paradosso intrinseco alla sua natura, che cade e si rialza sempre, più vorace di prima.
Perché con la testa chinata sull’Iphone 4, acquistato in comodato d’uso, oppure seduti in un’automobile che non ci potremmo permettere, storditi in una discoteca o dispersi nei nuovissimi centri commerciali, siamo noi le batterie umane che alimentano la truffa del sistema.
E se non si vuole immaginare un destino diverso, non è giusto piangere il presente.
Gli eventi, probabilmente drastici che accompagneranno i prossimi anni, saranno l’occasione per molti di tornare indietro a quella scelta, quando hanno barattato la libertà e l’orgoglio in cambio di mille cose inutili e persino, magari, raggiungere la lotta di liberazione.
Dietro quel fronte troveranno quelli come noi che un altro destino lo immaginano, lo edificano, si preparano a difenderlo.
Non lo sognano sospirando come gli schiavi, lo pretendono.
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sabato 11 giugno 2011

"Li denuncio, mi sanguina il naso": è quanto minacciato dall'on. Mario Borghezio dopo essere stato fermato, condotto in caserma e, a quanto pare, picchiato dalla Polizia Svizzera per aver tentato l'ingresso alla Suvretta House di Saint Moritz, dove, in questi giorni, si sta riunendo il Gruppo Bilderberg. Ingenuamente, il leghista pensava che il tesserino da eurodeputato, esibito alla reception, bastasse a garantirgli l'immunità e l'accesso alla riunione, alla quale senza invito non è possibile partecipare. Si sbagliava di grosso.
Il Gruppo Bildeberg altro non è che il club più esclusivo e riservato del mondo, che si riunisce a porte chiuse una volta l'anno in un albergo di lusso in giro per l'Europa (una volta ogni quattro anni negli States o in Canada). Gli inviti sono quanto mai ristretti: circa un centinaio tra le maggiori personalità della finanza e dellla politica mondiali, chiamati a discutere, a porte chiuse, i temi più scottanti dell'agenda politico-economica. E a mettere in pratica quanto stabilito, una volta rientrati in patria. Naturalmente senza che nulla dei verbali di riunione possa superare le mura dei luoghi di convegno. Come ha potuto sperimentare Borghezio sulla propria pelle, quella del Bildeberg è "una riunione molto importante, chiamata a prendere decisioni rilevanti senza alcun controllo popolare. E' evidente che il club di Bildeberg è una società segreta, [...] di cui meno si sa e meglio è".
Scorrendo i nomi dei partecipanti alla riunione di questi giorni, compaiono i nomi degli italiani Franco Bernabè (Telecom Italia), John Elkann (FIAT), Mario Monti (presidente dell'Università Bocconi e già commissario europeo), Paolo Scaroni (ENI) e, last but not least, il ministro Giulio Tremonti. Negli anni passati hanno partecipato, tra gli altri, i vari Agnelli (Giovanni e Umberto), Emma Bonino, Marco Tronchetti Provera, Alessandro Profumo, Romano Prodi, Corrado Passera, Tommaso Padoa Schioppa e tanti, tanti altri.

E c'è ancora chi crede che il potere appartenga al popolo sovrano...
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giovedì 26 maggio 2011

