Lotta Europea

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sabato 23 marzo 2013

Se qualcuno aveva potuto credere alla favola di Ankara alla guida del mondo arabo contro Israele (noi non siamo mai stati tra questi), ora potrà facilmente ricredersi.
Durante il suo viaggio in Israele, Obama è riuscito a convincere il premier Netanyauh a telefonare al suo omologo turco Erdogan per offrire le scuse ed i risarcimenti alle famiglie per le morti causate dalla Marina israeliana a bordo della nave turca Mavi Marmara che nel maggio 2010 tentava di sfondare il blocco navale a Gaza. La risposta di Erdogan ha ricordato il fortissimo e storico legame fra i due popoli, rinnovato, ne siamo certi, più che dalla recente telefonata, dal comune interesse alle sorti di Assad e della Siria. Intanto i due paesi riallacceranno normali relazioni diplomatiche e torneranno a scambiarsi gli ambasciatori.
Noi ve lo avevamo detto.
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martedì 10 aprile 2012

Continua il processo di delegittimazione del potere di Assad, da parte della Turchia. Il premier turco Erdogan senza mezzi termini ha infatti dichiarato che la Siria rappresenta un vero e proprio pericolo. Il motivo? Sembrerebbe, ma non è affatto provato, che Damasco sia il maggior finanziatore del Pkk, il movimento armato curdo che nelle ultime settimane si è reso protagonista dell'uccisione di 6 poliziotti turchi. Assumendo a verità assoluta questa possibilità, la Turchia non si è limitata a richiamare in patria il proprio ambasciatore a Damasco, ma è arrivata addirittura a criticare apertamente il piano di pace Annan presentato all'Onu dalla Russia e che oggi dovrebbe entrare in esecuzione. Nel testo presentato da Medved, si ritiene giustificabile la risposta del governo di Damasco agli attacchi dell'esercito libero siriano e si dichiara che sarà possibile fermare la guerra civile solo se gli stati occidentali cessano di rifornire e addestrare i ribelli siriani. L'ennesima mossa della Turchia, che ha mostrato i propri intenti umanitari nell'allestire campi profughi per accogliere gli esuli siriani ma allo stesso tempo finanzia l'esercito libero siriano, permette ai ribelli di incontrarsi nel suo paese e ospiterà ad Instanbul il secondo vertice degli "amici della Siria". Read More

venerdì 9 marzo 2012

Il Consiglio Nazionale Siriano (CNS), organizzazione che riunisce le opposizioni estere di Damasco, con sede ad Istanbul, è stato riconosciuto legittimo dall'Unione Europea. Il consiglio di Bruxelles si è così schierato apertamente e definitivamente dalla parte dei cosiddetti "Amici della Siria", voltando le spalle anche agli altri movimenti di opposizione, contrari al CNS perchè favorevole ad un intervento straniero. L'Unione Europea ha inoltre annunciato "ulteriori misure restrittive mirate contro il regime", colpevole di "violenze e abusi dei diritti civili". Abusi che, come abbiamo già scritto, sono privi di qualsiasi prova che possa confermarli.
Da ultimo, anche lo stesso portavoce dell'Alto commissariato dell'Onu per i diritti umani, Rupert Colville, pur avendo denunciato 17 esecuzioni capitali che l'esercito siriano avrebbe compiuto ad Homs dopo aver ripreso il controllo della città, ha ammesso di non essere in grado di confermare le informazioni sui crimini commessi dai militari, in quanto fornite unicamente dalle stesse parti in causa e quindi quantomeno parziali.
L'appoggio agli "Amici della Siria" va letto nell'ottica di un più ampio scenario geopolitico: la caduta di Assad costituirebbe il presupposto per la creazione di un nuovo corridoio di accesso alle riserve energetiche irachene alternativo ad uno stretto di Hormuz sempre più instabile.
Una storia già vista in Egitto dove, dopo la caduta di Mubarak, è stato potenziato per lo stesso motivo il transito del greggio attraverso l'oleodotto di Sumed.

P.S.
Un dettaglio: la città sede del CNS. E ancora c'è chi crede alla favola della Turchia leader del mondo arabo in chiave antisionista...
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mercoledì 30 novembre 2011

