Lotta Europea

Lotta Europea
Visualizzazione post con etichetta Stati Uniti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Stati Uniti. Mostra tutti i post

giovedì 15 maggio 2014

La Cina, è noto, ha fame di energia per sostenere la propria industria manifatturiera e di conseguenza la propria irrefrenabile crescita economica: nella speciale classifica dei principali consumatori di energia, ha ormai scavalcato gli Stati Uniti e conquistato la vetta, con 2735 tonnellate equivalenti di petrolio (il 22% dei consumi mondiali).  Il 13% del suo fabbisogno energetico è soddisfatto tramite importazioni: in controtendenza rispetto al rivale americano, che ha visto scendere il proprio tasso di dipendenza dal 21% al 17% nel biennio 2011-2012, il tasso cinese è più che raddoppiato rispetto al 6% del 2011. Infine, va considerato come attualmente la Cina derivi la propria energia essenzialmente dal carbone (68% del totale) piuttosto che dal petrolio o dal gas naturale (5%).
Di fronte a questi dati, la strategia di Pechino per assicurarsi un certo grado di stabilità non può che strutturarsi su una direttiva duplice: da una parte la diversificazione del proprio mix energetico (a favore di materie prime più conveniente e meno inquinanti) e dei paesi fornitori, dall'altro lo sviluppo della produzione interna.
Nell'ambito del primo obiettivo, quello della diversificazione delle fonti, rientrano i recenti accordi siglati con la Russia che, per parte sua, a tutto l'interesse ad aprire i propri mercati di export a Oriente, stante la situazione critica con l'Ucraina e l'Europa: il contratto di 25 anni sottoscritto tra Rosneft e Cnpc ha ad oggetto la fornitura di 365 milioni di tonnellato di petrolio (per un valore totale di 270 miliardi di dollari), mentre si stringono i tempi per un'ulteriore accordo trentennale tra Gazprom e Cnpc per la fornitura di 28 miliardi di metri cubi di naturale, destinati a crescere nel tempo fino ad un massimo di 68 miliardi.
Dall'altra parte, è notizia di questi giorni lo scontro tra Cina e Vietnam a seguito dell'avvio delle perforazioni cinesi in prossimità delle isole Paracel, contese tra Cina, Vietnam e Taiwan: è la prima volta che un'azienda cinese conduce da sola un'attività di perforazione in mare aperto. Lo scopo è chiaro, come chiaro era nel caso della sua nuova Air defense identification zone estesa fino alle isole Senkaku rivendicate da Tokyo:  estendere il più possibile i propri confini su acque in cui passano le principali rotte commerciali internazionali e che nascondo dai 23 ai 30 miliardi di tonnellate di petrolio e 16 trilioni di metri cubi di gas naturale.
Read More

mercoledì 7 maggio 2014

Se non ci fosse il calendario a contraddirlo, qualcuno potrebbe credere di vivere nel 2001, all'indomani dell'11 settembre, quando Bush lanciava al mondo la sua dottrina politica basata sui due pilastri della guerra preventiva al terrorismo e dell'azione unilaterale. Anche se Bush non è più al potere, rimpiazzato da un presidente coloured idolatrato (almeno inizialmente) dall'intelligentia e dalla società civile tutte, nulla sembra cambiato, come i recenti fatti nigeriani stanno a dimostrare.
Nel mese scorso, a Chibok, nella regione Nord-Orientale del paese africano, 223 studentesse sono state rapite per essere vendute come schiave dai miliziani islamisti di Boko Haram (letteralmente, "l'istruzione occidentale è peccato"), gli stessi che la settimana scorsa hanno attaccato la città di Gamboru Ngala, distruggendo il mercato locale e uccidendo tra le 200 e le 300 persone. Palla presa al balzo, cinicamente, da Obama che ne ha approfittato per lanciare una nuova crociata contro il terrorismo islamico: "Dobbiamo affrontare il problema di simili organizzazioni che portano il caos nella vita quotidiana della gente". Detto fatto: l'intervento unilaterale, senza alcuna preventiva risoluzione ONU, è pronto ed è già stato avviato. Il portavoce della Casa Bianca Jay Carney ha affermato che è pronta a partire per il continente nero una task force composta da personale dell'esercito e della polizia specializzato in intelligence, investigazioni, negoziazione, condivisione delle informazioni e assistenza alle vittime di rapimento. A metterci i militari, per un'azione boots on the ground, ci penserà il Regno Unito, pronto ad inviare a seguito di una riunione notturna del Cobra (il comitato governativo per le emergenze) uomini delle forze speciali, mentre Hollande ha già promesso che "anche la Francia farà di tutto per aiutare la Nigeria", precisando che "una squadra specializzata con tutti i nostri mezzi nella regione est è a disposizione della Nigeria".
L'ennesima dimostrazione che, repubblicani o democratici, poco cambia nella politica estera statunitense.
Read More