L'arresto di Strauss-Kahn e le sue successive dimissione dalla direzione del Fondo Monetario Internazionale hanno aperto la corsa alla successione. Dal dopoguerra ad oggi è stato in piedi un tacito accordo tra le potenze occidentali: all'Europa la massima poltrona del FMI, agli Stati Uniti quella della Banca Mondiale. E così il papabile successore di Strauss-Kahn sembra essere nuovamente un francese, o meglio una francese, Christine Lagarde, attuale ministro delle Finanze del governo Sarkozy: la sua nomina ufficiale dovrebbe arrivare durante i lavori del G8 che si è aperto oggi a Deauville.
Ma le economie emergenti, i paesi del cosiddetto BRIC (acronimo per Brasile, Russia, India e Cina), si sono opposte ufficialmente a questa proposta di successione, sottoscrivendo un documento nel quale si chiede che la scelta non sia determinata dalla nazionalità. In poche parole, i nuovi protagonisti dell'economia e della finanza mondiale chiedono più spazio negli organismi di governo mondiale.
Probabilmente la loro richiesta cadrà nel vuoto, ma resta il segno di una crisi sempre maggiore della leadership statunitense ed occidentale.
D'altronde il FMI non gioca più, nel mondo, il ruolo decisivo dei decenni scorsi: già la Cina, e presto anche l'India, è impegnata a soccorrere le economie in crisi, prestando denaro e coprendo i debiti degli stati in bancarotta. E a partire da una serie di accordi siglati in Thailandia nel 2000, si sta costituendo in Asia un "Fondo Monetario Asiatico", alternativo al "Fondo Monetario Internazionale", nel qualei 10 paesi del sud est asiatico e le tre potenze di Cina, Giappone e Corea del Sud hanno già versato oltre cento miliardi di dollari, già disponibili (dal marzo 2010) per coprire eventuali situazioni di pericolo finanziario.
Una nuova falla si apre nel governo mondiale unipolare a guida U.S.A.
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sabato 5 marzo 2011

Per conoscere la reale natura di Fini non c’era bisogno dello scandalo estivo dell’appartamento monegasco, la rottura con Berlusconi, il dito puntato contro quest’ultimo, la cacciata/fuoriuscita dal PdL, la nascita del FLI o la fine ingloriosa dell’omonimo gruppo al Senato. Né ci serviranno le future puntate di questa telenovela tutta italiana.
Così non ci siamo stupiti della sua ennesima conversione, ultimo passo di una lungo percorso iniziato all’ingresso di un cinema bolognese dove era in proiezione “Berretti Verdi” e finito sullo scranno più alto di Monte Citorio: passo dopo passo, abiura dopo abiura, tradimento dopo tradimento, con una vistosa accelerata a partire dal 2002/2003, quando, chiamato a rappresentare l’Italia presso la commissione incaricata di redigere la Costituzione Europea, fu iniziato ai circoli del potere politico-finanziario di Bruxelles, come un bambino al primo giorno di scuola (sono le sue parole). Ci è chiaro da tempo il suo obiettivo di trasformare la destra italiana in nuovo Partito d’Azione, “degno del miglior Scalfaro d’annata” (è la felice intuizione con cui Ernesto Galli della Loggia ha liquidato la nuova, e vuota, religione della costituzione professata da Fini).
Ha ragione Camillo Langone: è inutile perdere tempo e parlare di Fini o delle sue idee, basta guardare le sue improbabili cravatte rosa.
Qualche parola va invece spesa per osservare quanto si muove dietro lo scontro Fini-Berlusconi e scoprire chi sta dietro Fini e i suoi uomini, pronto ad approfittare di inediti scenari futuri.
Il primo a godere di un’eventuale caduta del Cavalierei? Rupert Murdoch, l’imprenditore leader mondiale delle telecomunicazioni e patron di Sky, principale concorrente di Mediaset: suo figlio, James Murdoch, ha concordato con Fini, Bocchino e l’ex finiano Barbareschi, il lancio di un nuovo canale, Babel, dedicato al grande della cittadinanza, tanto caro, ultimamente, al presidente della Camera.
Stretti anche i contatti con la magistratura, in particolare con l’Anm di Palamara e, tramite Granata, con il pool siciliano di indagine sulle trattative Stato-Mafia.
Ma a pesare sono soprattutto i legami con l’imprenditoria campana. Italo Bocchino (vicepresidente, sebbene contestato, di FLI) possiede partecipazioni nella società editrice del quotidiano Il Roma (di cui è stato anche amministratore) e forti legami con Vincenzo Maria Greco, già tutto-fare di Cirino Pomicino e plurindagato per Tangentopoli. A Tangentopoli rimanda anche la moglie di Bocchino, la figlia di Eugenio Buontempo, imprenditore napoletano, condannato per corruzione.
In Campania opera anche Livio Cosenza, impegnato (insieme a Finmeccanica e Pirelli) in un progetto da 600 milioni per riqualificare l’area dei Campi Flegrei con la costruzione di stazioni ferroviarie, porti, strade e parcheggi. Indovinate chi, in Parlamento, ha dichiarato lo stato di emergenza per l’area e ha richiesto un finanziamento pubblico del progetto pari a 500 milioni? Sua figlia: Giulia Cosenza, deputata finiana.
Infine, una veloce scorsa ai nomi del Consiglio della fondazione FareFuturo: Emilio Cremona (presidente del gruppo metallurgico Focrem), Giancarlo Ongis (presidente e ad del colosso Metal Group Spa), Rosario Cancila (azionista di "Immobiliare agricola lo Schioppo", i cui soci sono i figli di Adolfo Urso).
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sabato 26 febbraio 2011

