Sulle reali cause delle violenze ucraine c'è un dettaglio illuminante che (forse proprio perché così illuminante) è sfuggito ai più: la rivolta di piazza Maidan è scoppiata quando l'ex presidente Yanukovich ha rifiutato le proposte di associazione alla UE e ha lasciato intendere di voler aderire al progetto di Unione Eurasiatica lanciato da Putin e al quale hanno già risposto positivamente il bielorusso Lukashenko ed il kazako Nazarbaev. Si tratta di creare uno spazio di cooperazione economica e commerciale in uno spazio politico e geografico abitato da 170 milioni di persone, forte di scambi commerciali fra i tre paesi membri pari 66,2 miliardi di dollari e, soprattutto, di riserve di gas e di petrolio pari rispettivamente al 20 e al 15% di quelle globali. Un tesoro che ha attirato l'attenzione di Armenia, Kirghizistan e Tagikistan, pronti ad aderire al progetto, e della ben più potente Cina, che, dopo gli accordi siglati con Mosca in materia energetica e finanziaria, è pronta ad investire in quella "rete di trasporti e percorsi logistici d'importanza non solo regionale ma globale" promessa da Putin come conseguenza naturale dell'Unione.
Ora che il posto di Yanukovich è stato occupato da Poroshenko, pronto (e prono) a riaprire le trattative con Washington e Bruxelles, la nuova creatura di Putin dovrà fare a meno della sua Ucraina e del suo connaturato ruolo di porta dell'Europa e corridoio energetico.
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domenica 8 giugno 2014
giovedì 15 maggio 2014
La Cina, è noto, ha fame di energia per sostenere la propria industria manifatturiera e di conseguenza la propria irrefrenabile crescita economica: nella speciale classifica dei principali consumatori di energia, ha ormai scavalcato gli Stati Uniti e conquistato la vetta, con 2735 tonnellate equivalenti di petrolio (il 22% dei consumi mondiali). Il 13% del suo fabbisogno energetico è soddisfatto tramite importazioni: in controtendenza rispetto al rivale americano, che ha visto scendere il proprio tasso di dipendenza dal 21% al 17% nel biennio 2011-2012, il tasso cinese è più che raddoppiato rispetto al 6% del 2011. Infine, va considerato come attualmente la Cina derivi la propria energia essenzialmente dal carbone (68% del totale) piuttosto che dal petrolio o dal gas naturale (5%).
Di fronte a questi dati, la strategia di Pechino per assicurarsi un certo grado di stabilità non può che strutturarsi su una direttiva duplice: da una parte la diversificazione del proprio mix energetico (a favore di materie prime più conveniente e meno inquinanti) e dei paesi fornitori, dall'altro lo sviluppo della produzione interna.
Nell'ambito del primo obiettivo, quello della diversificazione delle fonti, rientrano i recenti accordi siglati con la Russia che, per parte sua, a tutto l'interesse ad aprire i propri mercati di export a Oriente, stante la situazione critica con l'Ucraina e l'Europa: il contratto di 25 anni sottoscritto tra Rosneft e Cnpc ha ad oggetto la fornitura di 365 milioni di tonnellato di petrolio (per un valore totale di 270 miliardi di dollari), mentre si stringono i tempi per un'ulteriore accordo trentennale tra Gazprom e Cnpc per la fornitura di 28 miliardi di metri cubi di naturale, destinati a crescere nel tempo fino ad un massimo di 68 miliardi.
Dall'altra parte, è notizia di questi giorni lo scontro tra Cina e Vietnam a seguito dell'avvio delle perforazioni cinesi in prossimità delle isole Paracel, contese tra Cina, Vietnam e Taiwan: è la prima volta che un'azienda cinese conduce da sola un'attività di perforazione in mare aperto. Lo scopo è chiaro, come chiaro era nel caso della sua nuova Air defense identification zone estesa fino alle isole Senkaku rivendicate da Tokyo: estendere il più possibile i propri confini su acque in cui passano le principali rotte commerciali internazionali e che nascondo dai 23 ai 30 miliardi di tonnellate di petrolio e 16 trilioni di metri cubi di gas naturale.
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giovedì 1 maggio 2014
L'agenzia statunitense Standard & Poor's ha annunciato di aver abbassato il rating russo sull'affidabilità creditizia dal livello BBB a BBB- e quello di lungo termine in valuta locale da BBB+ a BBB: in altre parole, un giudizio appena un gradino sopra la soglia di vulnerabilità di un investimento. E altri declassamenti sono all'orizzonte perché, come si legge nella nota di S&P's, "La situazione geopolitica tesa tra Russia e Ucraina potrebbe risultare in ulteriori, significativi deflussi sia come capitale estero sia nazionale dall'economia russa, compromettendo così le prospettive di crescita già deboli del Paese».