giovedì 1 maggio 2014

L'agenzia statunitense Standard & Poor's ha annunciato di aver abbassato il rating russo sull'affidabilità creditizia dal livello BBB a BBB- e quello di lungo termine in valuta locale da BBB+ a BBB: in altre parole, un giudizio appena un gradino sopra la soglia di vulnerabilità di un investimento. E altri declassamenti sono all'orizzonte perché, come si legge nella nota di S&P's, "La situazione geopolitica tesa tra Russia e Ucraina potrebbe risultare in ulteriori, significativi deflussi sia come capitale estero sia nazionale dall'economia russa, compromettendo così le prospettive di crescita già deboli del Paese».
Una decisione, quella di S&P's, inserito in un più ampio attacco economico-finanziario condotto dagli Stati Uniti (con la complicità dell'Occidente tutto) nei confronti di Mosca. Un attacco che non può essere sottovalutato e Putin non si è fatto trovare impreparato. Infatti, il presidente, mentre dichiarava che le sanzioni imposte dagli U.S.A non avranno un impatto critico sul Paese, tesseva le reti diplomatiche per rispondere all'offensiva sul fronte del rating. E' di questi giorni, infatti, la notizia della fusione dell'agenzia di rating cinese Dagong e della russa Rus-Rating in una joint-venture di dimensioni tale da fare concorrenza alle omologhe statunitensi.
Ci vorrà tempo per erodere spazio alla "troika" SP's, Moody's e Fitch, ma a Mosca sanno portare pazienza.
Read More

lunedì 3 marzo 2014

E' ormai evidente che il sistema produttivo della Cina si sta evolvendo e che questa evoluzione comporterà pesanti ripercussioni sui rapporti con gli Stati Uniti in generale e con il finanziamento del deficit americano in particolare. Secondo le analisi e le prospettive di studio, rispetto ai settori manifatturiero ed edilizio, che hanno rappresentato fino ad oggi il vero motore della crescita di Pechino, il settore dei servizi ha bisogno di circa il 35% dei posti di lavoro in più per unità di PIL: se ne desume che, nonostante i suoi tassi di crescita annua siano scesi intorno al 7/8%, il governo cinese potrebbe comunque raggiungere gli obiettivi prefissati nella lotta alla disoccupazione e alla riduzione della povertà. In altre parole, i suoi consumi interni sono destinati a crescere, deprimendo, per compensazione, i risparmi in eccesso, ponendo Washington di fronte ad un tragico interrogativo: chi finanzierà il deficit di bilancio degli Stati Uniti? E a quali condizioni? Sono domande poste in prospettiva futura, a cui però l'America dovrà rapidamente trovare una risposta. Perché nel frattempo la Cina ha recentemente dichiarato di avere ridotto la propria esposizione in titoli del Tesoro Usa (che ammonta attualmente a 1,27 trilioni di dollari) per una cifra pari a 47,8 miliardi di dollari, mentre nel report Gold Survey 2013 pubblicato dalla Gold Fields Mineral Services è descritto il “più grande movimento di oro nella storia, in termini di valore”, diretto proprio in Cina.
Read More