È un attacco incrociato quello sferrato in questi giorni contro il governo siriano: da un lato, la Lega Araba ha sanzionato la Siria isolandola completamente con un congelamento delle transazioni commerciali e dei conti bancari governativi, dall’altro, l‘ONU ha chiesto l'embargo per Damasco, denunciando le violazioni dei diritti umani perpetrate dai militari siriani. All’embargo però si è opposta Mosca, (che fornisce armi al regime) prevedendo una possibile escalation militare da parte della NATO, magari riproponendo la no-fly zone già sperimentata in Libia.
Nonostante l'intervento occidentale tardi a concretizzarsi, l'interesse strategico per un regime change è forte, come dimostrato dall'invio a Damasco di diversi agenti della DGSE(il controspionaggio francese) e del COS (Commandement des opérations speciales), che da settimane addestrano i disertori dell’esercito siriano nel nord del Libano e in Turchia.
Quest’ultima ricopre un ruolo di rilievo nello scenario siriano, perché è il paese dal quale probabilmente partiranno i principali attacchi, come già successo ai tempi della guerra in Iraq. Non per niente Erdogan, a dispetto del suo ruolo di guida del mondo arabo contro il pericolo sionista tratteggiato nei mesi scorsi dai media occidentali, ha intimato Assad di lsciare le redini del paese.
È evidente che il disegno e la strategia sono sempre gli stessi: prima vengono una forte pressione diplomatica e il contemporaneo addestramento delle forze "ribelli", poi verranno i bombardamenti e con questi la caduta del tiranno e l'esportazione della democrazia. La legge dell'eterno ritorno dell'uguale
Se però la Russia continuerà sui suoi passi (e non si asterrà dalla votazione in Consiglio di Sicurezza dell'ONU, come accaduto per la Libia di Gheddafi), il finale potrebbe essere differente.
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lunedì 24 ottobre 2011

In quest’ultimo periodo la Turchia si sta proponendo come leader morale per le nazioni arabe uscenti dalle diverse “rivoluzioni”, tutte affamate di democratizzazione. Chi può meglio assurgere a questo ruolo di un paese in cui, dopo la costituzione della Repubblica Turca per opera del movimento di Mustafa Kemal Atatürk, vi è stata una netta separazione tra potere secolare e religione islamica?

A Salonicco, città da cui partì la rivoluzione dei Giovani Turchi, negli anni a cavallo tra l’800 e il ‘900, vi era una forte presenza (circa 15.000) di Dunmeh sabbatei, persone apparentemente musulmane ma in realtà appartenenti alla setta cripto-giudaica seguace di Sabbatai Zevi. Quest’ultimo, vissuto nel ‘600, proclamatosi Messia del popolo di Israele, era stato arrestato e costretto a convertirsi all’Islam, suscitando grande delusione nei suoi sostenitori. È tuttavia sull’apostasia che si basava tutto il sabbateismo. Infatti Zevi promuoveva l’eresia del “messia peccatore”, che per la redenzione deve discendere nell’abisso del peccato e compiere il gesto più vergognoso: il rifiuto della Torah. E giustamente, per non essere da meno e soprattutto per raggiungere la salvezza, gli adepti della setta dovevano compiere riti orgiastici e pratiche tipiche delle sette esoteriche come la sodomia e l’incesto. (Per inciso, settant’anni dopo, Zevi, apparve in sogno ad un giovane ebreo polacco, Jacob Frank, che, guidato dal “santo spirito” si proclamò Messia, compì l’apostasia convertendosi al cristianesimo, creando una setta di pseudo-cattolici).

In Turchia i Dunmeh finirono per occupare posti privilegiati nei settori della politica, degli istituti bancari e del commercio ed è accertato che queste “moralissime” sette, essendo ben inserite nelle lobby affaristiche e politiche, abbiamo influenzato la rivoluzione dei Giovani Turchi che, esautorando il sultanato, posero le basi per il moderno e democratico Stato Turco, a difesa della cui laicità la Costituzione pose l'esercito, la cui élite è alle strette con il governo di Erdogan.

Siamo davvero così sicuri che gli altri stati islamici siano pronti a porsi sotto l’ala protettrice di un paese che non ha un identità politico-religiosa così trasparente?
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venerdì 30 settembre 2011

