Lotta Europea

Lotta Europea

lunedì 6 febbraio 2012

Parlando ai deputati nell'aula del parlamento regionale, nel castello di Holyrood, il primo ministro del governo autonomo scozzese Party Salmond, dello Scottish National Party, ha annunciato "la decisione più importante presa dal popolo scozzese negli ultimi trecento anni”: un referendum per richiedere l'indipendenza della Scozia dal Regno Unito. Nel 2014, 700 anni dopo la battaglia di Bannockburn, con la quale la Scozia guadagnò temporanemante (per tre secoli) l'indipendenza dall'Inghilterra, il popolo scozzese potrebbe essere chiamato alle urne e fare scaccia della sua fedeltà a Londra.
Un duro colpo per la corona inglese, se si considera che, dal 1969, sono attivi nel Mare del Nord numerosi siti di estrazione di greggio e gas, tanto che il Regno Unito, attualmente, nella classifica dei maggiori produttori europei di petrolio e di gas si colloca rispettivamente al terzo e al quarto posto: qualora si attuasse l'indipendenza, il 95% del petrolio e il 58% del metano estratti finirebbero sotto il controllo di Edimburgo. Secondo Salmond, "lo scopo e l’intenzione [del referendum] è che a trarne beneficio siano gli scozzesi”. E' per questo motivo che l’Inghilterra, sperando in una sconfitta del “sì”, sta cercando di anticipare i tempi della votazione, così da evitare una simbolica sovrapposizione di date che chiamerebbe alle urne una maggiore affluenza e risveglierebbe certamente l'identità scozzese.
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mercoledì 25 gennaio 2012

L'embargo europeo che blocca le importazioni di petrolio e di prodotti petrolchimici dall'Iran, non produrrà gli effetti voluti da Bruxelles, mentre sicuramente riuscirà a peggiorare la situazione economica dei paesi europei più dipendenti dal greggio iraniano, ossia le stesse nazioni che più pesantemente stanno facendo le spese della crisi finanziaria: Spagna, Grecia ed Italia, che insieme totalizzano l'80% dell'import europeo di greggio da Teheran.
L'Italia, in particolare, dipende fortemente dall'Iran, che rappresenta il suo quarto maggiore fornitore di petrolio. Inoltre, poiché il petrolio non è tutto uguale, le raffinerie italiane possono lavorare, in alternativa al greggio iraniano, quasi unicamente materie prime siriane, naturalmente anche esse indisponibili perché sottoposte ad embargo.
Al contrario, l'economia di Teheran non subirà forti contraccolpi da queste misure in quanto troverà nuovi acquirenti nella Cina e nell'India, la prima contraria all'embargo, la seconda pronta a pagare in rupie o in yen anziché in dollari. Il mercato iraniano fa gola a Pechino che, per bocca del suo presidente Hu Jintao, si è detta pronta a difendere Teheran in caso di attacco statunitense. Parole forti, che indicano come il dragone, oramai egemone nell'Africa subsahariana, è pronto a muovere i suoi primi passi nel Vicino Oriente, a caccia di materie prime per rifornire la propria industria manifatturiera.
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venerdì 20 gennaio 2012