domenica 1 settembre 2013


Cinque anni dopo il conflitto vinto dalla Russia contro la Georgia e che portò alla sostanziale indipendenza dell'Ossezia del Sud, si riaccendono le ostilità tra i due paesi.
Sotto accusa i lavori svolti, a partire dal maggio scorso, dall'esercito russo (cui il governo locale ha appaltato il controllo del confine con la Georgia) che, costruendo una barriera di filo spinato a segnare il limes della regione, ne ha approfittato per spostare più avanti di alcune centinaia di metri il confine stesso dell'Ossezia nel territorio georgiano. Lavori che però non sono altro che la risposta all'annuncio di Tbilisi del raggiungimento del Membership Action Plan che, una volta confermato nel corso del 2014, costituirà il primo passo per l'organico ingresso all'interno della NATO, che si appresta così a stringere la morsa intorno alla Russia e ad avvicinare a questa le proprie truppe.
Intanto il 26 ed il 27 giugno scorso una delegazione del Consiglio NATO ha fatto visita al nuovo premier georgiano Ivanishvili.
Read More

sabato 25 maggio 2013

E' tutto pronto per la conferenza di pace che entro quindici giorni si terrà a Ginevra e che vedrà intorno al tavolo i rappresentanti del legittimo governo di Damasco e dei ribelli oltre che di U.S.A. e Russia. Quello che si prevede, nonostante le intenzioni e le belle parole è un ennesimo nulla di fatto: le parti sono ben lungi da raggiungere un accordo su tutti i punti all'ordine del giorno. Primo fra tutti e fondamentale scoglio alle trattative: il futuro di Bashar el Assad. Mentre il presidente intende rimanere al potere fino alle elezioni presidenziali del 2014, l'opposizione chiede che lasci la capitale entro 20 giorni, con 500 persone a sua scelta, ma senza alcuna garanzia di immunità legale contro eventuali processi. In attesa di Ginevra intanto i ribelli, non soddisfatti dell'appoggio statunitense, ancora limitato ai vettovagliamenti, è andata in Turchia a battere cassa ad una delegazione dell'Arabia Saudita che, insieme al Qatar, è ancora il maggior sponsor della rivolta. Nel frattempo la giornalista russa Anastasia Popova, di ritorno dalla Siria, ci riporta alla realtà, ribaltando la versione ufficiale degli attacchi chimici ad Aleppo: accusando la Reuters e Al Jazeera di raccontare menzogne sulla guerra in Siria, la giornalista, dopo aver raccontato di esecuzioni sommarie, stupri di gruppo e torture di vario genere perpetrate dai ribelli nei confronti della popolazione civile, la giornalista ha dimostrato, testimonianze alla mano, che le armi chimiche sono state utilizzate dagli oppositori del FSA/Nusra. Una rivelazione che fa cadere come un castello di carte il teorema costruito da Obama nel corso del tempo per giustificare il proprio intervento. Nihil sub sole novum.
Read More

lunedì 6 maggio 2013

Mentre Obama continua di volta in volta ad allontanare la red line dell'intervento armato in Siria per non aprire un terzo fronte di guerra in Medio Oriente, Netanyahu (evidentemente con il tacito nulla osta statunintense) rompe gli indugi e bombarda, per la terza volta dall'inizio dell'anno, siti e convogli di missili siriani. L'obiettivo non è certamente la costruzione di una nuova Siria a fianco degli oppositori ad Assad, quanto piuttosto la frantumazione dello stato di Damasco in tanti piccoli unità politiche eterodirette. Un attacco che è solo l'avvisaglia dei futuri conflitti con Iran e Libano, prossimi bersagli predestinati: Ahmadinejad avvisato, Ahmadinejad mezzo salvato? E intanto, se Washington ha deciso di lavorare all'ombra, Bruxelles è invece totalmente assente. E non è una novità.
Read More