Ancora un salto indietro nel tempo. Torniamo al 1992, più precisamente al 2 giugno 1992 e saliamo a bordo del Britannia, il panfilo di sua maestà la regina di Inghilterra, in rotta lungo le coste tirreniche, da Civitavecchia all’Argentario. Girando tra gli splendidi saloni del panfilo ci imbattiamo nel gotha della finanza internazionale, oltre cento tra banchieri e uomini d’affari da tutto il mondo, soprattutto statunitensi, inglesi e olandesi (svetta su tutti il nome di George Soros). Tra gli italiani Mario Draghi e, forse, l’attuale ministro dell’economia Giulio Tremonti. Siamo nel bel mezzo di una riunione in cui proprio Mario Draghi illustra ai big della City il maxi programma di dismissioni e di privatizzazioni da parte dello Stato italiano: un vero e proprio smantellamento dello Stato imprenditore. Meglio, “il prezzo da pagare per entrare tra i primi nel club dell’euro” (il virgolettato è dello stesso Tremonti). Un piano che lo stesso Draghi, in qualità di direttore generale del Tesoro, porterà a compimento: negli otto anni successivi l’appena battezzato governo Amatato darà il via alla liquidazione di un centinaio di società (migliaia e migliaia di posti di lavoro) del gruppo EFIM (holding parastatale compartecipe, insieme a i privati, di vari colossi industriali del Mezzogiorno), e alla trasformazione in s.p.a. dei grandi enti pubblici (su tutte ENEL, ENI, INA e IRI). Andrà all’asta anche il Credito Italiano. Oltre a innumerevoli immobili, finiti nelle mani dei colossi USA Goldman Sachs (la sola area ex ENI di San Donato Milanese misura 300 mila metri quadrati), Morgan Stanley e Carlyle (il gruppo i cui azionisti principali appartengono alle famiglie Bush e Bin Laden): secondo le statistiche, nel solo settore immobiliare, i gruppi esteri hanno fatto incetta di patrimonio ex-pubblico per un valore di 15mila miliardi di lire (contro gli 11mila finiti nelle mani di privati nazionali, tra cui i re del mattone IPI, Pirelli, Risanamento, Statuto, Ligresti).
A bordo del Britannia, inoltre, si sarebbero raggiunti gli accordi per una supersvalutazione della lira: guarda caso, per l’Italia seguirà un settembre nero, con una svalutazione della valuta nazionale del 30% che costringerà l’allora governatore di Bankitalia Carlo Azeglio Ciampi a prosciugare le risorse della banca centrale (quasi 50 miliardi di dollari) per fronteggiare il maxi attacco speculativo nei confronti della lira.
A infilarci pesantemente uno zampino anche Moody’s, l’agenzia di rating che declassò i nostri Bot. Un maxi-aggiotaggio rimasto impunito.
Era il 1992, l’anno di tangentopoli (l’arresto di Mario Chiesa, primo politico finito in manette, era avvenuto solo 100 giorni prima della riunione a bordo del Britannia): indagini e avvisi di garanzia che videro coinvolti ministri, deputati, senatori e imprenditori, portarono alla luce un diffuso sistema di clientelismo, corruzione e finanziamenti illeciti ai partiti, ma soprattutto diedero vita ad una grande indignazione dell'opinione pubblica contro la politica e il suo marciume. Ecco la scusa da gettare in pasto alle masse per togliere le mani dello Stato dall’economia e allontanare le segreterie di partito dai consigli di amministrazione delle imprese statali.
Oggi, quasi venti anni più tardi, i PM e il popolo italiano scoprono nuovamente, all’improvviso, i vizietti privati della classe politica, le sue notti brave e i suoi dolci piaceri. Di nuovo si scagliano contro la casta. E all’orizzonte si profilano i nomi giusti per una “nuova” fase politica, per governi tecnici ed esecutivi di unità nazionale: Draghi, Monti, Montezemolo. E già qualcuno parla di una nuova stagione di riforme liberiste e privatizzazioni.