Una decisione, quella di S&P's, inserito in un più ampio attacco economico-finanziario condotto dagli Stati Uniti (con la complicità dell'Occidente tutto) nei confronti di Mosca.
Un attacco che non può essere sottovalutato e Putin non si è fatto trovare impreparato. Infatti, il presidente, mentre dichiarava che le sanzioni imposte dagli U.S.A non avranno un impatto critico sul Paese, tesseva le reti diplomatiche per rispondere all'offensiva sul fronte del rating. E' di questi giorni, infatti, la notizia della fusione dell'agenzia di rating cinese Dagong e della russa Rus-Rating in una joint-venture di dimensioni tale da fare concorrenza alle omologhe statunitensi.
Ci vorrà tempo per erodere spazio alla "troika" SP's, Moody's e Fitch, ma a Mosca sanno portare pazienza.
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martedì 1 aprile 2014
Tra le 439 centrali nucleari attive nel mondo al luglio del 2008, il 75% dei reattori ha più di 20 anni di vita: considerando che essi sono stati originariamente progettati (ed autorizzati) per un funzionamento fino a 40 anni, e che comunque la loro vita utile non potrebbe essere estesa oltre i 50/60 anni, è evidente che fra un paio di decenni si verificherà un pesante crollo della produzione energetica.
Nel mondo, il Nord-America e l'Europa, essendo le prime regioni ad aver avviato un programma nucleare, saranno anche le regioni maggiormente colpite da un'uscita di servizio a 40 anni delle loro centrali. In particolare, in Europa il 30% dei reattori ha una vita compresa tra 25 e 35 anni, il 60% tra 15 e 25 ed il 10% meno di 15 anni. Questo significa che l'Europa è destinata a perdere nel 2025 i quattro quinti del contributo nucleare, pari a circa il 25% dell'attuale produzione di elettricità. Si preannunciano quindi seri problemi al sistema elettrico europeo, dal punto di vista delle forniture di materia prima, di competitività e di sostenibilità ambientale. Infatti, i passati progetti di estensione delle licenze esistenti e di installazione di nuovi reattori sono stati ridimensionati a seguito dell'incidente di Fukushima, in conseguenza del quale paesi come la Germania e la Svizzera hanno addirittura accelerato i processi di dismissione delle centrali più vecchie e sospeso i programmi nucleari. Anche in Italia, il governo, in data 31 marzo 2011, ha abrogato le disposizioni prese nel biennio 2008-2010 che prevedevano l'edificazione di nuovi impianti nucleari nel nostro territorio dopo lo stop del 1987, ancor prima che un referendum (12-13 giugno 2011) cancellasse le norme che avrebbero consentito la produzione di energia atomica.
Poiché le centrali in via di chiusura sono essenzialmente centrali di base (nucleari e a carbone), è impensabile che esse possano essere sostituite da impianti eolici o solari: ne consegue, evidentemente, una crescente dipendenza dell'Europa dai combustibili fossili, il che equivale a dire una crescente necessità di una partnership privilegiata con Mosca e con i paesi dell'area caucasica.
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mercoledì 19 marzo 2014
Il quotidiano laburista inglese "Independent", che Wikipedia dichiara diffuso tra "ambientalisti, pacifisti e cittadini insofferenti della monarchia" e che non può essere tacciato di appoggio a Putin, ha rivelato l’esistenza di 85 conti bancari riferibili a Yulia Tymoshenko e ai suoi più stretti parenti, nei quali, nell'ultimo ventennio, sarebbero confluiti circa 200 milioni di dollari, provento delle posizioni politiche ricoperte dall'ex premier Pavlo Lazarenko e dalla stessa Tymoshenko, allora leader del colosso energetico Uesu.
Questa la verità sulla guida della rivoluzione arancione, ancora oggi al centro delle turbolenze ucraine.
Qui il link all'articolo originale.
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martedì 8 ottobre 2013
domenica 1 settembre 2013

Cinque anni dopo il conflitto vinto dalla Russia contro la Georgia e che portò alla sostanziale indipendenza dell'Ossezia del Sud, si riaccendono le ostilità tra i due paesi.
Sotto accusa i lavori svolti, a partire dal maggio scorso, dall'esercito russo (cui il governo locale ha appaltato il controllo del confine con la Georgia) che, costruendo una barriera di filo spinato a segnare il limes della regione, ne ha approfittato per spostare più avanti di alcune centinaia di metri il confine stesso dell'Ossezia nel territorio georgiano. Lavori che però non sono altro che la risposta all'annuncio di Tbilisi del raggiungimento del Membership Action Plan che, una volta confermato nel corso del 2014, costituirà il primo passo per l'organico ingresso all'interno della NATO, che si appresta così a stringere la morsa intorno alla Russia e ad avvicinare a questa le proprie truppe.