sabato 23 marzo 2013

Se qualcuno aveva potuto credere alla favola di Ankara alla guida del mondo arabo contro Israele (noi non siamo mai stati tra questi), ora potrà facilmente ricredersi.
Durante il suo viaggio in Israele, Obama è riuscito a convincere il premier Netanyauh a telefonare al suo omologo turco Erdogan per offrire le scuse ed i risarcimenti alle famiglie per le morti causate dalla Marina israeliana a bordo della nave turca Mavi Marmara che nel maggio 2010 tentava di sfondare il blocco navale a Gaza. La risposta di Erdogan ha ricordato il fortissimo e storico legame fra i due popoli, rinnovato, ne siamo certi, più che dalla recente telefonata, dal comune interesse alle sorti di Assad e della Siria. Intanto i due paesi riallacceranno normali relazioni diplomatiche e torneranno a scambiarsi gli ambasciatori.
Noi ve lo avevamo detto.
Read More

giovedì 21 marzo 2013

Domenica scorsa Viktor Chirkova, ammiraglio capo della marina russa, ha anunciato che da ora in avanti la Russia avrà sempre cinque o sei navi da guerra (sotto il comando della Flotta del Mar Nero) nel Mediterraneo orientale, dove, tra l'altro, due mesi fa Mosca ha condotto la più grande esercitazione militare dalla caduta dell'URSS: poca cosa rispetto alle trenta o cinquanta navi mantenute nell'area dalla Quinta flotta sovietica tra il 1967 e il 1992, ma una sicura testimoniata del rinnovato interesse di Mosca per il quadrante. E' in quest'ottica che va letto l'interessamento di Putin per il salvataggio di Cipro, che, in ottica futura, potrebbe sostituire una Siria dal destino sempre più in bilico, con il governo di Assad sempre più vicino alla caduta, ora che l'Occidente ha iniziato apertamente a parlare di armare gli insorti. Il canale di trattative aperto con Nicosia per la ristrutturazione del debito delle banche cipriote, oltre quello di salvaguardare le ingenti somme di denaro russo depositate nelle banche dell'isola, ha il preciso fine di assicurarsi un nuovo partner politico e commerciale ed una nuova base che possa sostituire il porto di Tartus sulla costa della Siria. In gioco c'è, in primis, l'esclusiva sullo sfruttamento dei giacimenti di gas naturale "Afrodite", su cui ha già messo gli occhi la Turchia: è per questo motivo che al viagigo diplomatico da Nicosia a Mosca ha preso parte, oltre al ministro delel finanze, anche il ministro dell'Energia che ha incontrato i dirigenti di Gazprom. In secundis, c'è l'installazione di una base militare russa sull'isola che possa contrastare il potere della Sesta flotta americana già presente nell'area.
 
A proposito di Siria, durante il viaggio in Israele di Obama (che ha parlato di una eterna alleanza, di sapore biblico, tra Stati Uniti ed Israele) il ministro dell'Intelligence e degli affari strategici israeliano, Yuval Steinitz, ha continuato a denunciare l'utilizzo di armi chimiche da parte di Assad (smentito anche dall'ambasciatore americano in Siria), proprio una delle red line fissate dalla Casa Bianca per un eventuale intervento militare contro Damasco. Intervento che si fa sempre più vicino all'orizzonte.
Read More

domenica 3 febbraio 2013

La guerra mai dichiarata dagli Stati Uniti in Pakistan sta dimostrando, caso mai ce ne fosse ancora bisogno, il ruolo centrale dei droni, gli aerei senza pilota governati da terra a distanza con un joystick e lo schermo di un pc, nelle guerre attuali e future: secondo uno studio del Dipartimento diritti umani dell'Università di Stanford, i droni in un decennio hanno ucciso in Pakistan circa tremila persone, di cui un numero imprecisato di civili, tra i 474 e gli 881 (176 minorenni), smentendo, nei fatti, il mito degli attacchi mirati.
Intanto l'ONU ha avviato un'inchiesta sulle vittime civile di 25 attacchi portati dai droni oltre che in Pakistan, anche in Afghanistan, nello Yemen, in Somalia e nei Territori Palestinesi: quale sarà il risultato dell'inchiesta, l'ennesima farsa delle Nazioni Unite, lo si evince dalle parole di Ben Emmerson, l'avvocato a guida dell'indagine, che, nonostante l'evidenza delle aree coinvolte, che chiamano in causa unicamente gli Stati Uniti ed Israele, ha negato che l'inchiesta sia rivolta contro i due paesi, in quanto "la tecnologia dei droni è in dotazione a 51 Paesi".
La novità è che la base aerea siciliana di Sigonella, al centro del Mediterraneo, sarà "la prossima capitale mondiale dei droni", come svelato dalla rivista The Avionist (ripresa in Italia dal Corriere della Sera). Non è un caso che proprio da Saigonella (come la chiama l'aeronautica yankee per assonanza con il nome della città vietnamita), siano partiti i caccia ed il drone che hanno colpito l'auto di Gheddafi in fuga verso il Mali.
Di fronte all'ennesimo schiaffo all'indipendenza e alla sovranità dell'Europa, dell'Italia e della Sicilia, che fa seguito alla stazione MUOS di Niscemi in via di realizzazione, non possiamo che gridare ancora una volta: fuori l'Europa dalla NATO, fuori la NATO dall'Europa!
Read More