P.S.
Finite le svendite, nel 2001, Mario Draghi è finito a libro paga (in qualità di vice-presidente e poi al vertice del “management committee”) proprio della Goldman Sachs, che tanti affari aveva fatto in Italia.
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domenica 20 febbraio 2011












Facciamo un piccolo salto nel passato.
26 dicembre 2004, la “rivoluzione arancione” in Ucraina, operazione coperta e finanziata dagli Usa, termina con la vittoria del leader della protesta Vicktor Yushenko alle presidenziali. Cambio di rotta. L’Ucraina da paese satellite Russo ora guarda verso l’UE dalla quale riceve lo status di “economia di mercato”. La risposta russa fu tariffare il gas che esporta tramite l’Ucraina in Europa a prezzi di mercato (230$/1000mt cubi), anziché a prezzo di favore come era stato sino ad ora (60$/1000mt cubi). A seguito di una crisi diplomatica Gazprom decise di chiudere i rubinetti per Kiev,con la conseguenza che le importazioni europee subirono un drastico calo, dovendo attingere alle riserve petrolifere.
La tensione di un possibile ripetersi della crisi energetica spinse la Gazprom a cercare altre vie più sicure per l’Europa.
15 maggio 2009, alla presenza di Silvio Berlusconi e Vladimir Putin viene siglato l’accordo tra ENI e Gazprom per la costruzione entro il 2015 di una gasdotto, il South Stream, che porti dalla Russia, attraverso il mar nero e i Balcani,64 miliardi di metri cubi di gas all’anno direttamente in Europa. «Dietro questi numeri si trovano gli accordi di un grande significato politico, perché tutto questo gas arriverà in Europa senza dover più passare per il territorio dell'Ucraina» queste le parole del amministratore delegato ENI Paolo Scaroni alla sigla dell’accordo.
Ma l’approvvigionamento energetico da est è un problema al quale i paesi dell’Ue stanno cercando una soluzione anche tra altre possibilità, tra le quali la più importante è il progetto Nabucco. Nato nel tentativo di trovare una soluzione alternativa all’approvvigionamento del gas dalla Russia, fortemente compromessa dalle “guerre energetiche” con l’Ucraina e dalla guerra russo-georgiana dell’agosto 2008, costituito dal consorzio di 6 compagnie europee e non (di Turchia, Bulgaria, Romania, Ungheria, Austria, Germania), Nabucco sarà lungo 3.300 km. Dovrà trasportare circa 30 miliardi di metri cubi di gas dalla regione del Caspio e dall’Asia Centrale, passando per i paesi sopra citati. Ovviamente avvallato e promosso dagli Stati Uniti (senza contare che il gas arriva dai paesi come Georgia e Azerbaigian “redenti” dalle rivoluzioni colorate). Anche qui la contromossa russa non è tardata ad arrivare:un accordo russo-turkmeno stabilisce la vendita di due terzi della produzione di gas a Gazprom ed inoltre la promessa all’Azerbaigian di acquistare il suo gas a prezzo superiore di quanto pattuito con l’Europa, lasciando così le riserve di Nabucco a secco.
Ma le attività dell’ENI in terra russa non si limitano solo a South Stream: negli anni ha realizzato il gasdotto Blue Stream e le condotte offshore presso Sakhalin, ha siglato contratti di vendita di gas in Russia, si è aggiudicata lo sfruttamento di alcuni giacimenti russi. E ha restituito alla Gazprom il 20% delle azioni di Gazprom Neft’, acquistate dalla Jukos, finita in bancarotta dopo l’arresto di Mikhail Khodorkhovskij (Lotta Europea si è già interessata a questo personaggio il 30 dicembre 2010).
In questo scenario di guerra fredda energetica la scelta di ENI appare coraggiosa. Ci sarà un nuovo caso Mattei?
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domenica 13 febbraio 2011