Son passati quattro secoli e qualche decennio da quel 1570 anno in cui i turchi della grande dinastia ottomana strapparono Cipro alla Serenissima e nell’anno successivo avvenne una delle battaglie più importanti della storia:Lepanto. Allora il sultano era Selim II e il papa era PioV,il promotore della Lega Santa. Sembra anacronistico parlare di sultanati e di Lega Santa oggi in una Turchia ormai purgata da ogni fanatismo religioso in quanto repubblica democratica. Invece il cosiddetto neo-ottomanismo sembra essere una realtà che si sta affermando negli ultimi mesi. La corrente neo-ottomanista si rifà a due principi, l’affinità culturale dei popoli arabi e la tendenza ad assumere un ruolo egemonico nel mondo arabo. Ambedue i principi sono stati la base della politica estera di Ankara negli ultimi tempi. Il premier Recep Tayyib Erdogan che oggi si propone come antagonista di Israele in merito alla questione palestinese,è lo stesso che nel 2003 difese Israele dagli attacchi di Saddam,e che nel 2006 ricevette il premio dalla lobby ebraica americana Anti Defamation League pronunciando un vibrante discorso contro l’antisemitismo e di condanna della shoah. Questo contraddittorio personaggio poche ore fa ha affermato di voler impedire a Cipro di effettuare insieme ad Israele delle trivellazioni per il gas al largo dell’isola, provocando così un incidente diplomatico che rischia di allontanare la Turchia da qualsiasi annessione con la CE.e di incrinare i rapporti diplomatici con l’Europa. Emerge quindi la volontà di fare della Turchia l’alfiere dei popoli arabi, nonché il paese leader della zona in vista dello “spontaneo” mutamento di regime in Siria. Il conflitto diplomatico in atto con Israele non è quindi che una maschera utile a questo compito, che porterà in dote i popoli usciti dalle recenti primavere arabe (una tenaglia geopolitica contro l’Europa), allo stesso modo la repressione dei curdi con raid aerei fino nel nord Iraq non è che un segnale del cambio di strategia e del passaggio di consegne degli amici americani per il controllo di quella porzione di medio oriente. Forte e pericolosa come lo era nel 1500 si sta forse riproponendo uno scenario storico come quello della battaglia di Lepanto? “La erba cativa non mor mai!”così avrebbe esclamato un veneziano in dialetto.”Saggezza popolare!”potremmo esclamare noi.
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lunedì 1 agosto 2011

A Damasco la protesta contro la presidenza Assad è entrata ormai nella sua fase più calda, ma è intorno alla città di Hama, duecento chilometri a Nord della capitale siriana, che si gioca lo scontro più importante, che non è quello interno tra manifestanti ed esercito governativo, ma quello internazionale tra Siria e Turchia. L'avanzata dei carri siriani a ridosso del confine fra i due Paesi potrebbe rappresentare l'innesco a un’operazione che Ankara medita ormai da mesi: con il pretesto di proteggere e ospitare i profughi in fuga, entrare in territorio siriano e creare con la forza una zona cuscinetto (una manovra già messa in atto durante la prima Guerra del Golfo, al confine con l'Iraq di Saddam Hussein). Gli esperti prevedono l'occupazione di una striscia di territorio larga al massimo dieci chilometri lungo una parte di confine. In questo modo Ankara rischia di attirare su di sé le ire delle diplomazie internazionali, ma ne conseguirebbe un sicuro vantaggio: arrestare i profughi al di là del confine, in territorio siriano (nei campi della Mezzaluna Rossa, in territorio turco, sono già 10mila i profughi siriani).
In questo senso andavano sicuramente lette le parole del premier turco Erdogan che aveva definito "assolutamente deludente" le assicurazioni di Erdogan sulle riforme liberali in progetto. E la situazione sembrava dover scoppiare quando i carri armati di Damasco sono stati visti a meno di un chilometro dalla cittadina turca di Guvecci.
Ma negli ultimi giorni, il ministro degli Esteri di Ankara, Ahmet Davoutoglu, si è assestato su posizioni più prudenti: "Speriamo che la Siria riesca a rinnovarsi in una maniera tranquilla e che esca da questa situazione ancora più forte: noi faremo tutto il possibile per assisterla nell’attuazione di riforme che la rinnovino nella stabilità rendendola più forte”.
Perché questo cambio di rotta? Perché nel frattempo ad Ankara si è consumata la rottura (definitiva?), covata da tempo, tra il governo filo-islamico di Erdogan e le gerarchie militari, tutori della laicità dello stato kemalista: venerdì scorso il capo di Stato Maggiore e i suoi sottoposti capi di Stato Maggiore di Esercito, Marina e Aeronautica si sono dimessi dai propri incarichi in segno di protesta per la decisione del governo di trasferire nella Riserva 17 ufficiali dell'Esercito e altri 25 commilitoni implicati nel piano per il presunto colpo di stato anti-Erdogan scoperto nel 2003. Secondo i militari, invece, lo scopo dell'esecutivo sarebbe quello di promuovere al loro posto ufficiali sensibili alle istanze religiose.
E' l'ultimo atto di un braccio di ferro tra il partito di Giustizia e Sviluppo (al governo dal 2002) e le forze armate, recentemente inaspritosi (oltre che per la storia del tentato golpe del 2003) per i risultati del referendum, voluto da Erdogan, che nel 2010 ha limitato i poteri dell'esercito e, soprattutto, per la schiacciante affermazione elettorale di Giustizia e Sviluppo alle elezioni dello scorso 12 giugno (quasi il 50% dei voti). Uno scontro che non può che bloccare i progetti militari di Ankara, che rischia di trovarsi in conflitto anche con l'Iran, prima sostenitrice del presidente siriano Assad.
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