Intanto il 26 ed il 27 giugno scorso una delegazione del Consiglio NATO ha fatto visita al nuovo premier georgiano Ivanishvili.
martedì 23 luglio 2013

Il progetto per la realizzazione del gasdotto Nabucco è ad un punto morto e sembra stia conoscendo il suo definitivo tramonto.
Il colpo fatale, forse decisivo, arriva dalla decisione del consorzio internazionale Shaha Deniz di preferirgli, per l'esportazione del gas azero, le condutture della Trans Adriatic Pipeline. La decisione del consorzio internazionale Shah Deniz di promuovere il progetto di gasdotto Trans Adriatic Pipeline (TAP) come principale corridoio d'esportazione del gas azero verso l'Unione Europea sembra sancire irrevocabilmente il tramonto del gasdotto Nabucco, enfaticamente definito nel corso degli anni come il flag project della strategia energetica europea: ciò significa, in altre parole, che il gas estratto a Shah Deniz, in Azerbaijan, transiterà per la Turchia, la Grecia e l'Albania per poi arrivare in Italia e, attraverso il collegamento all'Adriatico-Ionico (altro gasdotto in fase di progettazione), nei Balcani tra la Grecia e la Bulgaria.
Una sconfitta per la UE (che del Nabucco aveva fatto il suo flag project) e una vittoria per la Russia che continuerà ad essere il principale partner energetico dell'Europa (nonostante la tentata strategia di diversificazione delle fonti di approviggionamento). Mosca infatti potrà ora consolidare i propri legami con i paesi dell'Europa sudorientale esclusi dalla nuova rete di distribuzione (che sarebbero stati al contrario i primi destinatari del gas di Nabucco), mentre la portata del gasdotto TAP non scalfirà la sua posizione sul mercato europeo (messa in crisi invece dal Nabucco).
L'Unione Europea comprenderà mai che è proprio Mosca il nostro partner naturale?
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sabato 25 maggio 2013
E' tutto pronto per la conferenza di pace che entro quindici giorni si terrà a Ginevra e che vedrà intorno al tavolo i rappresentanti del legittimo governo di Damasco e dei ribelli oltre che di U.S.A. e Russia. Quello che si prevede, nonostante le intenzioni e le belle parole è un ennesimo nulla di fatto: le parti sono ben lungi da raggiungere un accordo su tutti i punti all'ordine del giorno. Primo fra tutti e fondamentale scoglio alle trattative: il futuro di Bashar el Assad. Mentre il presidente intende rimanere al potere fino alle elezioni presidenziali del 2014, l'opposizione chiede che lasci la capitale entro 20 giorni, con 500 persone a sua scelta, ma senza alcuna garanzia di immunità legale contro eventuali processi.
In attesa di Ginevra intanto i ribelli, non soddisfatti dell'appoggio statunitense, ancora limitato ai vettovagliamenti, è andata in Turchia a battere cassa ad una delegazione dell'Arabia Saudita che, insieme al Qatar, è ancora il maggior sponsor della rivolta.
Nel frattempo la giornalista russa Anastasia Popova, di ritorno dalla Siria, ci riporta alla realtà, ribaltando la versione ufficiale degli attacchi chimici ad Aleppo: accusando la Reuters e Al Jazeera di raccontare menzogne sulla guerra in Siria, la giornalista, dopo aver raccontato di esecuzioni sommarie, stupri di gruppo e torture di vario genere perpetrate dai ribelli nei confronti della popolazione civile, la giornalista ha dimostrato, testimonianze alla mano, che le armi chimiche sono state utilizzate dagli oppositori del FSA/Nusra. Una rivelazione che fa cadere come un castello di carte il teorema costruito da Obama nel corso del tempo per giustificare il proprio intervento.
Nihil sub sole novum.giovedì 21 marzo 2013
Domenica scorsa Viktor Chirkova, ammiraglio capo della marina russa, ha anunciato che da ora in avanti la Russia avrà sempre cinque o sei navi da guerra (sotto il comando della Flotta del Mar Nero) nel Mediterraneo orientale, dove, tra l'altro, due mesi fa Mosca ha condotto la più grande esercitazione militare dalla caduta dell'URSS: poca cosa rispetto alle trenta o cinquanta navi mantenute nell'area dalla Quinta flotta sovietica tra il 1967 e il 1992, ma una sicura testimoniata del rinnovato interesse di Mosca per il quadrante.