Negli ultimi anni la distanza tra Roma e Mosca si è accorciata a seguito di una serie di scelte strategiche da parte dei governi italiani, specialmente di quelli a guida Berlusconi, amico personale di Vladimir Putin: in economia, partecipando a progetti energetici impostati dal Cremlino, in varie crisi geopolitiche, optando per un appoggio alle scelte russe, anche in contrasto con gli Stati Uniti. Un rapporto, quello tra Berlusconi e la Russia, iniziato nel 1988, quando la Publitalia 80, anche grazie alla mediazione di dirigenti del PCI, divenne la sola concessionaria di pubblicità per le aziende di tutta Europa sui canali televisivi sovietici: un mercato, allora, di 280 milioni di utenti, attraverso 100 milioni di televisori. Cavaliere a parte, nessun governo italiano ha mai ignorato ieri l’URSS, oggi la Russia: è sotto il governo Prodi che Eni e Gazprom hanno stretto accordi per la costruzione del gasdotto South Stream (di cui si parlerà più ampiamente nel prossimo articolo).
Ma andiamo con ordine. E partiamo dal vertice N.A.T.O. dell’aprile 2008, quando il governo italiano si schierò contro la proposta statunitense di concedere a Georgia e Ucraina, appena uscite dalle rispettive rivoluzioni colorate, la Membership Action Plan per agevolarne l’ingresso nell’Alleanza Atlantica. E arriviamo alla guerra georgiana dell’agosto 2008, quando Berlusconi si impegnò per una soluzione diplomatica del conflitto e, soprattutto, evitare al Cremlino sanzioni internazionali. L’indipendenza del Kosovo e il progetto di scudo antimissile da posizionarsi tra Varsavia e Praga sono, per il premier Berlusconi, continue provocazioni. E come se non bastasse, in qualità di presidente di turno del G8, nel 2009, il governo italiano ha rilanciato i lavori per la creazione di un comune spazio euroasiatico, sancito da un trattato sulla sicurezza paneuropea.
Intanto, in attesa dell’auspicata futura integrazione della Russia in Europa, l’Italia continua a correre da sola verso Mosca. L’interscambio commerciali supera i 25 miliardi di euro, con più di 10 miliardi di esportazioni tricolori. A legarci a doppio filo sono sicuramente le materie prime combustibile: il 70% delle importazioni dalla Russia è costituito da gas e petrolio. Ma, come già detto, ai rapporti tra Eni e Gazprom dedicheremo un capitolo a parte, la prossima settimana.
Prescindendo, quindi, per il momento, dal settore energetico, altra realtà di punta dell’imprenditoria italiana in Russia è Finmeccanica: tra gli altri, ha siglato accordi per la costruzione e la vendita di velivoli per il trasporto regionale, per l’assemblaggio di elicotteri civili, l’installazione di un sistema di controllo e sicurezza del traffico su rotaie. Anche l’Enel è fortemente radicata con interessi che spaziano dai campi di gas siberiani al settore nucleare alla distribuzione e vendita di energia elettrica. E poi automobili, elettronica, abbigliamento, calzature, mobili. Ma anche edilizia, metallurgia, ceramica, agroalimentare, banche. E nello stesso tempo aziende russe fanno affari nello Stivale, rilevando aziende siderurgiche, gestendo porti (Rimini), costruendo, acquistando e vendendo immobili. E l’elenco potrebbe continuare ancora per molto.
Insomma: nei confronti della Russia, l’Italia ha decisamente intrapreso una propria politica estera indipendente. Quanto basta per dar fastidio a Washington.
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venerdì 31 dicembre 2010

Premessa: l'estradizione di Cesare Battisti, dibattuta in questi giorni, non ci interessa. Non siamo giustizialisti assetati di vendetta. Non ci vogliamo accodare a chi cerca di riaprire vecchie ferite e rimestare i fatti di una stagione chiusa. Non siamo alla ricerca di buoni e cattivi. Non crediamo a chi, in questi giorni, cerca paragoni inesistenti con gli anni settanta e il terrorismo, rosso o nero. E' una pagina chiusa. E non vorremmo che qualcuno ne approfitasse per riaprirla.

Però...