L'agenzia Standard & Poor's, negli ultimi giorni, ha bocciato le economie di nove paesi dell'eurozona: tra questi, la Francia e l'Austria hanno perso la tripla A, Italia, Spagna e Portogallo sono scesi di due gradini, ottenendo una tripla B+ (Roma e Madrid) e una doppia B (Lisbona). Junk rating: livello spazzatura.
Come se ciò non bastasse, la scure della S&P si è abbattuta anche sull'EFSF, il fondo salva stati dell'UE, dimostrando ancora una volta come l'attuale crisi del mercato non sia assolutamente "spontanea", ma il risultato di un'attenta strategia messa in atto dai principali soggetti finanziari internazionali per muove guerra all'euro e all'Europa politica.
In questo disegno, le agenzie di rating ricoprono un ruolo essenziale, riuscendo ad orientare, con i propri rapporti sulla solidità dei conti privati e pubblici, le mosse degli operatori sul mercato. Tutt'altro che organismi terzi, autonomi, trasparenti, indipendenti o imparziali, esse sono finanziate e possedute dagli stessi soggetti sottoposti ai loro controlli e alle loro analisi. S&P, ad esempio, risulta controllata dal gruppo editoriale McGraw Hill, di cui è azionista di maggioranza Warren Buffet, società leader nel settore dei fondi di investimento: in questo modo, lo stesso personaggio opera un controllo totale, non ufficiale ma reale, sul mercato azionario, orientando gli investimenti ed investendo anche egli di conseguenza. Non è un caso, allora, che le stesse agenzie tacevano quando le banche si riempivano di titoli spazzatura, oltretutto non messi a bilancio, assegnando una tripla A alla Lehman Brothers, di cui tutti conosciamo la fine, o al Credit Suisse nonostate i suoi 125 milioni di dollari di perdite dovute ad investimenti su titoli derivati. Non è neppure un caso che, mentre vengono declassati i titoli di debito pubblico dei paesi europei, i buoni del Tesoro U.S.A. siano anncora giudicati AAA, nonostante Washington vanti un debito pubblico vicino al 100% del PIL (che arriva al 130% se si considera, nel conteggio, anche quello degli enti locali) e un debito commerciale di ben 600 miliardi di dollari: se fosse un'azienda privata sarebbe fallita già da tempo e il suo cda sarebbe dietro le sbarre. Ciò nonostante, forte del giudizio delle agenzie di rating, tutte made in U.S.A., Geithner, segretario del Tesoro statunitense, può permettersi di bacchettare i colleghi europei sulla necessità di tagliare il debito pubblico.
Alla luce di tutto ciò, è sempre più impellente la necessità dell'istituzione di un'agenzia di rating europea, indipendente ed oggettiva, il cui operato non sia influenzato dal mercato e dai grandi gruppi finanziari, ristabilendo il primato della politica sull'economia e sulla finanza. Un'agenzia che tuteli, anche sui mercati finanziari, l'indipendenza dell'Europa dalle interferenze di qualsiasi soggetto proveniente da oltreoceano.
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domenica 15 gennaio 2012

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giovedì 12 gennaio 2012

I preparativi per la guerra israeliana sono quasi ultimati. Il Pentagono ha pronti migliaia di soldati statunitensi da inviare a Israele. La notizia, anche se snobbata dai media occidentali, è stata confermata dalla stampa israeliana. Il Jerusalem Post, infatti, ha confermato l'arrivo delle truppe americane, giustificandolo come un preparativo per "la più grande esercitazione missilistica nella storia" in vista delle manovre militari targate USA-Israele che pare ci dovranno essere nella primavera del 2012. Questa operazione non fa altro che riscaldare ulteriormente il Mediterraneo orientale, soprattutto dopo gli ultimi scontri (fino a questo momento solo verbali) tra Ahmadinejad e la Casa Bianca, che ha lanciato un duro monito a chiunque osasse stringere accordi con l'Iran, nel tentativo di isolare sia dal punto di vista economico, sia da quello politico Teheran. Intanto continua la moria degli scienziati nucleari iraniani, vittime del Mossad, specializzato negli omicidi mirati almeno dai tempi delle Olimpiadi di Monaco del 1972 e dell'operazione "collera di Dio".
A tutto questo si aggiungono le esercitazioni militari iraniane nello stretto di Hormuz, striscia di acqua fondamentale per il commercio petrolifero mondiale. Una prova di forza, quella di Teheran, per ribadire che se l'America deciderà di "esportare la democrazia" anche lì avrà pane per i suoi denti.
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mercoledì 4 gennaio 2012