E' in quest'ottica che va letto l'interessamento di Putin per il salvataggio di Cipro, che, in ottica futura, potrebbe sostituire una Siria dal destino sempre più in bilico, con il governo di Assad sempre più vicino alla caduta, ora che l'Occidente ha iniziato apertamente a parlare di armare gli insorti. Il canale di trattative aperto con Nicosia per la ristrutturazione del debito delle banche cipriote, oltre quello di salvaguardare le ingenti somme di denaro russo depositate nelle banche dell'isola, ha il preciso fine di assicurarsi un nuovo partner politico e commerciale ed una nuova base che possa sostituire il porto di Tartus sulla costa della Siria. In gioco c'è, in primis, l'esclusiva sullo sfruttamento dei giacimenti di gas naturale "Afrodite", su cui ha già messo gli occhi la Turchia: è per questo motivo che al viagigo diplomatico da Nicosia a Mosca ha preso parte, oltre al ministro delel finanze, anche il ministro dell'Energia che ha incontrato i dirigenti di Gazprom. In secundis, c'è l'installazione di una base militare russa sull'isola che possa contrastare il potere della Sesta flotta americana già presente nell'area.
A proposito di Siria, durante il viaggio in Israele di Obama (che ha parlato di una eterna alleanza, di sapore biblico, tra Stati Uniti ed Israele) il ministro dell'Intelligence e degli affari strategici israeliano, Yuval Steinitz, ha continuato a denunciare l'utilizzo di armi chimiche da parte di Assad (smentito anche dall'ambasciatore americano in Siria), proprio una delle red line fissate dalla Casa Bianca per un eventuale intervento militare contro Damasco. Intervento che si fa sempre più vicino all'orizzonte.
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venerdì 9 novembre 2012
A Pechino è nata una nuova Agenzia di Ratings: la "Universal Credit Rating Group”, società mista nata dalla collaborazione della cinese Dagong, della russa RusRating e dell’americana Egan-Jones.Scopo dichiarato del nuovo soggetto finanziario, apertamente espresso durante la conferenza stampa di presentazione tenutasi a Pechino, è quella di creare un nuovo riferimento per gl investitori, alternativo al cartello di marca americana, composto da Moody’s, Standard&Poor’s e Fitch, che da soli controllano il 90 % del mercato del rating.
Una mossa prettamente politica prima ancora che economico-finanziaria. Una mossa che permette naturalmente di rafforzare l'asse Mosca-Pechino, ormai ben delineato, almeno da quando la Cina ha cominciato a pagare in yuan il petrolio russo. Da una parte la Russia, che ha trovato ad Est, nella Cina e nel Giappone, quei partner economici che non ha trovato ad Occidente in Europa; dall'altra la Cina, che sgomita per smarcarsi dall'orbita di Washington, a cui resta comunque ancora legata a doppio filo.
L'Europa, la UE, come sempre resta a guardare, incapace di prendere decisioni altrettanto coraggiose. Read More
lunedì 29 ottobre 2012
Il 26 ottobre scorso il Parlamento georgiano ha ratificato la nomina del nuovo presidente del Consiglio, il magnate e imprenditore Bidzina Ivanishvili, vincitore delle elezioni tenutesi il 1 ottobre: un vero e proprio burattino nelle mani degli Stati Uniti, che ha subito annunciato che il suo governo “svilupperà le istituzioni democratiche e stabilirà la legge del diritto” e che il suo primo viaggio internazionale sarà a Washington. Le parole d'ordine con cui ogni governo filooccidentale si presenta agli occhi del pubblico occidentale e dei salotti buoni da vent'anni a questa parte, contro il "tiranno" Putin e la sua "feroce dittatura". Intanto la Clinton si è precipitata al telefono per congratularsi di persona e per discutere "il futuro della cooperazione tra Georgia e Stati Uniti.E' dai tempi della Rivoluzione delle Rose che Tbilisi ha voltato le spalle a Mosca per abbracciare il capitalismo occidentale e gonfiare i propri fatturati e le proprie casse di dollari: un duro colpo alla Russia che si è trovata così isolata rispetto all'Europa, tagliata fuori dalle rotte energetiche grazie alla costruzione dell'ormai famigerato oleodotto TBC, che attraversa lo stato caucasico.
Un altro punto a favore degli U.S.A.
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giovedì 15 dicembre 2011
Negli ultimi mesi, l’oceano che separa gli Stati Uniti dalla Russia si è espanso e raffreddato.
Alle già note discussioni sullo scudo missilistico USA e sulle relazioni di Mosca con Damasco e Teheran, si sono aggiunte le accuse della Clinton che, senza aspettare il report degli inviati, ha denunciato i presunti brogli nelle elezioni legislative del 4 dicembre scorso, svolte senza "libertà e correttezza". Strani brogli, se il partito di Putin è sceso quasi del 15% rispetto al 2007, racimolando meno voti di quelli previsti: un risultato che ha fatto parlare i media di tramonto dell'era Putin, nonostante il suo 49,6% (numeri ben lontani da quelli dei partiti nostranti). A preoccupare il Cremlino sono le migliaia di persone scese in piazza, contro la "dittatura" di Putin, sostenute pubblicamente da Hilary Clinton: "gli Stati Uniti sostengono i diritti e le aspirazioni del popolo russo e vogliano aiutarli a realizzare un futuro migliore''. Come nei paesi della Primavera Araba. Come nei paesi delle Rivoluzioni Colorate.