In tutta questa storia c'è un dettaglio che lega il presidente brasiliano Lula, l'ex militante dei PAC Cesare Battisti e l'AD del gruppo FIAT Sergio Marchionne. Un dettaglio che rischia di passare inosservato, ma che forse merita qualche attenzione in più.
Lula sostiene di avere preso la sua decisione, contraria all'estradizione, da mesi, am di averla comunicata solo ora. Perché, questo ritardo? Perché di mezzo c'era una campagna elettorale da portare avanti, con la maggioranza degli elettori favorevoli all'estradizione di Battisi, considerato dai più un semplice e volgare "rapinatore".
Ma ancora di più perché di mezzo c'erano affari da concludere con la FIAT di Marchionne e la trattativa con il partner italiano rischiava di saltare insieme alle relazioni diplomatiche fra i due Paesi. Per la precisione c'era un impianto produttivo da inaugurare: un investimento da 1770 milioni di dollari (!!!) per produrre 200mila automobili a partire dal 2014.
Ed è per lo stesso motivo che Lula si è detto sicuro che l'Italia non reagirà alla mancata estradizione di Battisti
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domenica 11 luglio 2010

Da diversi secoli, uomini dell’Alta Finanza hanno propugnato la creazione di Banche Centrali, prefigurandosi l’obiettivo (oggi realizzato) di destinare ad esse le decisioni economiche, un tempo affidate ad autorità politiche, legittimate dalla volontà popolare. L’ingenuità o, più spesso, la corruzione, degli uomini politici di quasi tutti gli Stati, ha permesso l’istituzione delle stesse; dove personaggi pubblici hanno fatto resistenza, le lobby hanno orchestrato crisi finanziarie, tali da costringerli ad acconsentire alle loro richieste.
Tali Banche hanno, nel tempo, assunto tutta una serie di poteri fondamentali per l'andamento economico di un Paese: l’erogazione della moneta, la disposizione del tasso di sconto, del rapporto di cambio e del livello della circolazione monetaria interna, tutte decisioni prima di competenza dei Governi Nazionali.
Fin quando le Banche Centrali erano di proprietà statale, i loro interessi coincidevano (o almeno avrebbero dovuto coincidere) con quelli del popolo e della nazione. Con la privatizzazione delle Banche Centrali, tutti i poteri decisioniali in materia di politica monetaria sono passati nelle mani di organizzazioni private, governate da grandi investitori, di certo più interessati al proprio personale tornaconto che a perpretare qualsiasi forma di Giustizia Sociale.
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domenica 6 giugno 2010

Il signoraggio è attualmente una truffa finanziaria, perpetrata da parte di banche private ai danni dello Stato. Per comprendere il suo meccanismo, è necessario definire alcuni termini fondamentali.
Si definisce “signoraggio” il guadagno economico di chi crea la moneta.
Si definisce “valore intrinseco” il costo materiale della moneta.
Si definisce “valore nominale” il valore di scambio della moneta.
In passato, l’oro era il valore di riferimento e il materiale di produzione delle monete; l’autorità vigente (il Re, il Signore, lo Stato, a seconda dell’ordinamento politico) acquisiva lingotti d’oro e li trasformava in monete. Il valore nominale di una moneta corrispondeva al valore intrinseco aumentato di una piccola quota, per coprire i costi dell’emissione: per coniare una moneta del valore di 10g di oro (valore nominale), se ne usavano 9g (valore intrinseco) e vi era un guadagno pari ad 1g d’oro (signoraggio).
Con l’uso della banconota, a pari valore nominale, vi è un valore intrinseco estremamente più basso, che comporta un signoraggio smisurato.Nell’ultimo secolo, l’emissione delle monete è stata generalmente affidata alla banca centrale, di proprietà statale, di ogni nazione. Ciò non comporta alcuna truffa, poiché il guadagno è dello stato ai danni dello stato stesso, rientrando dunque nel ciclo economico interno di ogni paese.La privatizzazione delle banche centrali ha stravolto quest’equilibrio, creando una situazione paradossale: le banche private, arrogandosi un insensato diritto di proprietà della moneta, coniano banconote ad un valore intrinseco bassissimo, rivendendo le stesse allo stato, al prezzo del valore nominale. Per ogni banconota da 500€ ad esempio, vi è un guadagno di 499,80€ (differenza tra il valore nominale e il valore intrinseco di circa 20 centesimi); il numero di banconote in circolazione ci descrive le proporzioni colossali della truffa.
Le varie autorità democratiche, che amano riempirsi la bocca di parole che non gli appartengono, come “sovranità popolare”, dimostrano con il loro silenzio, la loro complicità all’avvento della “sovranità bancaria”, caratteristica della nostra epoca.
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lunedì 17 maggio 2010