martedì 29 gennaio 2013

A mezza bocca e mai direttamente, Israele ha ammesso il suo coinvolgimento nell'esplosione di lunedì scorso a Fordo, centrale sotterranea, fulcro del programma nucleare iraniano. La notizia, resa pubblica dall'ex ministro iraniano della Sicurezza Hamid Reza Zakeri e dall'ex guardia della rivoluzione Reza Kahlili (entrambi espatriati da un paio d'anni, il secondo collaboratore della CIA), è stata rilanciata prima dal Times e poi dall'israeliano Tedioth che ha parlato del "più importante sabotaggio al programma nucleare iraniano". Più neutrali le parole ufficiali del governo di Tel Aviv che, per mezzo del ministro Avi Dichter, pur non intestandosi l'atto di sabotaggio, ha affermato che "ogni esplosione in Iran che non ferisce la gente ma colpisce le sue attività è benvenuta". E' dal 2009 che l'esercito americano studia il sito di Fordo e il Sunday Times ha anche rivelato che a Fordo è esploso un dispositivo spia camuffato da roccia che stava intercettando dati sensibili dai computer del centro.
Quale che sia la verità sulle esplosioni di lunedì scorso, è sicuro che, mentre sugli schermi cinematografici dell'Occidente, il film "Argo" ci mostra la difesa dei democratici statunitensi dalla barbarie e dall'inciviltà iraniana nel 1979/80, Stati Uniti ed Israele si preparano ad "un'operazione chirurgica" contro gli ayatollah: "come uno scalpello" ha detto Ehud Barak in riunione a Davos.
Read More

lunedì 29 ottobre 2012

Il 26 ottobre scorso il Parlamento georgiano ha ratificato la nomina del nuovo presidente del Consiglio, il magnate e imprenditore Bidzina Ivanishvili, vincitore delle elezioni tenutesi il 1 ottobre: un vero e proprio burattino nelle mani degli Stati Uniti, che ha subito annunciato che il suo governo “svilupperà le istituzioni democratiche e stabilirà la legge del diritto” e che il suo primo viaggio internazionale sarà a Washington. Le parole d'ordine con cui ogni governo filooccidentale si presenta agli occhi del pubblico occidentale e dei salotti buoni da vent'anni a questa parte, contro il "tiranno" Putin e la sua "feroce dittatura". Intanto la Clinton si è precipitata al telefono per congratularsi di persona e per discutere "il futuro della cooperazione tra Georgia e Stati Uniti.
E' dai tempi della Rivoluzione delle Rose che Tbilisi ha voltato le spalle a Mosca per abbracciare il capitalismo occidentale e gonfiare i propri fatturati e le proprie casse di dollari: un duro colpo alla Russia che si è trovata così isolata rispetto all'Europa, tagliata fuori dalle rotte energetiche grazie alla costruzione dell'ormai famigerato oleodotto TBC, che attraversa lo stato caucasico.
Un altro punto a favore degli U.S.A.
Read More