Sarà la Rivoluzione Bianca?
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mercoledì 30 novembre 2011
È un attacco incrociato quello sferrato in questi giorni contro il governo siriano: da un lato, la Lega Araba ha sanzionato la Siria isolandola completamente con un congelamento delle transazioni commerciali e dei conti bancari governativi, dall’altro, l‘ONU ha chiesto l'embargo per Damasco, denunciando le violazioni dei diritti umani perpetrate dai militari siriani. All’embargo però si è opposta Mosca, (che fornisce armi al regime) prevedendo una possibile escalation militare da parte della NATO, magari riproponendo la no-fly zone già sperimentata in Libia.Nonostante l'intervento occidentale tardi a concretizzarsi, l'interesse strategico per un regime change è forte, come dimostrato dall'invio a Damasco di diversi agenti della DGSE(il controspionaggio francese) e del COS (Commandement des opérations speciales), che da settimane addestrano i disertori dell’esercito siriano nel nord del Libano e in Turchia.
Quest’ultima ricopre un ruolo di rilievo nello scenario siriano, perché è il paese dal quale probabilmente partiranno i principali attacchi, come già successo ai tempi della guerra in Iraq. Non per niente Erdogan, a dispetto del suo ruolo di guida del mondo arabo contro il pericolo sionista tratteggiato nei mesi scorsi dai media occidentali, ha intimato Assad di lsciare le redini del paese.
È evidente che il disegno e la strategia sono sempre gli stessi: prima vengono una forte pressione diplomatica e il contemporaneo addestramento delle forze "ribelli", poi verranno i bombardamenti e con questi la caduta del tiranno e l'esportazione della democrazia. La legge dell'eterno ritorno dell'uguale
Se però la Russia continuerà sui suoi passi (e non si asterrà dalla votazione in Consiglio di Sicurezza dell'ONU, come accaduto per la Libia di Gheddafi), il finale potrebbe essere differente.
domenica 20 febbraio 2011

Facciamo un piccolo salto nel passato.
26 dicembre 2004, la “rivoluzione arancione” in Ucraina, operazione coperta e finanziata dagli Usa, termina con la vittoria del leader della protesta Vicktor Yushenko alle presidenziali. Cambio di rotta. L’Ucraina da paese satellite Russo ora guarda verso l’UE dalla quale riceve lo status di “economia di mercato”. La risposta russa fu tariffare il gas che esporta tramite l’Ucraina in Europa a prezzi di mercato (230$/1000mt cubi), anziché a prezzo di favore come era stato sino ad ora (60$/1000mt cubi). A seguito di una crisi diplomatica Gazprom decise di chiudere i rubinetti per Kiev,con la conseguenza che le importazioni europee subirono un drastico calo, dovendo attingere alle riserve petrolifere.
La tensione di un possibile ripetersi della crisi energetica spinse la Gazprom a cercare altre vie più sicure per l’Europa.
15 maggio 2009, alla presenza di Silvio Berlusconi e Vladimir Putin viene siglato l’accordo tra ENI e Gazprom per la costruzione entro il 2015 di una gasdotto, il South Stream, che porti dalla Russia, attraverso il mar nero e i Balcani,64 miliardi di metri cubi di gas all’anno direttamente in Europa. «Dietro questi numeri si trovano gli accordi di un grande significato politico, perché tutto questo gas arriverà in Europa senza dover più passare per il territorio dell'Ucraina» queste le parole del amministratore delegato ENI Paolo Scaroni alla sigla dell’accordo.
Ma l’approvvigionamento energetico da est è un problema al quale i paesi dell’Ue stanno cercando una soluzione anche tra altre possibilità, tra le quali la più importante è il progetto Nabucco. Nato nel tentativo di trovare una soluzione alternativa all’approvvigionamento del gas dalla Russia, fortemente compromessa dalle “guerre energetiche” con l’Ucraina e dalla guerra russo-georgiana dell’agosto 2008, costituito dal consorzio di 6 compagnie europee e non (di Turchia, Bulgaria, Romania, Ungheria, Austria, Germania), Nabucco sarà lungo 3.300 km. Dovrà trasportare circa 30 miliardi di metri cubi di gas dalla regione del Caspio e dall’Asia Centrale, passando per i paesi sopra citati. Ovviamente avvallato e promosso dagli Stati Uniti (senza contare che il gas arriva dai paesi come Georgia e Azerbaigian “redenti” dalle rivoluzioni colorate). Anche qui la contromossa russa non è tardata ad arrivare:un accordo russo-turkmeno stabilisce la vendita di due terzi della produzione di gas a Gazprom ed inoltre la promessa all’Azerbaigian di acquistare il suo gas a prezzo superiore di quanto pattuito con l’Europa, lasciando così le riserve di Nabucco a secco.
