Lotta Europea

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venerdì 13 marzo 2015

Pechino ha recentemente comunicato ufficialmente le cifre della spesa militare previste per il 2015: 150 miliardi di dollari (a cui vanno sommati i denari spesi per i settori della ricerca e sviluppo e della polizia paramilitare, top secret a Pechino), con un incremento del 10,1% rispetto all'anno precedente (132 miliardi $). Si registra dunque una flessione nel trend di crescita (passata dal +12,2% del 2014 sul 2013 all'attuale +10,1%) che, se letta parallelamente al diminuito tasso di crescita del PIL stimato a +7% nell'anno in corso (era +7,4% nel 2014 e +7,7 nel 2013), non basta a tranquillizzare gli USA, ancora gli unici antagonisti in grado di contrastare l'ascesa militare ed economica del dragone, né i suoi avversari regionali nel Mar Cinese Orientale. Tanto più se si considera che i maggiori investimenti saranno effettuati nell'ammodernamento della marina: la vulnerabilità rappresentata dai 14000 chiliometri della costa orientale (sfruttata dai giapponesi nel secondo conflitto mondiale e dagli inglesi prima di loro) non può certo al momento dirsi coperta da una flotta che possiede all'attivo una sola portaerei (prodotta nel 1998 in Ucraina ed entrata in funzione nel 2012).
Altro settore di sviluppo è quello delle capacità cibernetiche e della tecnologia satellitare. A tal proposito, non passano inosservate le reciproche accuse ed i reciproci casi di ciberspionaggio con gli USA ed il pià recente arresto di due operai della base militari di Dalian, accusati di aver venduto segreti militari a spie straniere. Due vicende che, nella loro diversità, mostrano la vulnerabilità dello spionaggio e del controspionaggio, che ha spinto il governo ad adottare nuove misure legislative, che, sfruttando l'allarme terrorismo, colpiscono i propri cittadini sorpresi a collaborare con organizzazioni o individui stranieri che conducono attività di intelligence.
A proposito di terrorismo. Nessuno si meravigli quando si parlerà di Isis anche in territorio cinese: i contatti tra gli uiguri e i veterani della guerra in Siria sono già stati denunciati da Pechino e la regione dello Xinjiang è sufficientemente ricca di petrolio perché la presenza di cellule terroristiche sia sfruttata per giustificare la presenza dell'esercito ed il rinnovato controllo governativo sul territorio, proprio come accade più ad Est con lo Stato Islamico.
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domenica 8 giugno 2014

Sulle reali cause delle violenze ucraine c'è un dettaglio illuminante che (forse proprio perché così illuminante) è sfuggito ai più: la rivolta di piazza Maidan è scoppiata quando l'ex presidente Yanukovich ha rifiutato le proposte di associazione alla UE e ha lasciato intendere di voler aderire al progetto di Unione Eurasiatica lanciato da Putin e al quale hanno già risposto positivamente il bielorusso Lukashenko ed il kazako Nazarbaev. Si tratta di creare uno spazio di cooperazione economica e commerciale in uno spazio politico e geografico abitato da 170 milioni di persone, forte di scambi commerciali fra i tre paesi membri pari 66,2 miliardi di dollari e, soprattutto, di riserve di gas e di petrolio pari rispettivamente al 20 e al 15% di quelle globali. Un tesoro che ha attirato l'attenzione di Armenia, Kirghizistan e Tagikistan, pronti ad aderire al progetto, e della ben più potente Cina, che, dopo gli accordi siglati con Mosca in materia energetica e finanziaria, è pronta ad investire in quella "rete di trasporti e percorsi logistici d'importanza non solo regionale ma globale" promessa da Putin come conseguenza naturale dell'Unione. Ora che il posto di Yanukovich è stato occupato da Poroshenko, pronto (e prono) a riaprire le trattative con Washington e Bruxelles, la nuova creatura di Putin dovrà fare a meno della sua Ucraina e del suo connaturato ruolo di porta dell'Europa e corridoio energetico.
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giovedì 15 maggio 2014