Il nuovo anno è stato inaugurato in Ungheria con l’entrata in vigore della nuova Carta Costituzionale, redatta dall'ampia maggioranza parlamentare del partito Fidesz. Forti critiche sono state sollevate, oltre che dalla popolazione, anche dai partner, europei e non: la Commissione UE, il FMI, e la paladina della democrazia Hillary Clinton, che si sono detti molto preoccupati della svolta ungherese, definita autarchica ed illiberale.
Come sempre accade, dietro questi aggettivi si nasconde la paura dell'Occidente per qualsiasi voce si levi contro il sistema liberalcapitalista imposto al mondo. Vediamo perché il caso ungherese costituisce un'eccezione a questa regola e quali sono le cause di tanto allarme.
La nuova Costituzione, la prima promulgata dopo la caduta del muro di Berlino, ha inserito tra i principi fondamentali alcuni concetti che suonano inaccettabili alle orecchie dei padroni del mondo: si parla espressamente di Dio, di tutela dell’embrione e di riconoscimento della sola unione in matrimonio fra uomo e donna.
A preoccupare però l'Occidente sono le politiche finanziare ed economiche messe in campo dal governo di Budapest: il premier Orban, infatti, ha deciso di non rinnovare il prestito concesso nel 2008 dal FMI, per non costringere il suo paese a sottostare ai pesanti compromessi stabiliti dall'organismo internazionale. Al contrario il primo ministro ha emanato una serie di provvedimenti rivoluzionari: ristatalizzazione dei fondi pensione, imposizione di una tassazione onerosa per i grandi gruppi stranieri operanti nel paese magiaro e limitazione dei poteri della Banca Centrale Europea. La risposta dell’Europa non è tardata ad arrivare con la sospensione dei negoziati per il prestito di 15 miliardi richiesto per risanare il bilancio statale. A questa decisione si sono aggiunte le minacce di sospensione dall' Unione Europea.
Per farla breve, l'Ungheria ha deciso di alzare la voce e di non cedere alle richieste internazionali, non curandosi delle pressioni internazionali ma, al contrario, seguendo quella che è stata definita la via islandese: impugnare il proprio debito come arma di ricatto.
Ad Est si è alzato un vento nuovo, a noi il compito di soffiare perché diventi tempesta e coinvolga tutta l'Europa.
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mercoledì 21 dicembre 2011

Il 20 marzo 2003 le truppe statunitensi invadevano l'Iraq. Domenica scorsa, 18 dicembre 2011, l'ultimo convoglio a stelle e strisce, composto da 500 militari a bordo di 110 auto, si è ritirato dall'Iraq, attraversando la frontiera con il Quwait. Si è conclusa così dopo quasi 9 anni una guerra iniziata nel nome della ''libertà'' e della ''pace'' con il fine di stabilizzare il paese e di deporre l'allora presidente Saddam Hussein, fino a pochi anni prima sostenuto dalla stessa Washington in funzione anti-irachena. Si è concluso un attacco illegittimo, perpretato contro un popolo piegato da anni di embargo criminale e aggredito in base a prove false e manipolate.

E' dunque tempo di bilanci e mentre gli Stati Uniti amplificano i propri risultati (''Rispettiamo le decisioni di un Iraq sovrano e plaudiamo al fatto che gli iracheni siano ormai pienamente responsabili dell’indirizzare il proprio cammino'', ha detto il generale Robert Caslen), la situazione laciata sul terreno è differente: l'Iraq è un paese distrutto, disgregato socialemente ed economicamente, instabile e pericoloso. Ne è una prova la profonda crisi che sta investendo la politica nazionale a seguito della decisione di sospendere la propria partecipazione ai lavori parlamentari annunciata dal blocco laico Iraqiya, guidato dall'ex-premier Iyad Allawi. Non stiamo parlando di un out-sider della politica locale ma di uno degli uomini USA nel paese, allevato nei corridoi della CIA e piazzato al governo nel 2003 dall’ex plenipotenziario statunitense in Iraq, Paul Bremer. L'accusa mossa all'attuale premier Nuri al Maliki è quella di "ignorare gli altri partiti, di politicizzare la giustizia, di favorire l’esercizio solitario del potere e la violazione delle leggi”.

L'instabilità politica del nuovo Iraq nato sotto il tutoraggio statunitense è la prova più evidente del fallimento della missione statunitense. Un fallimento a metà, dato che i veri obiettivi economici e strategici di Washington sono stati raggiunti, così che non c'era più alcun motivo per rimanere impantanati in un territorio instabile e pericoloso.
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giovedì 15 dicembre 2011

Negli ultimi mesi, l’oceano che separa gli Stati Uniti dalla Russia si è espanso e raffreddato.