Ma le attività dell’ENI in terra russa non si limitano solo a South Stream: negli anni ha realizzato il gasdotto Blue Stream e le condotte offshore presso Sakhalin, ha siglato contratti di vendita di gas in Russia, si è aggiudicata lo sfruttamento di alcuni giacimenti russi. E ha restituito alla Gazprom il 20% delle azioni di Gazprom Neft’, acquistate dalla Jukos, finita in bancarotta dopo l’arresto di Mikhail Khodorkhovskij (Lotta Europea si è già interessata a questo personaggio il 30 dicembre 2010).
In questo scenario di guerra fredda energetica la scelta di ENI appare coraggiosa. Ci sarà un nuovo caso Mattei? Read More
domenica 13 febbraio 2011
Negli ultimi anni la distanza tra Roma e Mosca si è accorciata a seguito di una serie di scelte strategiche da parte dei governi italiani, specialmente di quelli a guida Berlusconi, amico personale di Vladimir Putin: in economia, partecipando a progetti energetici impostati dal Cremlino, in varie crisi geopolitiche, optando per un appoggio alle scelte russe, anche in contrasto con gli Stati Uniti. Un rapporto, quello tra Berlusconi e la Russia, iniziato nel 1988, quando la Publitalia 80, anche grazie alla mediazione di dirigenti del PCI, divenne la sola concessionaria di pubblicità per le aziende di tutta Europa sui canali televisivi sovietici: un mercato, allora, di 280 milioni di utenti, attraverso 100 milioni di televisori. Cavaliere a parte, nessun governo italiano ha mai ignorato ieri l’URSS, oggi la Russia: è sotto il governo Prodi che Eni e Gazprom hanno stretto accordi per la costruzione del gasdotto South Stream (di cui si parlerà più ampiamente nel prossimo articolo).Ma andiamo con ordine. E partiamo dal vertice N.A.T.O. dell’aprile 2008, quando il governo italiano si schierò contro la proposta statunitense di concedere a Georgia e Ucraina, appena uscite dalle rispettive rivoluzioni colorate, la Membership Action Plan per agevolarne l’ingresso nell’Alleanza Atlantica. E arriviamo alla guerra georgiana dell’agosto 2008, quando Berlusconi si impegnò per una soluzione diplomatica del conflitto e, soprattutto, evitare al Cremlino sanzioni internazionali. L’indipendenza del Kosovo e il progetto di scudo antimissile da posizionarsi tra Varsavia e Praga sono, per il premier Berlusconi, continue provocazioni. E come se non bastasse, in qualità di presidente di turno del G8, nel 2009, il governo italiano ha rilanciato i lavori per la creazione di un comune spazio euroasiatico, sancito da un trattato sulla sicurezza paneuropea.
Intanto, in attesa dell’auspicata futura integrazione della Russia in Europa, l’Italia continua a correre da sola verso Mosca. L’interscambio commerciali supera i 25 miliardi di euro, con più di 10 miliardi di esportazioni tricolori. A legarci a doppio filo sono sicuramente le materie prime combustibile: il 70% delle importazioni dalla Russia è costituito da gas e petrolio. Ma, come già detto, ai rapporti tra Eni e Gazprom dedicheremo un capitolo a parte, la prossima settimana.
Prescindendo, quindi, per il momento, dal settore energetico, altra realtà di punta dell’imprenditoria italiana in Russia è Finmeccanica: tra gli altri, ha siglato accordi per la costruzione e la vendita di velivoli per il trasporto regionale, per l’assemblaggio di elicotteri civili, l’installazione di un sistema di controllo e sicurezza del traffico su rotaie. Anche l’Enel è fortemente radicata con interessi che spaziano dai campi di gas siberiani al settore nucleare alla distribuzione e vendita di energia elettrica. E poi automobili, elettronica, abbigliamento, calzature, mobili. Ma anche edilizia, metallurgia, ceramica, agroalimentare, banche. E nello stesso tempo aziende russe fanno affari nello Stivale, rilevando aziende siderurgiche, gestendo porti (Rimini), costruendo, acquistando e vendendo immobili. E l’elenco potrebbe continuare ancora per molto.