La Cina, è noto, ha fame di energia per sostenere la propria industria manifatturiera e di conseguenza la propria irrefrenabile crescita economica: nella speciale classifica dei principali consumatori di energia, ha ormai scavalcato gli Stati Uniti e conquistato la vetta, con 2735 tonnellate equivalenti di petrolio (il 22% dei consumi mondiali).  Il 13% del suo fabbisogno energetico è soddisfatto tramite importazioni: in controtendenza rispetto al rivale americano, che ha visto scendere il proprio tasso di dipendenza dal 21% al 17% nel biennio 2011-2012, il tasso cinese è più che raddoppiato rispetto al 6% del 2011. Infine, va considerato come attualmente la Cina derivi la propria energia essenzialmente dal carbone (68% del totale) piuttosto che dal petrolio o dal gas naturale (5%).
Di fronte a questi dati, la strategia di Pechino per assicurarsi un certo grado di stabilità non può che strutturarsi su una direttiva duplice: da una parte la diversificazione del proprio mix energetico (a favore di materie prime più conveniente e meno inquinanti) e dei paesi fornitori, dall'altro lo sviluppo della produzione interna.
Nell'ambito del primo obiettivo, quello della diversificazione delle fonti, rientrano i recenti accordi siglati con la Russia che, per parte sua, a tutto l'interesse ad aprire i propri mercati di export a Oriente, stante la situazione critica con l'Ucraina e l'Europa: il contratto di 25 anni sottoscritto tra Rosneft e Cnpc ha ad oggetto la fornitura di 365 milioni di tonnellato di petrolio (per un valore totale di 270 miliardi di dollari), mentre si stringono i tempi per un'ulteriore accordo trentennale tra Gazprom e Cnpc per la fornitura di 28 miliardi di metri cubi di naturale, destinati a crescere nel tempo fino ad un massimo di 68 miliardi.
Dall'altra parte, è notizia di questi giorni lo scontro tra Cina e Vietnam a seguito dell'avvio delle perforazioni cinesi in prossimità delle isole Paracel, contese tra Cina, Vietnam e Taiwan: è la prima volta che un'azienda cinese conduce da sola un'attività di perforazione in mare aperto. Lo scopo è chiaro, come chiaro era nel caso della sua nuova Air defense identification zone estesa fino alle isole Senkaku rivendicate da Tokyo:  estendere il più possibile i propri confini su acque in cui passano le principali rotte commerciali internazionali e che nascondo dai 23 ai 30 miliardi di tonnellate di petrolio e 16 trilioni di metri cubi di gas naturale.
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lunedì 3 marzo 2014

E' ormai evidente che il sistema produttivo della Cina si sta evolvendo e che questa evoluzione comporterà pesanti ripercussioni sui rapporti con gli Stati Uniti in generale e con il finanziamento del deficit americano in particolare. Secondo le analisi e le prospettive di studio, rispetto ai settori manifatturiero ed edilizio, che hanno rappresentato fino ad oggi il vero motore della crescita di Pechino, il settore dei servizi ha bisogno di circa il 35% dei posti di lavoro in più per unità di PIL: se ne desume che, nonostante i suoi tassi di crescita annua siano scesi intorno al 7/8%, il governo cinese potrebbe comunque raggiungere gli obiettivi prefissati nella lotta alla disoccupazione e alla riduzione della povertà. In altre parole, i suoi consumi interni sono destinati a crescere, deprimendo, per compensazione, i risparmi in eccesso, ponendo Washington di fronte ad un tragico interrogativo: chi finanzierà il deficit di bilancio degli Stati Uniti? E a quali condizioni? Sono domande poste in prospettiva futura, a cui però l'America dovrà rapidamente trovare una risposta. Perché nel frattempo la Cina ha recentemente dichiarato di avere ridotto la propria esposizione in titoli del Tesoro Usa (che ammonta attualmente a 1,27 trilioni di dollari) per una cifra pari a 47,8 miliardi di dollari, mentre nel report Gold Survey 2013 pubblicato dalla Gold Fields Mineral Services è descritto il “più grande movimento di oro nella storia, in termini di valore”, diretto proprio in Cina.
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lunedì 25 marzo 2013


