Lotta Europea

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giovedì 6 ottobre 2011

Il tre ottobre, in viale dell'Astronomia sono arrivate due lettere, una targata Fiat e Chrysler, l'altra Fiat Industrial. Una sola firma in calce, quella di Sergio Marchionne. Un solo messaggio: il Lingotto esce da Confindustria.
Marchionne ha parlato di una scelta politica. Niente di più falso.
Per comprondere in pieno questa decisione si deve tornare al 21 settembre, quando sotto la guida della Marcegaglia, i quattro maggiori sindacati si sono trovati a firmare un accordo sui contratti industriali, stipulato il 28 giugno.
Accordo che, di fatto, andava ad annulare in sole tre righe, aggiunte a settembre, l'articolo 8 della manovra governativa di ferragosto, che legittimava l'opting out condizionato: dava cioè la possibilità ai contratti aziendali e territoriali di stringere, per determinati fini, intese in deroga ai contratti nazionali e alla legge stessa.
Tra le materie per le quali era prevista la deroga figurava anche il licenziamento. In parole povere si conferiva la libertà di licenziare. Un decreto salva Fiat in tutto e per tutto.
L'accordo del 28 giugno ha visto dunque la Fiat uscire sconfitta, in quanto non gli sarebbe stato più possibile avere le mani libere per portare a termine tutti i suoi piani di restaurazione aziendale,
Marchionne da bambino viziato a cui è stata tolta la caramella è dunque uscito dalla Confindustria.
Un vero e proprio divorzio all'italiana.
Ma gli alimenti li pagheranno solo i lavoratori.
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venerdì 31 dicembre 2010

Premessa: l'estradizione di Cesare Battisti, dibattuta in questi giorni, non ci interessa. Non siamo giustizialisti assetati di vendetta. Non ci vogliamo accodare a chi cerca di riaprire vecchie ferite e rimestare i fatti di una stagione chiusa. Non siamo alla ricerca di buoni e cattivi. Non crediamo a chi, in questi giorni, cerca paragoni inesistenti con gli anni settanta e il terrorismo, rosso o nero. E' una pagina chiusa. E non vorremmo che qualcuno ne approfitasse per riaprirla.

Però...

In tutta questa storia c'è un dettaglio che lega il presidente brasiliano Lula, l'ex militante dei PAC Cesare Battisti e l'AD del gruppo FIAT Sergio Marchionne. Un dettaglio che rischia di passare inosservato, ma che forse merita qualche attenzione in più.
Lula sostiene di avere preso la sua decisione, contraria all'estradizione, da mesi, am di averla comunicata solo ora. Perché, questo ritardo? Perché di mezzo c'era una campagna elettorale da portare avanti, con la maggioranza degli elettori favorevoli all'estradizione di Battisi, considerato dai più un semplice e volgare "rapinatore".
Ma ancora di più perché di mezzo c'erano affari da concludere con la FIAT di Marchionne e la trattativa con il partner italiano rischiava di saltare insieme alle relazioni diplomatiche fra i due Paesi. Per la precisione c'era un impianto produttivo da inaugurare: un investimento da 1770 milioni di dollari (!!!) per produrre 200mila automobili a partire dal 2014.
Ed è per lo stesso motivo che Lula si è detto sicuro che l'Italia non reagirà alla mancata estradizione di Battisti
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martedì 27 aprile 2010

Nei giorni scorsi da tutti i media, italiani e internazionali, si sono alzati solo applausi e complimenti per Sergio Marchionne e il suo piano di ristrutturazione della FIAT: 700 milioni di investimento e trasferimento della produzione della nuova Panda nello stabilimento di Pomigliano.
Fin qui notizie positive, se non per un piccolo, grande dettaglio: la manovra è subordinata alla concessione, da parte dei sindacati e degli operai, di diciotto turni settimanali e di maggiore flessibilità. Peccato che nella fabbrica campana si lavori già anche la domenica mattina...
Apparentemente, i numeri stanno dalla parte di Marchionne: nel 2009, i 21900 dipendenti italiani hanno prodotto 600mila vetture, nello stesso tempo in cui i 6500 operai polacchi dello stabilimento di Tichy producevano 605mila veicoli (Panda, 500 e, per conto della Ford, Ka). Ma cosa nascondono in realtà queste cifre?
In Polonia si lavora su tre turni per 6 giorni alla settimana, solo una parte dei lavoratori è assunto con contratto a tempo indeterminato, lo stipendio medio si aggira sui 400/500 € mensili. In Brasile le cose vanno ancora peggio: a Betim, i 12300 operai (il numero è frutto di una media, dato che varia in continuazione per le entrate e le uscite di lavoratori secondo l'andamento della domanda) hanno prodotto, sempre nel 2009, ben 736mila veicoli, lavorando 44 ore alla ssettimana, per 850 € mensili (neanche 5 € all'ora). A Krgujevac, in Serbia, nel 2011, secondo i programmi, 2500 operai produranno 200mila macchine, per 400 € a mese.
Sono questi i frutti della delocalizzazione delle industrie.
Sono questi gli standard salariali che si vogliono importare in Italia?
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martedì 23 marzo 2010

La FIAT, dopo aver usufruito degli aiuti statali sottoforma di bonus governativi per l’acquisto di automobili, ha annunciato la chiusura, da fine 2011, dello stabilimento di Termini Imerese, nello stesso tempo in cui ha comunicato l’aumento della produzione nelle fabbriche polacca e brasiliana. Una manovra che alla famiglia Agnelli-Elkann permetterà di risparmiare qualcosa come 20 milioni di euro.
Intanto, dal 22 febbraio al 5 marzo, in tutti gli stabilimenti italiani della casa automobilistica, 30 mila dipendenti sono stati messi in cassa integrazione. La causa? Il gruppo torinese ha comunicato una perdita nel bilancio provvisorio del 2009. Una perdita che però non ha impedito ai vertici del Lingotto di annunciare, comunque, un dividendo per gli azionisti pari a 237 milioni di euro.
Funziona così da oltre un secolo: la FIAT privatizza i profitti e socializza le perdite; batte cassa in Italia e ricatta il governo, ma sposta la produzione all’estero.
A fronte di tutto ciò, Ernesto Auci, responsabile della Comunicazione per il Lingotto, ha osato sostenere che “la Fiat non é un'azienda assistita”: un’affermazione che contrasta con una storia centenaria di finanziamenti agevolati e a fondo perduto, di regali (Alfa Romeo) e di contratti statali di fornitura.
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