sabato 1 settembre 2012

Mai come in questi giorni è facile capire chi detiene veramente il potere, nonostante la sfida per le primarie sia ancora aperta ed il risultato delle successive elezioni presidenziale sia tutt'altro che scontato. Mai come in questi giorni è chiaro come il potere non si decida all'interno della Casa Bianca.
Perché è notizia di questi giorni che il processo contro laa banca d'affari Goldman Sachs, accusata di aver rivestito un ruolo fondamentale nella crisi dei titoli subprime del 2007 (e di conseguenza nell'innesco delle presenti crisi e recessione globali), non arriverà a condanna ma sarà archiviato. Una lauta ricompensa per aver profumatamente investito nella campagna presidenziale del presidente coloured.
A costo di essere ripetitivi e monotoni, lo ripetiamo ancora una volta: le più importanti banche mondiali, pur avendo scatenato la crisi finanziaria globale, vengono prima salvate dal fallimento poi assolte dalle proprie colpe perché tengono a strozzo gli stati, retti da burattini saliti ai posti di comando con i soldi delle stesse banche (laddove non siano uomini usciti dai loro uffici).
I banchieri dormono sonni tranquili, perché le mani se le sporcano altri, segnando con una croce le schede elettorali. L’orgoglio (tutto vostro) della democrazia rappresentativa.
Read More

venerdì 15 giugno 2012

Tra qualche giorno i canali televisivi nazionali siriani saranno sostituiti da programmazioni create appositamente dalla CIA: la lega Araba ha infatti chiesto ufficialmente agli operatori satellitari "Arabsat" e "Nilesat" di interrompere la ritrasmissione dei media Siriani, pubblici e privati (Syria TV, al-Ekhariya, ad Dunya, Cham TV ecc.).

Un'operazione molto simile a quanto già accaduto in Libia, dove la censura televisiva aveva evitato che i leader libici potessero comunicare con il proprio popolo. La differenza è che questa volta in Siria gli schermi non saranno semplicemente oscurati, ma diffonderanno unicamente immagini di propaganda anti-Assad e informazioni false e tendenziose, mettendo preventivamente a tacere qualsiasi tentativo di smentita da parte del governo. L'obiettivo è chiaro: preparare un colpo di stato.

Un'operazione telecomandata (è il caso di dirlo) da Ben Rhodes, vice-consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, che ha premuto sull'acceleratore dopo che il presidente russo Putin ha minacciato una forte opposizione a qualsiasi intervento militare: al possibile e probabile doppio veto russo e cinese in sede si autorizzazione ONU all'intervento, Washington risponde aggirando l'ostacolo ed agendo, silenziosamente ma apertamente, per la destabilizzazione del paese dall'interno.
Read More

venerdì 27 aprile 2012

La situazione nel Pacifico, snodo fondamentale per i traffici petroliferi, sta diventando sempre più instabile e nella secca a sud della Cina, vicino all'isola di Luzon, nelle Filippine, soffia un vento di guerra. Scrive il quotidiano cinese Global Times che "è preciso dovere della Cina rafforzare il potere di deterrenza nel Mar cinese meridionale, difendendo i propri diritti con dimostrazioni di forza” e, ancora, che “un conflitto armato è ancora possibile”.Frasi che pesano come macigni, arrivate a seguito di un lungo periodo di incidenti diplomatici e scaramucce tra Cina e Filippine: l'episodio più importante, la settimana scorsa, ha visto l'intervento di due portaerei cinesi per trarre in salvo i membri di due pescherecci di connazionali, passibili di arresto secondo Manila, che aveva già inviato una nave da guerra a compiere l'azione. Da quel momento, il tratto di mare conteso, intorno all'arcipelago noto come Scarborough Shoal oppure come Huangyan a seconda della lingua parlata, filippino o cinese, è presidiato tanto dalle pattuglie navali cinesi quanto dalla guardia costiera filippina.Il soprannome di "secondo Golfo Persico", dovuto alla ricchezza di petrolio e gas naturale, spiega bene l'importanza di queste piccole isole inesplorate e sconosciute ai più. A contendersi il controllo della zona, oltre alla Cina e alle Filippine, ci sono anche la Malesia, Taiwan, il Brunei, il Vietnam e gli immancabili Stati Uniti, corsi in aiuto di Manila con almeno 4500 soldati impegnati in esercitazioni militari (denominate Balikatan) congiunte con l'esercito filippino. La risposta di Pechino non è tardata: il Ministro della Difesa ha, infatti, accusato l'ingerenza della Casa Bianca e la sua "mentalità da guerra fredda".Una guerra fredda che, possiamo profetizzarlo, non diventerà mai "calda" e non sfocerà mai in una gueera aperta: troppi gli interessi comuni e i legami che accomunano i due Paesi più di quanto singole questioni contingenti li dividano.