20 (venti) euro: tanti sono quelli che risparmierà la Candy per ogni lavatrice prodotta a Jiangmen, in Cina, anziché a Brugherio, in Brianza. 140 € anziché 160, costi industriali e spese di trasporto verso i grandi scali del Nord Europa compresi. Tanto basta perché perdano il lavoro 150 persone (un terzo degli addetti al montaggio), nonostante abbiano proposto di intensificare la produzione, arrivando a produrre 46 macchine l'ora contro le attuali 35. Niente da fare: a Brugherio si produrranno solo 450mila lavatrici (oggi se ne lavorano 700mila), a Jiangmen 3 milioni, in gran parte destinate al mercato europeo. Paradossi del libero mercato e del villaggio globale, che ha già portato alla chiusura di altri quattro impianti della stessa azienda in Italia, a Milano, Erba, Bergamo e Lecco.
Ed è solo l'ultima di una infinita lista di imprese, FIAT in testa, che hanno delocalizzato e stanno delocalizzando la propria attività, spostando la produzione nei paesi in via di sviluppo e nelle economie emergenti, dove il lavoro costa meno, la dignità dei lavoratori è calpestata e lo stato è assente (o finge di non vedere).
C'è ancora un futuro per l'industria italiana o il destino segnato è quello di diventare esclusivamente una meta turistica? C'è ancora spazio per la manifattura in un paese abitato ormai solo da artisti, designer e call center? La risposta ce la sta dando la Germania, dove i grandi produttori, superato il periodo buio della crisi, hanno mantenuto il grosso dell'attività in patria, complice uno stato che, capace di una visione strategica, è stato in grado di sostenere l'innovazione e le riconversioni industriali, con investimenti pubblici e piani sociali.
Ancora una volta, la risposta è Politica.
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venerdì 9 novembre 2012

A Pechino è nata una nuova Agenzia di Ratings: la "Universal Credit Rating Group”, società mista nata dalla collaborazione della cinese Dagong, della russa RusRating e dell’americana Egan-Jones.
Scopo dichiarato del nuovo soggetto finanziario, apertamente espresso durante la conferenza stampa di presentazione tenutasi a Pechino, è quella di creare un nuovo riferimento per gl investitori, alternativo al cartello di marca americana, composto da Moody’s, Standard&Poor’s e Fitch, che da soli controllano il 90 % del mercato del rating.
Una mossa prettamente politica prima ancora che economico-finanziaria. Una mossa che permette naturalmente di rafforzare l'asse Mosca-Pechino, ormai ben delineato, almeno da quando la Cina ha cominciato a pagare in yuan il petrolio russo. Da una parte la Russia, che ha trovato ad Est, nella Cina e nel Giappone, quei partner economici che non ha trovato ad Occidente in Europa; dall'altra la Cina, che sgomita per smarcarsi dall'orbita di Washington, a cui resta comunque ancora legata a doppio filo.
L'Europa, la UE, come sempre resta a guardare, incapace di prendere decisioni altrettanto coraggiose.
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venerdì 27 aprile 2012