Nello scorso intervento abbiamo esaminato il potere assoluto e senza regole delle agenzie di rating: un potere che ha mostrato bene il suo volto in questi giorni di crisi ateniese, quando le Borse europee salivano e scendevano sulla scia delle dichiarazioni effettuate riguardo i conti pubblici di Grecia, Spagna, Portogallo e Italia.
Come fronteggiare questo strapotere?
Con un'agenzia di rating europea, indipendente, che dia valutazioni oggettive sullo stato dei conti di banche, imprese e nazioni, il cui operato non sia influenzato dal mercato e dai grandi gruppi finanziari.
Un'agenzia che ristabilisca il primato del bene comune su quello privato, del popolo sugli oligarchi.
Un'agenzia che ristabilisca il primato della politica sull'economia e sulla finanza.
Un'agenzia che ribadisca l'indipendenza dell'Europa da qualsiasi intereferenza proveniente da oltreoceano.

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mercoledì 12 maggio 2010

Nome: Standard & Poor's, Moody's e Fitch.
Nate: Stati Uniti, un secolo fa.
Professione: agenzie di rating.
Cioè, per definizione, giudicano e danno voti a imprese, banche, stati, comuni:in breve, a chiunque voglia emettere pezzi di carta con i quali cedere una quota della sua proprietà (le azioni), oppure contrarre debiti impegnandosi a pagare gli interessi e restituire entro una certa data i prestiti (le obbligazioni). Chi acquista questi titoli (azioni e obbligazioni) vuole sapere quanto vale il debitore, vuole conoscere la sua solidità patrimoniale, la sua serietà negli affari, la sua capacità di restituire il denaro, in poche parole la sua affidabilità: le agenzie di rating studiano tutti questi parametri e li rendono comprensibili, riassumendoli in voti e pagelle (AAA è il massimo cui aspirare, NR, ossia Not Rated, il minimo dei minimi).
Una cosa è certa: con le loro valutazioni orientano e determinano le scelte dei mercati finanziari, con un conseguente forte e, per certi versi, incondizionato potere di controllo sulle economie e le finanze degli stati.
Come se ciò non bastasse, il loro operato è, in più punti, tutt'altro trasparente.
Può, infatti, essere obiettivo e imparziale un giudizio, se l'esaminando stipendia l'esaminatore? Eppure nel caso delle agenzie di rating, accade proprio questo: chi paga i loro report non è l'investitore (che vuole conoscere i dati), ma proprio il soggetto che emette il titolo e che è sottoposto all'analisi dei propri conti. E così si spiega perché agenzie di rating tacevano quando le banche si riempivano di titoli spazzatura, oltretutto non messi a bilancio, oppure quando assegnavano un voto AAA a Credit Suisse, la quale investiva su derivati che la portavano ad avere perdite di 125 milioni di dollari.
Un ultimo particolare: a chi appartengono queste agenzie? Risposta a questo punto quasi scontata: agli stessi operatori finanziari controllati. Due esempi: Standard & Poor's è un colosso controllato dal gruppo editoriale McGraw Hill, di cui è azionista di maggioranza Warren Buffet, società leader nel settore dei fondi di investimento; Fitch, invece, è della francese Fimalac che sul proprio sito internet si definisce un "gruppo internazionale di servizi finanziari".
Le tre maggiori agenzie di rating hanno ormai un potere immenso, superiore, nella pratica, a quello delle banche centrali o del Fondo Monetario Internazionale: è per questo che abbiamo voluto raccontare chi sono e, in un prossimo articolo, fra 5 giorni, vedremo se non sarà il caso di riformarle davvero.
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