Insomma: nei confronti della Russia, l’Italia ha decisamente intrapreso una propria politica estera indipendente. Quanto basta per dar fastidio a Washington.
giovedì 30 dicembre 2010
A seguito dell'ultima condanna per furto ultramiliardario e riciclaggio, Mikhail Khodorkovsky, ex magnate de petrolio, sconterà un totale di 14 anni di prigione, di cui 7 già scontati dal momento del suo arresto (ottobre 2003).
Ma chi è quest'uomo? Un martire della libertà e della democrazia, come lo dipingono i media occidentali, oppure un ladro e nemico della nazione, secondo l'accusa del governo Putin?
Di origine ebrea, egli ha ha cominciato la sua brillante carriera nel 1990, fondando una banca (la Menatep Banking Group) con la quale, alla caduta dell'URSS ha potuto approfittare delle privatizzazioni messe in atto dal governo di Mosca, acquistando il patrimonio industriale e minerario della nazione, oramai in svendita. L'affare maggiore lo ha concluso nel 1995, comprando il colosso petrolifero Yukos (oggi Gazprom) per la modica cifra di 350 milioni di dollari, a fronte di un valore reale di 15 miliardi di dollari (questa la sua quotazione in borsa): 42 volte di più.
Eppure anche 350 milioni di dollari non sono pochi: chi glieli aveva dati? I Rothschild di Londra. E proprio a uno di loro, Jacob, passò il pacchetto azionario della Yukos in possesso di Khodorkovski, al momento dell'arresto di quest'ultimo: secondo un accordo tra i due, in caso di guai le azioni di Mikhail sarebbero diventate di Jacob, così che Mosca non avrebbe potuto sequestrarle.
Salito al potere, Vladimir Putin ha (ri)nazionalizzato la Yukos restituendola al Paese: oggi è la Gazprom.
Non solo. Nel 2000, quando Putin fu eletto presidente, la Russia aveva un debito di 16,6 miliardi di dollari con il Fondo Monetario Internazionale e di 36 miliardi con il Club dei Creditori di Parigi e Londra, i banchieri privati prestatori agli Stati, egemonizzato, ancora una volta, dai Rohtschild. Il rincaro dei prezzi petroliferi ha consentito a Putin di dirigere una parte dei profitti di Gazprom per estinguere anticipatamente i debiti nazionali (operazione completata nel 2006).
Ha fatto perdere loro soldi. Ha fatto perdere loro la Yukos. Ha fatto perdere il loro uomo. Ecco perché i Rotschild odiano Putin. Ecco perché i media occidentali piangono sul destino di Khodorkovski.
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Ma chi è quest'uomo? Un martire della libertà e della democrazia, come lo dipingono i media occidentali, oppure un ladro e nemico della nazione, secondo l'accusa del governo Putin?
Di origine ebrea, egli ha ha cominciato la sua brillante carriera nel 1990, fondando una banca (la Menatep Banking Group) con la quale, alla caduta dell'URSS ha potuto approfittare delle privatizzazioni messe in atto dal governo di Mosca, acquistando il patrimonio industriale e minerario della nazione, oramai in svendita. L'affare maggiore lo ha concluso nel 1995, comprando il colosso petrolifero Yukos (oggi Gazprom) per la modica cifra di 350 milioni di dollari, a fronte di un valore reale di 15 miliardi di dollari (questa la sua quotazione in borsa): 42 volte di più.
Eppure anche 350 milioni di dollari non sono pochi: chi glieli aveva dati? I Rothschild di Londra. E proprio a uno di loro, Jacob, passò il pacchetto azionario della Yukos in possesso di Khodorkovski, al momento dell'arresto di quest'ultimo: secondo un accordo tra i due, in caso di guai le azioni di Mikhail sarebbero diventate di Jacob, così che Mosca non avrebbe potuto sequestrarle.
Salito al potere, Vladimir Putin ha (ri)nazionalizzato la Yukos restituendola al Paese: oggi è la Gazprom.
Non solo. Nel 2000, quando Putin fu eletto presidente, la Russia aveva un debito di 16,6 miliardi di dollari con il Fondo Monetario Internazionale e di 36 miliardi con il Club dei Creditori di Parigi e Londra, i banchieri privati prestatori agli Stati, egemonizzato, ancora una volta, dai Rohtschild. Il rincaro dei prezzi petroliferi ha consentito a Putin di dirigere una parte dei profitti di Gazprom per estinguere anticipatamente i debiti nazionali (operazione completata nel 2006).