La situazione nel Pacifico, snodo fondamentale per i traffici petroliferi, sta diventando sempre più instabile e nella secca a sud della Cina, vicino all'isola di Luzon, nelle Filippine, soffia un vento di guerra. Scrive il quotidiano cinese Global Times che "è preciso dovere della Cina rafforzare il potere di deterrenza nel Mar cinese meridionale, difendendo i propri diritti con dimostrazioni di forza” e, ancora, che “un conflitto armato è ancora possibile”.Frasi che pesano come macigni, arrivate a seguito di un lungo periodo di incidenti diplomatici e scaramucce tra Cina e Filippine: l'episodio più importante, la settimana scorsa, ha visto l'intervento di due portaerei cinesi per trarre in salvo i membri di due pescherecci di connazionali, passibili di arresto secondo Manila, che aveva già inviato una nave da guerra a compiere l'azione. Da quel momento, il tratto di mare conteso, intorno all'arcipelago noto come Scarborough Shoal oppure come Huangyan a seconda della lingua parlata, filippino o cinese, è presidiato tanto dalle pattuglie navali cinesi quanto dalla guardia costiera filippina.Il soprannome di "secondo Golfo Persico", dovuto alla ricchezza di petrolio e gas naturale, spiega bene l'importanza di queste piccole isole inesplorate e sconosciute ai più. A contendersi il controllo della zona, oltre alla Cina e alle Filippine, ci sono anche la Malesia, Taiwan, il Brunei, il Vietnam e gli immancabili Stati Uniti, corsi in aiuto di Manila con almeno 4500 soldati impegnati in esercitazioni militari (denominate Balikatan) congiunte con l'esercito filippino. La risposta di Pechino non è tardata: il Ministro della Difesa ha, infatti, accusato l'ingerenza della Casa Bianca e la sua "mentalità da guerra fredda".Una guerra fredda che, possiamo profetizzarlo, non diventerà mai "calda" e non sfocerà mai in una gueera aperta: troppi gli interessi comuni e i legami che accomunano i due Paesi più di quanto singole questioni contingenti li dividano.

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venerdì 20 aprile 2012

Sempre più ostica la strada che porterà alla costruzione del gasdotto che dovrebbe presto portare il greggio iraniano al Pakistan: un gasdotto da1,5 miliardi di euro, lungo oltre 2 mila chilometri dai giacimenti di South Pars (nel Golfo Persico) alla provinciana pachistana del Baluchistan (nel sudovest del Paese) a Karachi, capitale economica del Pakistan. Inizialmente il progetto prevedeva il prolungamento della conduttura fino all'India (da qui il nome "gasdotto della Pace", a sancire un riavvicinamento tra le storiche avversarie India e Pakistan), ma le pressioni statunitensi, concretizzare tramite l'offerta di un sostegno nello sviluppo del programma nucleare civile (poi bloccato perché utilizzato per scopi militari), hanno fatto saltare il tavolo delle trattative.

Gli interessi contrari alla costruzione di tale gasdotto fanno aumentare i sospetti di un intervento dei servizi segreti statunitensi e indiani (ma anche inglesi ed israeliani) nel sostegno e nell'armamemto dei movimenti separatisti del Baluchistan, in funzione anti-Islamabad ed anti-Teheran. Ma a rovinare i piani occidentali è aarrivata la Cina, che si è proposta per sostituire l'India come meta finale del gasdotto, entrando, anche finanziariamente, nel progetto.
Si prevedono grandi attentati nella regione...
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sabato 14 aprile 2012

"La Cina sta tessendo alleanze in funzione di una collocazione strategica in vista della fine dell'era Castro a Cuba, con la quale ha forti legami strategici": è quanto riporta il New York Times facendo riferimento a un cablogramma americano del 2003 reso pubblico da Wikileaks.
Ora che sono passati 9 anni da quel documento è possibile verificare quanto scritto. Anni fa Hugo Chavez ha permesso che imprese cinesi ricercassero petrolio nel territorio venezuelano così come un accordo con Cuba aveva permesso a Pechino di sfruttare un giacimento nei mari dello stetto della Florida. Le mire cinesi sulle isole caraibiche nel frattempo non si sono spente, ma, al contrario, si sono concretizzate in vari modi: stadi a Nassau (Bahamas) e a Dominica (Porto Rico), ospedali a Antigua e Barbudal, la residenza ufficiale del Primo Ministro a Trinidad e Tobago, un megaresort a Baha Mar, tutti regalati e tutti made in China. Investimenti costati parecchie centinaia di milioni di dollari, realizzati in isole e stati che si trovano giusto a un'ora di volo dalle coste degli Stati Uniti e da sempre sotto la loro influenza.
Come la prenderà ora lo Zio Sam?
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mercoledì 25 gennaio 2012