Alle già note discussioni sullo scudo missilistico USA e sulle relazioni di Mosca con Damasco e Teheran, si sono aggiunte le accuse della Clinton che, senza aspettare il report degli inviati, ha denunciato i presunti brogli nelle elezioni legislative del 4 dicembre scorso, svolte senza "libertà e correttezza". Strani brogli, se il partito di Putin è sceso quasi del 15% rispetto al 2007, racimolando meno voti di quelli previsti: un risultato che ha fatto parlare i media di tramonto dell'era Putin, nonostante il suo 49,6% (numeri ben lontani da quelli dei partiti nostranti). A preoccupare il Cremlino sono le migliaia di persone scese in piazza, contro la "dittatura" di Putin, sostenute pubblicamente da Hilary Clinton: "gli Stati Uniti sostengono i diritti e le aspirazioni del popolo russo e vogliano aiutarli a realizzare un futuro migliore''. Come nei paesi della Primavera Araba. Come nei paesi delle Rivoluzioni Colorate.

Sarà la Rivoluzione Bianca?
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lunedì 12 dicembre 2011

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mercoledì 7 dicembre 2011

Le pedine sono state posizionate da tempo, è ora che comincino ad essere mosse. Lo scorso 8 novembre l’AIEA ha stilato un rapporto nel quale esprime la certezza che dietro al programma nucleare civile, Teheran ne nasconda uno militare, potenzialmente pericosoloso per l'intero Occidente. Sono seguite le ovvie sanzioni di turno con i relativi congelamenti dei fondi, l’indignazione popolare e l’inasprimento dei rapporti diplomatici con Londra. Come in relazione alla Siria, la Russia e la Cina si sono opposte alle sanzioni, determinando una forte presa di posizione che potrebbe risultare fondamentale per le mosse future.
Ma se nel gioco degli scacchi muovono per primi i bianchi, che tutto il mondo identifica con lo stato degli ayatollah, accusato di progettare l’atomica, la situazione in realtà non appare così chiara, perché da anni alle azioni evidenti si sono sovrapposti più efficaci interventi segreti. A partire dai recenti “incidenti” che diverse analisi ricollegano al Mossad: l’esplosione di un impianto nucleare a Isfhan ed un'altra che ha provocato la parziale distruzione di una base missilistica vicino Teheran. Ricordiamo anche la deflagrazione di una base con missili a medio raggio nell’ottobre 2010, l’uccisione dello scienziato nucleare Dariush Rezai e quella dell'ingegnere nucleare Majid Shahriari, nonché la diffusione del virus informatico Stuxnet che l’anno scorso mandò in tilt le centrifughe degli impianti atomici.

"Sicuramente" solo sfortunati incidenti. Così come è solo un caso che il Pentagono abbia fornito ad Israele bombe anti-bunker che possono colpire in profondità, riuscendo persino a far esplodere le centrali nucleari iraniane. Così come è solo un caso il recente abbattimento del drone americano RQ-170 Sentinel in “ricognizione” in territorio iraniano, avvenuto grazie alle tecnologie cyber-belliche fornite da Mosca. Sia detto per inciso: fino a qualche tempo fa gli USA smentivano anche soltanto di possedere tali aerei.

E se Ahmadinejad muovesse le pedine nere, quelle destinate non ad aprire le ostilità ma a subire il primo attacco?

E per quanto tempo ancora gli USA riusciranno a nascondere il proprio ruolo di kibitzer (un termine yddish che individua chi si diverte guardando gli altri affrontarsi davanti ad una scacchiera)?
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mercoledì 30 novembre 2011

È un attacco incrociato quello sferrato in questi giorni contro il governo siriano: da un lato, la Lega Araba ha sanzionato la Siria isolandola completamente con un congelamento delle transazioni commerciali e dei conti bancari governativi, dall’altro, l‘ONU ha chiesto l'embargo per Damasco, denunciando le violazioni dei diritti umani perpetrate dai militari siriani. All’embargo però si è opposta Mosca, (che fornisce armi al regime) prevedendo una possibile escalation militare da parte della NATO, magari riproponendo la no-fly zone già sperimentata in Libia.
Nonostante l'intervento occidentale tardi a concretizzarsi, l'interesse strategico per un regime change è forte, come dimostrato dall'invio a Damasco di diversi agenti della DGSE(il controspionaggio francese) e del COS (Commandement des opérations speciales), che da settimane addestrano i disertori dell’esercito siriano nel nord del Libano e in Turchia.
Quest’ultima ricopre un ruolo di rilievo nello scenario siriano, perché è il paese dal quale probabilmente partiranno i principali attacchi, come già successo ai tempi della guerra in Iraq. Non per niente Erdogan, a dispetto del suo ruolo di guida del mondo arabo contro il pericolo sionista tratteggiato nei mesi scorsi dai media occidentali, ha intimato Assad di lsciare le redini del paese.
È evidente che il disegno e la strategia sono sempre gli stessi: prima vengono una forte pressione diplomatica e il contemporaneo addestramento delle forze "ribelli", poi verranno i bombardamenti e con questi la caduta del tiranno e l'esportazione della democrazia. La legge dell'eterno ritorno dell'uguale
Se però la Russia continuerà sui suoi passi (e non si asterrà dalla votazione in Consiglio di Sicurezza dell'ONU, come accaduto per la Libia di Gheddafi), il finale potrebbe essere differente.
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venerdì 25 novembre 2011