Read More

sabato 14 aprile 2012

"La Cina sta tessendo alleanze in funzione di una collocazione strategica in vista della fine dell'era Castro a Cuba, con la quale ha forti legami strategici": è quanto riporta il New York Times facendo riferimento a un cablogramma americano del 2003 reso pubblico da Wikileaks.
Ora che sono passati 9 anni da quel documento è possibile verificare quanto scritto. Anni fa Hugo Chavez ha permesso che imprese cinesi ricercassero petrolio nel territorio venezuelano così come un accordo con Cuba aveva permesso a Pechino di sfruttare un giacimento nei mari dello stetto della Florida. Le mire cinesi sulle isole caraibiche nel frattempo non si sono spente, ma, al contrario, si sono concretizzate in vari modi: stadi a Nassau (Bahamas) e a Dominica (Porto Rico), ospedali a Antigua e Barbudal, la residenza ufficiale del Primo Ministro a Trinidad e Tobago, un megaresort a Baha Mar, tutti regalati e tutti made in China. Investimenti costati parecchie centinaia di milioni di dollari, realizzati in isole e stati che si trovano giusto a un'ora di volo dalle coste degli Stati Uniti e da sempre sotto la loro influenza.
Come la prenderà ora lo Zio Sam?
Read More

lunedì 26 marzo 2012

Chi è Joseph Kony? A chi se lo fosse chiesto, dopo aver visto e condiviso il video che in questi giorni circola in rete denunciandone gli efferati crimini, rispondiamo che è il capo di un gruppo di ribelli (Lord Resistance Army) ostile al presidente dell'Uganda Museveni, al potere dal 1986. Sicuramente, neanche lui un devoto dei diritti umani.

Il video che sta spopolando sul web è promosso dall’ONG Invisible Children, un’associazione che, con metodi assolutamente democratici, sta cercando di denunciare le azioni di guerra e i crimini contro l’umanità di Kony, cercando renderlo famoso anche agli occhi degli occidentali, cui viene presentato come l'ennesimo criminale da fermare ed abbattere. Un video che però, confezionato per i media occidentali, non è piaciuto al popolo ugandese e ai familiari delle vittime degli stessi ribelli, convinti, giustamente, che quella dei perfetti democratici di Invisible Children sia solo l'ennesima battaglia a scopo di lucro.

Tanto più che l'LRA non è un reale pericolo in Uganda, operando prevalentemente nella Repubblica Democratica del Congo e nella Repubblica Centroafricana, finanziati dalle potenze occidentali per creare disordini e crisi da governare, controllando, di conseguenza, un'area che, al centro dei guturi scenari energetici, fa gola a tutti. Divide et impera. La prova è fornita dal recente golpe militare del Mali, dove, la situazione, già descritta da Lotta Europea nelle settimane scorse, è evoluta nella presa del potere da parte dei militari governativi filostatunitensi.

Gli esportatori di democrazia hanno iniziato così una nuova campagna di giustificazione della propria crescente pressione militare in Africa, sotto lo sguardo cosciente di tutto il mondo, che invece di denunciare questa invasione, la acclamerà. Come nel 1945.
Read More