Ha fatto perdere loro soldi. Ha fatto perdere loro la Yukos. Ha fatto perdere il loro uomo. Ecco perché i Rotschild odiano Putin. Ecco perché i media occidentali piangono sul destino di Khodorkovski.
lunedì 22 novembre 2010
Nelle settimane scorse il governo della Costa Rica ha autorizzato quello del Nicaragua a effettuare alcuni lavori di sistemazione degli argini del fiume San Juan che segna, in parte, il confine fra i due Paesi: i nicaraguensi, sotto la direzione del Comandante Zero della Rivoluzione Sandinista (in seguito leader dei Contras e oggi braccio destro del premier Ortega), ne hanno approfitatto per occupare un isolotto al centro del fiume, dove hanno costruito un accampamento militare e hanno issato la propria bandiera. La Costa Rica (che non ha un esercito nazionale dal 1948) ha risposta mandando sul posto una pattuglia di polizia.Apparentemente una lite di confine tra le due nazioni sud-americane, insignificante per il resto del mondo.
Solo apparentemente.
Sembra, infatti, che il corso del fiume San Juan potrebbe far parte del percorso del Canale del Nicaragua, un vecchio progetto di canale di comunicazione tra l'Atlantico e il Pacifico, alternativo a quello di Panama, mai realizzato ma, allo stesso tempo, mai abbandonato del tutto.
Ultimamente il progetto ha attirato gli interessi della Russia, in cerca di collegamenti migliori ai pozzi di petrolio scoperti recentemente al largo di Cuba (nei quali Gazprom detiene il 30% delle assegnazioni). Il canale costituisce, dunque, un tassello importante per la realizzazione di un rotta energetica che unisca Vladivostok al Mar dei Caraibi.
Secondo un'analisi del quotidiano israeliano Haaretz, questa colossale operazione farebbe gola anche a Chavez, interessato a nuove vie di sbocco per il proprio petrolio (verso la Cina) e all'Iran, cui sarebbe assicurata una base strategica nella regione.
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giovedì 22 aprile 2010
Kirghizistan, una rivolta di piazza abbatte il governo di Bakiev, mettendo fine all’amministrazione che prese il potere grazie alla rivoluzione dei tulipani nel 2005, consegnando il potere all’opposizione.
Fin qui una buona notizia, se non fosse che Roza Otunbaieva, leader dell’opposizione e ora capo del governo provvisorio, ha frettolosamente dichiarato che la base U.S.A. di Manas, nevralgica per le operazioni in Afghanistan, resterà aperta e operativa. Si tratta, dunque, di un cambiamento di assetto di potere, del quale gli Usa non dovranno avere paura. Perché mai?
Il Kirghizistan è uno degli stati protagonisti delle tanto acclamate dai media internazionali “rivoluzioni colorate” le quali, grazie al supporto economico e logistico occidentale, attuarono un cambiamento di rotta in tutti quei paesi appartenenti all’orbita russa e stranamente crocevia delle risorse energetiche dell’Asia centrale, ora convinti sostenitori del fronte occidentale e della libertà, tanto da aver già svenduto e privatizzato ogni tipo di risorsa statale alla finanza internazionale. Georgia, Ucraina, Bielorussia, Azerbaigian, Mongolia, Kirghizistan, furono quindi il tentativo americano (in alcuni casi non riuscito) di fare terra bruciata intorno alla Russia, ormai pericolosamente liberata dal cappio del debito internazionale, comprando, con il contributo del filantropo George Soros e dei media internazionali, il consenso delle popolazioni intorno a questi nuovi leader, ancora più corrotti dei precedenti dittatorelli, nonché della comunità internazionale, schierata compatta a favore di queste nazioni in lotta per la “democrazia”.
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Fin qui una buona notizia, se non fosse che Roza Otunbaieva, leader dell’opposizione e ora capo del governo provvisorio, ha frettolosamente dichiarato che la base U.S.A. di Manas, nevralgica per le operazioni in Afghanistan, resterà aperta e operativa. Si tratta, dunque, di un cambiamento di assetto di potere, del quale gli Usa non dovranno avere paura. Perché mai?
Il Kirghizistan è uno degli stati protagonisti delle tanto acclamate dai media internazionali “rivoluzioni colorate” le quali, grazie al supporto economico e logistico occidentale, attuarono un cambiamento di rotta in tutti quei paesi appartenenti all’orbita russa e stranamente crocevia delle risorse energetiche dell’Asia centrale, ora convinti sostenitori del fronte occidentale e della libertà, tanto da aver già svenduto e privatizzato ogni tipo di risorsa statale alla finanza internazionale. Georgia, Ucraina, Bielorussia, Azerbaigian, Mongolia, Kirghizistan, furono quindi il tentativo americano (in alcuni casi non riuscito) di fare terra bruciata intorno alla Russia, ormai pericolosamente liberata dal cappio del debito internazionale, comprando, con il contributo del filantropo George Soros e dei media internazionali, il consenso delle popolazioni intorno a questi nuovi leader, ancora più corrotti dei precedenti dittatorelli, nonché della comunità internazionale, schierata compatta a favore di queste nazioni in lotta per la “democrazia”.
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