Mario Monti, in preparazione della sua futura investitura a primo ministro, è stato nominato senatore a vita: ne consegue che, come tutti i suoi colleghi, ha un ufficio in via della Dogana Vecchia, a Palazzo Giustiniani. Ovvero la sede del Grande Oriente d'Italia dal 1901 al 1985.
Ma una coincidenza è solo una coincidenza.
Mario Monti, durante il dibattito parlamentare che ha preceduto la fiducia al suo esecutivo votata a Montecitorio, ha ricevuto un foglio di carta intestata della Camera dei Deputati con scritto "Mario, quando vuoi dimmi forme e modi con cui posso esserti utile dall'esterno. Sia ufficialmente (Bersani mi chiede per es. di interagire sulla questione dei vice) sia riservatamente. Per ora mi sembra tutto un miracolo! E allora i miracoli esistono!". Firmato: "Enrico". Sottointeso, Letta, il nipote, quello del PD. Ovvero un membro della Commissione Trilaterale, al pari di Monti. (Detto tra parentesi, Gianni Letta, lo zio, quello del PDL, è un advisor di Goldman Sachs, al pari di Monti).
Due coincidenze, però, sono un indizio.
Mario Monti è stato nominato senatore a vita il 9 novembre. Il giorno successivo, il 10 novembre, la Goldman Sachs ha innescato l'ondata di vendite di BTP. La settimana dopo lo spread lo ha portato a Palazzo Chigi.
Tre coincidenze sono una prova.
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mercoledì 23 novembre 2011

Se il nuovo fronte americano fosse il pacifico?
Cosi dichiara il segretario di stato Hilary Clinton, cosi aveva già dichiarato il ministro della difesa Leon Panetta. Con queste due affermazioni è incominciato la nove giorni di Obama nel Pacifico.
Primo appuntamento, il meeting Apec (Asia-Pacific Economic Forum), organismo con cuigli Stati Uniti hanno stetto un accordo di libero scambio da cui rimane esclusa la Cina.
A seguire, Obama, si è recato in Australia dove si è incontrato con primo ministro locale Julia Gilard: al termine dell'incontro il presidente coloured (copyright di Lindsay Lohan) ha annunciato l'invio, nel giro di 6 anni, di 2.500 marines e numerosi velivoli (Airforceusa B52,caccia bombardieri e aerei da trasporto tattico) per presidiare i cieli ed incrementare l’utilizzo delle basi militari. Non è stato ancora fissato il numero di navi militari. Un piano di ampliamento della cooperazione militare che farà ricorso, oltre che a nuovi invii dagli USA, allo spostamento di truppe dalle basi in Asia e Giappone.
La Cina, avvertito il pericolo, è stata chiara: se le nuove forze militari fossero usate per minacciare gli interessi cinesi, l’Australia ne subirà le conseguenze. Naturalmente non sono mancate le rassicurazioni di rito da parte di Obama.
Gl interessi geopolitici americani nell'area sono chiari: l'oceano Pacifico è uno snodo fondamentale per i traffici petroliferi: qui si intersecano le rotte delle nave petrolieri provenienti dall'Africa orientale, dal Golfo Persico e dall'America Latina.
E come durante la seconda guerra mondiale la base di Darwin era il simbolo dell’alleanza americana ed australiana contro il Giappone imperiale, adesso gli Usa tornano a “ proteggere” le rotte del sud del pacifico contro il gigante asiatico di questi tempi.
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sabato 19 novembre 2011