L'embargo europeo che blocca le importazioni di petrolio e di prodotti petrolchimici dall'Iran, non produrrà gli effetti voluti da Bruxelles, mentre sicuramente riuscirà a peggiorare la situazione economica dei paesi europei più dipendenti dal greggio iraniano, ossia le stesse nazioni che più pesantemente stanno facendo le spese della crisi finanziaria: Spagna, Grecia ed Italia, che insieme totalizzano l'80% dell'import europeo di greggio da Teheran.
L'Italia, in particolare, dipende fortemente dall'Iran, che rappresenta il suo quarto maggiore fornitore di petrolio. Inoltre, poiché il petrolio non è tutto uguale, le raffinerie italiane possono lavorare, in alternativa al greggio iraniano, quasi unicamente materie prime siriane, naturalmente anche esse indisponibili perché sottoposte ad embargo.
Al contrario, l'economia di Teheran non subirà forti contraccolpi da queste misure in quanto troverà nuovi acquirenti nella Cina e nell'India, la prima contraria all'embargo, la seconda pronta a pagare in rupie o in yen anziché in dollari. Il mercato iraniano fa gola a Pechino che, per bocca del suo presidente Hu Jintao, si è detta pronta a difendere Teheran in caso di attacco statunitense. Parole forti, che indicano come il dragone, oramai egemone nell'Africa subsahariana, è pronto a muovere i suoi primi passi nel Vicino Oriente, a caccia di materie prime per rifornire la propria industria manifatturiera.
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mercoledì 23 novembre 2011

Se il nuovo fronte americano fosse il pacifico?
Cosi dichiara il segretario di stato Hilary Clinton, cosi aveva già dichiarato il ministro della difesa Leon Panetta. Con queste due affermazioni è incominciato la nove giorni di Obama nel Pacifico.
Primo appuntamento, il meeting Apec (Asia-Pacific Economic Forum), organismo con cuigli Stati Uniti hanno stetto un accordo di libero scambio da cui rimane esclusa la Cina.
A seguire, Obama, si è recato in Australia dove si è incontrato con primo ministro locale Julia Gilard: al termine dell'incontro il presidente coloured (copyright di Lindsay Lohan) ha annunciato l'invio, nel giro di 6 anni, di 2.500 marines e numerosi velivoli (Airforceusa B52,caccia bombardieri e aerei da trasporto tattico) per presidiare i cieli ed incrementare l’utilizzo delle basi militari. Non è stato ancora fissato il numero di navi militari. Un piano di ampliamento della cooperazione militare che farà ricorso, oltre che a nuovi invii dagli USA, allo spostamento di truppe dalle basi in Asia e Giappone.
La Cina, avvertito il pericolo, è stata chiara: se le nuove forze militari fossero usate per minacciare gli interessi cinesi, l’Australia ne subirà le conseguenze. Naturalmente non sono mancate le rassicurazioni di rito da parte di Obama.
Gl interessi geopolitici americani nell'area sono chiari: l'oceano Pacifico è uno snodo fondamentale per i traffici petroliferi: qui si intersecano le rotte delle nave petrolieri provenienti dall'Africa orientale, dal Golfo Persico e dall'America Latina.
E come durante la seconda guerra mondiale la base di Darwin era il simbolo dell’alleanza americana ed australiana contro il Giappone imperiale, adesso gli Usa tornano a “ proteggere” le rotte del sud del pacifico contro il gigante asiatico di questi tempi.
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giovedì 26 maggio 2011

