Lotta Europea

Lotta Europea

giovedì 12 giugno 2014

Lotta Europea sarà presente con uno proprio stand alla IV edizione di Comunitaria, appuntamento annuale delle comunità militanti. Vi aspettiamo numerosi!

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domenica 8 giugno 2014

Sulle reali cause delle violenze ucraine c'è un dettaglio illuminante che (forse proprio perché così illuminante) è sfuggito ai più: la rivolta di piazza Maidan è scoppiata quando l'ex presidente Yanukovich ha rifiutato le proposte di associazione alla UE e ha lasciato intendere di voler aderire al progetto di Unione Eurasiatica lanciato da Putin e al quale hanno già risposto positivamente il bielorusso Lukashenko ed il kazako Nazarbaev. Si tratta di creare uno spazio di cooperazione economica e commerciale in uno spazio politico e geografico abitato da 170 milioni di persone, forte di scambi commerciali fra i tre paesi membri pari 66,2 miliardi di dollari e, soprattutto, di riserve di gas e di petrolio pari rispettivamente al 20 e al 15% di quelle globali. Un tesoro che ha attirato l'attenzione di Armenia, Kirghizistan e Tagikistan, pronti ad aderire al progetto, e della ben più potente Cina, che, dopo gli accordi siglati con Mosca in materia energetica e finanziaria, è pronta ad investire in quella "rete di trasporti e percorsi logistici d'importanza non solo regionale ma globale" promessa da Putin come conseguenza naturale dell'Unione. Ora che il posto di Yanukovich è stato occupato da Poroshenko, pronto (e prono) a riaprire le trattative con Washington e Bruxelles, la nuova creatura di Putin dovrà fare a meno della sua Ucraina e del suo connaturato ruolo di porta dell'Europa e corridoio energetico.
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martedì 3 giugno 2014


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giovedì 15 maggio 2014

La Cina, è noto, ha fame di energia per sostenere la propria industria manifatturiera e di conseguenza la propria irrefrenabile crescita economica: nella speciale classifica dei principali consumatori di energia, ha ormai scavalcato gli Stati Uniti e conquistato la vetta, con 2735 tonnellate equivalenti di petrolio (il 22% dei consumi mondiali).  Il 13% del suo fabbisogno energetico è soddisfatto tramite importazioni: in controtendenza rispetto al rivale americano, che ha visto scendere il proprio tasso di dipendenza dal 21% al 17% nel biennio 2011-2012, il tasso cinese è più che raddoppiato rispetto al 6% del 2011. Infine, va considerato come attualmente la Cina derivi la propria energia essenzialmente dal carbone (68% del totale) piuttosto che dal petrolio o dal gas naturale (5%).
Di fronte a questi dati, la strategia di Pechino per assicurarsi un certo grado di stabilità non può che strutturarsi su una direttiva duplice: da una parte la diversificazione del proprio mix energetico (a favore di materie prime più conveniente e meno inquinanti) e dei paesi fornitori, dall'altro lo sviluppo della produzione interna.
Nell'ambito del primo obiettivo, quello della diversificazione delle fonti, rientrano i recenti accordi siglati con la Russia che, per parte sua, a tutto l'interesse ad aprire i propri mercati di export a Oriente, stante la situazione critica con l'Ucraina e l'Europa: il contratto di 25 anni sottoscritto tra Rosneft e Cnpc ha ad oggetto la fornitura di 365 milioni di tonnellato di petrolio (per un valore totale di 270 miliardi di dollari), mentre si stringono i tempi per un'ulteriore accordo trentennale tra Gazprom e Cnpc per la fornitura di 28 miliardi di metri cubi di naturale, destinati a crescere nel tempo fino ad un massimo di 68 miliardi.
Dall'altra parte, è notizia di questi giorni lo scontro tra Cina e Vietnam a seguito dell'avvio delle perforazioni cinesi in prossimità delle isole Paracel, contese tra Cina, Vietnam e Taiwan: è la prima volta che un'azienda cinese conduce da sola un'attività di perforazione in mare aperto. Lo scopo è chiaro, come chiaro era nel caso della sua nuova Air defense identification zone estesa fino alle isole Senkaku rivendicate da Tokyo:  estendere il più possibile i propri confini su acque in cui passano le principali rotte commerciali internazionali e che nascondo dai 23 ai 30 miliardi di tonnellate di petrolio e 16 trilioni di metri cubi di gas naturale.
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mercoledì 7 maggio 2014