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mercoledì 16 novembre 2011

È stato invocato per mesi e come da noi predetto (rileggete "Dal Britannia al bunga bunga" del febbraio scorso) è finalmente arrivato: Mario Monti, ex-commissario europeo, presidente dell’Università Bocconi, dal 2010 presidente europeo della Commissione Trilaterale, membro del comitato direttivo del Gruppo Bilderberg nonché international advisor di Goldman Sachs, è il nuovo presidente del Consiglio. A capo di un esecutivo di soli tecnici, dovrà rassicurare i mercati attuando quanto imposto dalla BCE. Tagli alle pensioni, riduzioni del numero dei dipendenti pubblici e dei loro salari, revisione delle regole su assunzioni e licenziamenti, liberalizzazione dei servizi pubblici, etc. etc.: insomma, le classiche ricette liberiste.
E poi, come accade ad ogni nobildonna decaduta, svendere i propri gioielli di famiglia che seguiranno la strada ultimamente percorsa da Bulgari, Parmalat, Edison e Alitalia: da Roma a Parigi (Sarkozy non per niente se la ride...). Si tratta, cioè, di completare quel processo di privatizzazioni e liberalizzazioni cominciato nel 1992, con l'incontro a bordo del Britannia, e messo in pericolo da quel piccolo incidente di percorso chiamato Silvio Berlusconi. Oggi, caduto il tiranno, può finalmente insediarsi di nuovo a Palazzo Chigi un uomo allevato e cresciuto all’ombra dei vari grembiulini della finanza internazionale. Piccolo particolare rivelatore: nel 1992 le privatizzazioni furono attuate da Mario Draghi, al tempo direttore del Tesoro e oggi presidente proprio di quella BCE che ci detta le ricette da seguire per uscire dalla crisi.
Crisi dietro la quale stanno gli stessi personaggi. Proprio la Goldman Sachs di Monti e Draghi (ma anche di Prodi, che ne è stato consulente), a suo tempo considerata “too big to fail” e quindi tenuta in vita artificialmente grazie ai prestiti statali, sta dietro la bancarotta di Atene, dove si è verificato un cambio di governo sul modello di quello italiano. Infatti, nel 2005, con Draghi vice-presidente, è stata proprio la banca statunitense a rifilare al governo greco gli strumenti finanziari indispensabili per nascondere i debiti e poter entrare nel club euro. Nell’operazione ci mise lo zampino anche Lucas Papadémos, allora membro della Trilateral Commision al pari di Mario Monti e oggi, sempre al pari di Mario Monti, chiamato a risollevare le sorti del suo paese.
Un vero e proprio golpe bianco, dunque, portato a termine aggirando la sovranità di un popolo che, oggi come nel 1945, è sceso in piazza ad acclamare i nuovi vincitori e i nuovi “liberatori”. Sessantacinque anni fa ci regalavano le caramelle, oggi neanche più quelle.
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domenica 6 novembre 2011

Abbiamo spesso notato come l’Africa sia diventata negli ultimi tempi uno dei principali obiettivi strategici di Pechino, vediamo, ora, quali sono le ultime contromosse della Casa Bianca che sembra intenta ad aprire un nuovo fronte di guerra per contrastare la supremazia cinese nel continente nero. Naturalmente una guerra-ombra, senza dichiarazioni ufficiali, in pieno Obama style.
La prova più evidente si è avuta circa 15 giorni fa, quando Washington ha annunciato l’invio di un manipolo di cento soldati in Uganda per combattere la Lord’s Resistance Army, gruppo armato guidato dal “portavoce di Dio” Joseph Kony. Due particolari di questa spedizione: l’esercito ribelle non è stato neanche inserito nella “black list” delle organizzazioni terroristiche e, ancora più interessante, il plotone americano ha libertà di sconfinare negli altri stati dell’Africa centrale. Si tratta sostanzialmente di uno scambio di favori tra Uganda e Stati Uniti: in cambio dell’appoggio contro i miliziani di Kony, l’Uganda, insieme al Burundi, costituisce la base da cui partono i droni a stelle e strisce per colpire in Somalia i militanti di al Shabab.
In Somalia opera anche l’esercito kenyota e proprio il Kenya costituisce uno dei principali partner africani di Obama, come dimostrato dall’appoggio di Biden al primo ministro Raila Odinga, autore di una recente riforma costituzionale. Oltretutto è Nairobi la città dove la Clinton ha incontrato Sheikh Sharif Sheikh Ahmed, il presidente somalo sponsorizzato dagli U.S.A.
Nella strategia africana di Obama ci sono anche l’appoggio all'indipendenza del Sudan meridionale, i movimenti nel Congo pre-elettoralle e, naturalmente, la fine del regime di Gheddafi.
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venerdì 28 ottobre 2011