L'arresto di Strauss-Kahn e le sue successive dimissione dalla direzione del Fondo Monetario Internazionale hanno aperto la corsa alla successione. Dal dopoguerra ad oggi è stato in piedi un tacito accordo tra le potenze occidentali: all'Europa la massima poltrona del FMI, agli Stati Uniti quella della Banca Mondiale. E così il papabile successore di Strauss-Kahn sembra essere nuovamente un francese, o meglio una francese, Christine Lagarde, attuale ministro delle Finanze del governo Sarkozy: la sua nomina ufficiale dovrebbe arrivare durante i lavori del G8 che si è aperto oggi a Deauville.
Ma le economie emergenti, i paesi del cosiddetto BRIC (acronimo per Brasile, Russia, India e Cina), si sono opposte ufficialmente a questa proposta di successione, sottoscrivendo un documento nel quale si chiede che la scelta non sia determinata dalla nazionalità. In poche parole, i nuovi protagonisti dell'economia e della finanza mondiale chiedono più spazio negli organismi di governo mondiale.
Probabilmente la loro richiesta cadrà nel vuoto, ma resta il segno di una crisi sempre maggiore della leadership statunitense ed occidentale.
D'altronde il FMI non gioca più, nel mondo, il ruolo decisivo dei decenni scorsi: già la Cina, e presto anche l'India, è impegnata a soccorrere le economie in crisi, prestando denaro e coprendo i debiti degli stati in bancarotta. E a partire da una serie di accordi siglati in Thailandia nel 2000, si sta costituendo in Asia un "Fondo Monetario Asiatico", alternativo al "Fondo Monetario Internazionale", nel qualei 10 paesi del sud est asiatico e le tre potenze di Cina, Giappone e Corea del Sud hanno già versato oltre cento miliardi di dollari, già disponibili (dal marzo 2010) per coprire eventuali situazioni di pericolo finanziario.
Una nuova falla si apre nel governo mondiale unipolare a guida U.S.A.
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lunedì 22 novembre 2010

Nelle settimane scorse il governo della Costa Rica ha autorizzato quello del Nicaragua a effettuare alcuni lavori di sistemazione degli argini del fiume San Juan che segna, in parte, il confine fra i due Paesi: i nicaraguensi, sotto la direzione del Comandante Zero della Rivoluzione Sandinista (in seguito leader dei Contras e oggi braccio destro del premier Ortega), ne hanno approfitatto per occupare un isolotto al centro del fiume, dove hanno costruito un accampamento militare e hanno issato la propria bandiera. La Costa Rica (che non ha un esercito nazionale dal 1948) ha risposta mandando sul posto una pattuglia di polizia.
Apparentemente una lite di confine tra le due nazioni sud-americane, insignificante per il resto del mondo.
Solo apparentemente.
Sembra, infatti, che il corso del fiume San Juan potrebbe far parte del percorso del Canale del Nicaragua, un vecchio progetto di canale di comunicazione tra l'Atlantico e il Pacifico, alternativo a quello di Panama, mai realizzato ma, allo stesso tempo, mai abbandonato del tutto.
Ultimamente il progetto ha attirato gli interessi della Russia, in cerca di collegamenti migliori ai pozzi di petrolio scoperti recentemente al largo di Cuba (nei quali Gazprom detiene il 30% delle assegnazioni). Il canale costituisce, dunque, un tassello importante per la realizzazione di un rotta energetica che unisca Vladivostok al Mar dei Caraibi.
Secondo un'analisi del quotidiano israeliano Haaretz, questa colossale operazione farebbe gola anche a Chavez, interessato a nuove vie di sbocco per il proprio petrolio (verso la Cina) e all'Iran, cui sarebbe assicurata una base strategica nella regione.
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martedì 24 agosto 2010

Il neodimio è l'elemento essenziale per produrre batterie e motori delle auto ibride o elettriche, l'hardware dei computer, i cellulari, le telecamere; il suo ossido è alla base dei magneti che azionano le ali direzionali dei missili di precisione. Con l'europio e l'ittrio si producono, invece, le fibre ottiche e le lampadine a basso consumo energetico. Lo scandio viene utilizzato nelle illuminazioni degli stadi, mentre il prometio nei macchinari ospedalieri di ultima generazione.
Sono solo alcuni dei 17 elementi rari della terra, quelli che nella tavola periodica degli elementi occupano le caselle nelle ultime righe. Alcuni di quegli elementi alla base di gran parte delle tecnologie più promettenti del nostro secolo. Le materie prime del futuro.
17 elementi accumunati da un particolare strategico: il 97% della loro produzione globale avviene in Cina. Pechino possiede nel proprio sottosuolo il 37% delle riserve conosciute, i paesi dell'ex U.R.S.S. il 18%, gli U.S.A. 12%: ma la Russia non ha i mezzi per l'estrazione e l'America, da dodici anni a questa parte, l'ha bloccata in nome della tutela ambientale (spesso questi elementi sono uniti a sostanze radioattive e le loro miniere inquinano le acque circostanti) e avrebbe bisogno di altri 15 anni per riattivarla (a costi ben più alti che in Cina). Così, le grandi multinazionali occidentali (da Philips a Siemens, da da Nokia a Hewlett Packard, da Apple a Sony a Canon) sono costrette ad acquistare a Pechino.
Ma la Cina vende sempre meno e a condizioni sempre più difficili: in primavera ha alzato i dazi sulle esportazioni al 25%, a luglio ha tagliato le quote delle vendite oltre confine del 72%. Ma la decisione più drastica riguarda il prossimo anno: Pechino esporterà solamente il 60% del fabbisogno globale, proponendo, per il resto, alle multinazionali di andare a produrre in casa sua (e le multinazionali in questione accusano il governo cinese di rubare metodicamente il know how dei suoi ospiti).
Insomma, è chiaro il potere e lo strapotere di Pechino su questa fetta di mercato, di nicchia ma di grande valore strategico e geopolitico.
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venerdì 7 maggio 2010

