Lotta Europea

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lunedì 24 ottobre 2011

In quest’ultimo periodo la Turchia si sta proponendo come leader morale per le nazioni arabe uscenti dalle diverse “rivoluzioni”, tutte affamate di democratizzazione. Chi può meglio assurgere a questo ruolo di un paese in cui, dopo la costituzione della Repubblica Turca per opera del movimento di Mustafa Kemal Atatürk, vi è stata una netta separazione tra potere secolare e religione islamica?

A Salonicco, città da cui partì la rivoluzione dei Giovani Turchi, negli anni a cavallo tra l’800 e il ‘900, vi era una forte presenza (circa 15.000) di Dunmeh sabbatei, persone apparentemente musulmane ma in realtà appartenenti alla setta cripto-giudaica seguace di Sabbatai Zevi. Quest’ultimo, vissuto nel ‘600, proclamatosi Messia del popolo di Israele, era stato arrestato e costretto a convertirsi all’Islam, suscitando grande delusione nei suoi sostenitori. È tuttavia sull’apostasia che si basava tutto il sabbateismo. Infatti Zevi promuoveva l’eresia del “messia peccatore”, che per la redenzione deve discendere nell’abisso del peccato e compiere il gesto più vergognoso: il rifiuto della Torah. E giustamente, per non essere da meno e soprattutto per raggiungere la salvezza, gli adepti della setta dovevano compiere riti orgiastici e pratiche tipiche delle sette esoteriche come la sodomia e l’incesto. (Per inciso, settant’anni dopo, Zevi, apparve in sogno ad un giovane ebreo polacco, Jacob Frank, che, guidato dal “santo spirito” si proclamò Messia, compì l’apostasia convertendosi al cristianesimo, creando una setta di pseudo-cattolici).

In Turchia i Dunmeh finirono per occupare posti privilegiati nei settori della politica, degli istituti bancari e del commercio ed è accertato che queste “moralissime” sette, essendo ben inserite nelle lobby affaristiche e politiche, abbiamo influenzato la rivoluzione dei Giovani Turchi che, esautorando il sultanato, posero le basi per il moderno e democratico Stato Turco, a difesa della cui laicità la Costituzione pose l'esercito, la cui élite è alle strette con il governo di Erdogan.

Siamo davvero così sicuri che gli altri stati islamici siano pronti a porsi sotto l’ala protettrice di un paese che non ha un identità politico-religiosa così trasparente?
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martedì 16 agosto 2011

Durante l'occupazione tedesca, la popolazione francese si trovò divisa in due: collaborazionisti (inizialmente numerosissimi) e uomini della resistenza (tanto numerosi alla fine del conflitto).
Il fenomeno della collaborazione fu animato sopratutto dagli intelletuali che vedevano nelle gesta dei tedeschi l'unica salvezza dall'annichilamento dell'uomo e dall'imane decadenza che avanzava.
Così fra le fila dei collaborazionisti troviamo accademici, giovani di belle speranze, autori di successo ed ingenui sognatori: alcuni furono subito dimenticati, di altri è rimasto solo il ricordo della loro produzione prebellica, mentre le indubbie capacità letterarie di altri sono state offuscate dal marchio del tremendo peccato di tradimento.
I protagonisti di questo fenomeno, che non fu affatto omogeneo, si differenziarono per le disparità di visionei, per le differenze di età, caratteri e temperamento.
Una volta che la Francia fu liberata, il destino fu per loro crudele: infatti furono boicottati dagli stessi intellettuali di sinistra, riuniti nel Comitato Nazionale degli Scrittori (di cui facevano parte, fra gli altri, Aragon, Sartre, Malraux e Camus) , a cui non era stato vietato di produrre e di pubblicare le loro opere durante l'occupazione.
Chi furono gli intelletuali collabos?
Louis-Ferdinand Celine, l'autore di Viaggio al termine della notte, di Morte a credito e di 3 pamphlets "maledetti". Fra questi ultimi spicca L'Ecole des cadavres, scritto prima che scoppiasse il conflitto mondiale, in cui la Germania è vista come l'unica nazione in grado di riequilibrare un' Europa ormai condannata alla rovina.
Anche Pierre Drieu La Rochelle, già in alcune poesie scritte durante la Grande Guerra, e poi ancora durante l'occupazione del suolo francese, delineava la Germania come unificatrice di una nuova, autonoma Europa, in grado di riassumere il suo legittimo posto di Occidente del mondo, abbandonando il ruolo di povero continente smarrito ai quattro venti: "vent asiatique, vent slave, vent juif, vent américan".
E ancora Jean Luchaire, Alphonse De Chàteaubriant, Maurice Sachs, Robert Brasillach,e tanti altri scrittori e gionalisti di riviste come "Je suis partout" e "Nouvelle Revue Français". Uomini che, al di là degli avvenimenti politici e militari, delle convenienze civili ed economiche, contribuirono alla formulazione di quella concezione che vedeva nella collaborazione con la Germania la sola concreta possibilità di coronora finalmente il grande sogno di un'Europa veramente unita e sottratta al nichilismo e alla decadenza contemporanea.
Un continente liberato dai confini interni, un "Europe contre les patries".
Un'Europa salda, possente, in grado di opporsi alle due superpotenze che la stringevano nelle loro morse.
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