venerdì 9 marzo 2012

Lo scorso 5 marzo si è tenuto l’annuale congresso dell’AIPAC (American Israel Public Affairs Commettee), la lobby pro israeliana di Washington, durante il quale Obama e Netanyahu hanno lungamente discusso sulla situazione nucleare iraniana. La posizione della Casa Bianca a riguardo sembra sempre la stessa: nonostante le rassicurazioni di turno su un aiuto che non tarderebbe ad arrivare nel caso in cui Israele intervenga militarmente, ha fatto intendere che per il momento preferisce risolvere “diplomaticamente” la faccenda, anche per timore delle conseguenze che un ulteriore impegno militare potrebbe provocare sull'imminente tornata elettorale e sulla già avanzata crisi finanziaria.
Nulla di nuovo, quindi.
Ma è strano, veramente, pensare che ad essere stati investiti dell'onore di proteggere il mondo intero da un’eventuale escalation nucleare sia stata l'unica potenza che l'atomica l'ha utilizzata, sganciandola sui cieli di Hiroshima e Nagasaki. Direttamente nelle mani del carnefice.
Ed è veramente strano che l'Occidente tutto guardi inorridito al programma nucleare di Teheran e tremi per il destino di Israele, l'unico stato del Vicino Oriente a possedere materialmente una ottantina di testate nucleari non dichiarate nonché uno dei pochi stati al mondo a non aver sottoscritto il Trattato di non proliferazione nucleare (TNP).
Read More

martedì 6 marzo 2012

Nel fine settimana, gli Stati Uniti hanno aperto un nuovo fronte di guerra: il Mali. Un areo militare U.S.A., infatti, ha ha lanciati viveri e aiuti per i locali militari governativi, asserragliati nel campo di Tessalit, assediato dai miliziani del Movimento nazionale per la liberazione dell’Azawad (Mnla) in un'area completamente isolata dal resto del Paese. Un impegno al momento tutt'altro che pesante in uno scenario secondario e periferico che, a ben vedere, conferma la strategia di rinnovato interesse per il continente nero che già da tempo abbiamo denunciato.
Gli interessi di Washington nel Sahel non sono cosa nuova: già da tempo, infatti, la Casa Bianca premeva sul governo del Mali perché autorizzasse l'installazione di basi militari nei loro territori, ricevendo, però, sempre risposte negative. Il referente del Paese africano, infatti, era, fino a pochi mesi fa, l'ex-colonia Francia, la quale, però sembra avergli voltato le spalle, avendo apoggiato la ribellione Tuareg nei territori settentrionali. Quale il motivo di tanto interesse? Semplice: il paese è il terzo produttore mondiale di oro, il cui prezzo negli ultimi anni è passato dai 370 ai 1600 dollari. Quanto basta perché l'USAF faccia rotta verso queste terre.

L'operazione militare dei giorni scorsi potrebbe segnare la svolta definitiva nella politica estera maliana e una premessa perché le richieste statunitensi vengano "finalmente" accolte.
Read More

giovedì 16 febbraio 2012

Da quando la Corte Suprema americana ha eliminato i limiti ai finanziamenti delle campagne elettorali la corsa alla casa bianca si colora di verde, il colore dei dollari. I giganti dell’alta finanza, come Goldman Sach’s, UBS e Morgan Stanley, hanno investito almeno 1,8 milioni di dollari sul repubblicano Mitt Romney. Le stesse banche d’affari che a suo tempo investirono, seppure cifre meno ingenti, nella campagna dell'abbronzato Obama. Le stesse banche che nel 2008 hanno ricevuto dalla Casa Bianca un prestito di 161 miliardi di dollari per superare la crisi: i debiti prima o poi li pagano tutti.


Ma “la stella di casa” Romney non è la prima volta che intrattiene affari con i magnati dell’alta finanza: con G&S aveva investito in azioni “ipo” che dieci anni dopo gli hanno fruttato 1,1 miloni di dollari, e sempre con G&S ha creato un fondo, il Bain Capital, sul quale ha investito 40 milioni di dollari attraverso strumenti finanziari.



L’economia gira, e ormai ha ingerito completamente la politica. Le banche d’affari prestano soldi ai candidati, determinando fortemente l’ascesa degli stessi, i quali, una volta insediati, ricambiano il favore elargendo finanziamenti pubblici e coprendo le falle neei loro conti, determinano la crisi finanziaria che fingono di contrastare. E se questo sistema "democratico" si inceppa, ecco subito un rimedio più tecnico…
Read More
© 2014 Lotta Europea | Distributed By My Blogger Themes | Designed By Bloggertheme9