Mentre le Borse europee calano in seguito al declassamento della Grecia da parte delle agenzie di rating (vale a dire società, come la Standard &Poor’s che letteralmente danno i voti a titoli obbligazionari e imprese in base al rischio di investimento), Wall Street, pur tra alti e bassi, è, da due mesi a questa parte, in attivo. E la Federal Reserve, la banca centrale statunitense, conferma la propria politica monetaria estremamente espansiva, ritenendo evidentemente ininfluenti le future ricadute negative di un’eventuale bancarotta di Atene.
Una crisi del debito di portata europea non può che rallegrare gli operatori finanziari americani: essa infatti spingerà inevitabilmente i capitali europei a lasciare il Vecchio Continente e a ripararsi nei più sicuri mercati di oltre oceano.
Ma non è tutto. In un momento in cui si mette in discussione perfino il progetto originario della moneta unica europea, il dollaro non può che rafforzarsi: certo, questo significherà meno esportazione in Europa, ma coloro che detengono ricchezze in euro, convertiranno ben presto il proprio capitale in dollari, frustando le aspirazioni dell’euro a divenire la moneta di riferimento nelle transazioni internazionali.
E l’altra potenza mondiale, la Cina, guadagna o perde dalla crisi di Atene? La risposta è presto detta: lo spettro di futuri default metterà a tacere le pressanti richieste sulle autorità di Pechino di rivalutare lo Yuan. E intanto le banche cinesi cedono le proprie quote del debito di Grecia, Irlanda, Italia e Portogallo.
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domenica 28 marzo 2010

La questione tibetana e il caso Google hanno suscitato nell'opinione pubblica che la convinzione che Stati Uniti e Cina siano sempre più ai ferri corti.
Ma la verità profonda non è questa, tutt'altro.
Dagli anni '90 la Cina ha improntato la propria frenetica crescita economica esclusivamente sulle esportazioni, rendendosi, di conseguenza, una potenza vulnerabile, le cui entrate dipendono dalla condizione degli acquirenti: infatti, se gli U.S.A., i maggiori importatori di prodotti made in China, entrassero in crisi e la loro domanda si contraesse, la crisi si riverserebbe automaticamente sulla Cina.
Allo stesso tempo, la Cina ha acquistato negli ultimi anni ingenti quote del debito pubblico americano arrivando a rappresentare il maggiore creditore degli U.S.A.: come per incanto Pechino è scomparsa dalla lista dei Paesi che non rispettano i diritti umani.
Il meccanismo che si è instaurato è dunque di reciproca dipendenza: l'economia cinese dipende dagli acquisti statunitensi, ma, essendo il debito pubblico americano nelle mani degli asiatici, l'economia americana dipende dalla Cina.
Un rapporto economico che si è ultimamente trasformato in politico con la creazione del G2, un tavolo di mediazione bilaterale tra i due Paesi: un rapporto che esclude deliberatamente il Vecchio Continente, segregandolo ad una posizione sempre più marginale nello scacchiere mondiale.
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