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lunedì 24 ottobre 2011

In quest’ultimo periodo la Turchia si sta proponendo come leader morale per le nazioni arabe uscenti dalle diverse “rivoluzioni”, tutte affamate di democratizzazione. Chi può meglio assurgere a questo ruolo di un paese in cui, dopo la costituzione della Repubblica Turca per opera del movimento di Mustafa Kemal Atatürk, vi è stata una netta separazione tra potere secolare e religione islamica?

A Salonicco, città da cui partì la rivoluzione dei Giovani Turchi, negli anni a cavallo tra l’800 e il ‘900, vi era una forte presenza (circa 15.000) di Dunmeh sabbatei, persone apparentemente musulmane ma in realtà appartenenti alla setta cripto-giudaica seguace di Sabbatai Zevi. Quest’ultimo, vissuto nel ‘600, proclamatosi Messia del popolo di Israele, era stato arrestato e costretto a convertirsi all’Islam, suscitando grande delusione nei suoi sostenitori. È tuttavia sull’apostasia che si basava tutto il sabbateismo. Infatti Zevi promuoveva l’eresia del “messia peccatore”, che per la redenzione deve discendere nell’abisso del peccato e compiere il gesto più vergognoso: il rifiuto della Torah. E giustamente, per non essere da meno e soprattutto per raggiungere la salvezza, gli adepti della setta dovevano compiere riti orgiastici e pratiche tipiche delle sette esoteriche come la sodomia e l’incesto. (Per inciso, settant’anni dopo, Zevi, apparve in sogno ad un giovane ebreo polacco, Jacob Frank, che, guidato dal “santo spirito” si proclamò Messia, compì l’apostasia convertendosi al cristianesimo, creando una setta di pseudo-cattolici).

In Turchia i Dunmeh finirono per occupare posti privilegiati nei settori della politica, degli istituti bancari e del commercio ed è accertato che queste “moralissime” sette, essendo ben inserite nelle lobby affaristiche e politiche, abbiamo influenzato la rivoluzione dei Giovani Turchi che, esautorando il sultanato, posero le basi per il moderno e democratico Stato Turco, a difesa della cui laicità la Costituzione pose l'esercito, la cui élite è alle strette con il governo di Erdogan.

Siamo davvero così sicuri che gli altri stati islamici siano pronti a porsi sotto l’ala protettrice di un paese che non ha un identità politico-religiosa così trasparente?
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domenica 9 ottobre 2011

Nei giorni scorsi Diego Della Valle ha comprato una pagina dei maggiori quotidiani italiani per pubblicare un invettiva contro la classe politica italiana. Un testo banale, qualunquista e buonista. Niente di più che il solito stanco appello alla parte migliore del Paese, a quella società civile invocata ad ogni pié sospinto per un riscatto morale della nazione contro le malefatte della politica. Poche idee espresse oltretutto in una prosa sciatta, cui ben si addice il mediocre titolo della lettera: "Politici, ora basta!". Nihil novi sub sole.
Un'iniziativa che non meriterebbe attenzione, se non come simbolo rappresentativo di un certo capitalismo italiano (quello dei vari Marchionne, Montezemolo, Benetton e mille altri), che mentre calpesta i diritti sindacali dei propri dipendenti si presenta alle masse come campione di moralità, che mentre elogia il Made in Italy delocalizza nei paesi del Terzo Mondo. Una classe imprenditoriale che nasconde i propri interessi dietro il paravento della beneficenza e dei servizi alla comunità, come nel caso dell'affaire Colosseo.
Il 21 gennaio scorso la Tod's di Della Valle ha siglato un accordo con il Commissario per l'area archeologica di Roma Capitale e con la locale Soprintendenza in base al quale si impegna a finanziare con 25 milioni di euro il restauro ed il recupero dell'Anfiteatro Flavio. Una iniziativa salutata con entusiasmo da tutti i giornalisti italiani, quasi commossi di fronte a tanta beneficenza gratuita. Poiché non abbiamo creduto alla favola dell'imprenditore buono, siamo andati a leggere i termini dell'accordo e, naturalmente, le nostre perplessità hanno trovato fondamento. E' scritto infatti che il 10% della spesa (2,5 milioni) è destinato alla realizzazione di un Centro Servizi che " potrà fregiarsi e utilizzare la denominazione e i segni distintivi dello Sponsor": una sorta di Casa Tod's negli ambienti del Colosseo, senza neanche dover pagare l'affitto! Non è finita qui, perché il logo dell'impresa di calzature potrà essere stampato sui biglietti di ingresso e potrà ricoprire i lavori di restauro, nascondendo, quindi, il prospetto del monumento più famoso di Roma antica. In modo inverso, lo sponsor potrà usare per suoi fini commerciali, in Italia e all'estero, un logo raffigurante il Colosseo. Tutti piccoli dettagli se paragonati ad un altra clausola del contratto: la Tod's potrà ottenere l'accesso riservato alll'anfiteatro per gruppi di persone. In poche parole, la prossima volta che Della Valle dovrà incontrare un gruppo di acquirenti cinesi, non li inviterà nei suoi uffici, ma direttamente nel Colosseo, che, per l'occasione, rimarrà chiuso al pubblico. Come se non bastasse, mentre i lavori di restauro dureranno al massimo 24 mesi, i precedenti diritti sono concessi alla Tod's per ben 15 anni. Nei fatti, un vero e proprio sfruttamento privato di un ben pubblico.
"Noto come moralizzatore del calcio italiano, beffato da intercettazioni telefoniche imbarazzanti, tanto amato dai cattolici trasformisti e affaristi, un tipo alla Mattei che vorrebbe rivendersi come un Olivetti, amante dei profitti (pardon, progetti!) umanitari molto legati al ritorno di immagine e al business, [Della Valle] andrebbe studiato come rappresentante autorevole del nuovo capitalismo italiano, che è peggio del vecchio. Anzi, è più vecchio di quello vecchio, e sa di ottocentesco sfruttamento e assoggettamento, di potere mediatico mischiato a quello finanziario, e dove l'industria non c'è più, è solo un fantasma che serve al marketing e in questo specifico al narcisismo, cancro dell'epoca che stiamo vivendo" (A. Ferracuti, Viaggi da Fermo).
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giovedì 6 ottobre 2011

Il tre ottobre, in viale dell'Astronomia sono arrivate due lettere, una targata Fiat e Chrysler, l'altra Fiat Industrial. Una sola firma in calce, quella di Sergio Marchionne. Un solo messaggio: il Lingotto esce da Confindustria.
Marchionne ha parlato di una scelta politica. Niente di più falso.
Per comprondere in pieno questa decisione si deve tornare al 21 settembre, quando sotto la guida della Marcegaglia, i quattro maggiori sindacati si sono trovati a firmare un accordo sui contratti industriali, stipulato il 28 giugno.
Accordo che, di fatto, andava ad annulare in sole tre righe, aggiunte a settembre, l'articolo 8 della manovra governativa di ferragosto, che legittimava l'opting out condizionato: dava cioè la possibilità ai contratti aziendali e territoriali di stringere, per determinati fini, intese in deroga ai contratti nazionali e alla legge stessa.
Tra le materie per le quali era prevista la deroga figurava anche il licenziamento. In parole povere si conferiva la libertà di licenziare. Un decreto salva Fiat in tutto e per tutto.
L'accordo del 28 giugno ha visto dunque la Fiat uscire sconfitta, in quanto non gli sarebbe stato più possibile avere le mani libere per portare a termine tutti i suoi piani di restaurazione aziendale,
Marchionne da bambino viziato a cui è stata tolta la caramella è dunque uscito dalla Confindustria.
Un vero e proprio divorzio all'italiana.
Ma gli alimenti li pagheranno solo i lavoratori.
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