Se non ci fosse il calendario a contraddirlo, qualcuno potrebbe credere di vivere nel 2001, all'indomani dell'11 settembre, quando Bush lanciava al mondo la sua dottrina politica basata sui due pilastri della guerra preventiva al terrorismo e dell'azione unilaterale. Anche se Bush non è più al potere, rimpiazzato da un presidente coloured idolatrato (almeno inizialmente) dall'intelligentia e dalla società civile tutte, nulla sembra cambiato, come i recenti fatti nigeriani stanno a dimostrare.
Nel mese scorso, a Chibok, nella regione Nord-Orientale del paese africano, 223 studentesse sono state rapite per essere vendute come schiave dai miliziani islamisti di Boko Haram (letteralmente, "l'istruzione occidentale è peccato"), gli stessi che la settimana scorsa hanno attaccato la città di Gamboru Ngala, distruggendo il mercato locale e uccidendo tra le 200 e le 300 persone. Palla presa al balzo, cinicamente, da Obama che ne ha approfittato per lanciare una nuova crociata contro il terrorismo islamico: "Dobbiamo affrontare il problema di simili organizzazioni che portano il caos nella vita quotidiana della gente". Detto fatto: l'intervento unilaterale, senza alcuna preventiva risoluzione ONU, è pronto ed è già stato avviato. Il portavoce della Casa Bianca Jay Carney ha affermato che è pronta a partire per il continente nero una task force composta da personale dell'esercito e della polizia specializzato in intelligence, investigazioni, negoziazione, condivisione delle informazioni e assistenza alle vittime di rapimento. A metterci i militari, per un'azione boots on the ground, ci penserà il Regno Unito, pronto ad inviare a seguito di una riunione notturna del Cobra (il comitato governativo per le emergenze) uomini delle forze speciali, mentre Hollande ha già promesso che "anche la Francia farà di tutto per aiutare la Nigeria", precisando che "una squadra specializzata con tutti i nostri mezzi nella regione est è a disposizione della Nigeria".
L'ennesima dimostrazione che, repubblicani o democratici, poco cambia nella politica estera statunitense.
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giovedì 1 maggio 2014

L'agenzia statunitense Standard & Poor's ha annunciato di aver abbassato il rating russo sull'affidabilità creditizia dal livello BBB a BBB- e quello di lungo termine in valuta locale da BBB+ a BBB: in altre parole, un giudizio appena un gradino sopra la soglia di vulnerabilità di un investimento. E altri declassamenti sono all'orizzonte perché, come si legge nella nota di S&P's, "La situazione geopolitica tesa tra Russia e Ucraina potrebbe risultare in ulteriori, significativi deflussi sia come capitale estero sia nazionale dall'economia russa, compromettendo così le prospettive di crescita già deboli del Paese».
Una decisione, quella di S&P's, inserito in un più ampio attacco economico-finanziario condotto dagli Stati Uniti (con la complicità dell'Occidente tutto) nei confronti di Mosca. Un attacco che non può essere sottovalutato e Putin non si è fatto trovare impreparato. Infatti, il presidente, mentre dichiarava che le sanzioni imposte dagli U.S.A non avranno un impatto critico sul Paese, tesseva le reti diplomatiche per rispondere all'offensiva sul fronte del rating. E' di questi giorni, infatti, la notizia della fusione dell'agenzia di rating cinese Dagong e della russa Rus-Rating in una joint-venture di dimensioni tale da fare concorrenza alle omologhe statunitensi.
Ci vorrà tempo per erodere spazio alla "troika" SP's, Moody's e Fitch, ma a Mosca sanno portare pazienza.
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lunedì 7 aprile 2014


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Lotta Europea n°10

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martedì 1 aprile 2014

Tra le 439 centrali nucleari attive nel mondo al luglio del 2008, il 75% dei reattori ha più di 20 anni di vita: considerando che essi sono stati originariamente progettati (ed autorizzati) per un funzionamento fino a 40 anni, e che comunque la loro vita utile non potrebbe essere estesa oltre i 50/60 anni, è evidente che fra un paio di decenni si verificherà un pesante crollo della produzione energetica.
Nel mondo, il Nord-America e l'Europa, essendo le prime regioni ad aver avviato un programma nucleare, saranno anche le regioni maggiormente colpite da un'uscita di servizio a 40 anni delle loro centrali. In particolare, in Europa il 30% dei reattori ha una vita compresa tra 25 e 35 anni, il 60% tra 15 e 25 ed il 10% meno di 15 anni. Questo significa che l'Europa è destinata a perdere nel 2025 i quattro quinti del contributo nucleare, pari a circa il 25% dell'attuale produzione di elettricità. Si preannunciano quindi seri problemi al sistema elettrico europeo, dal punto di vista delle forniture di materia prima, di competitività e di sostenibilità ambientale. Infatti, i passati progetti di estensione delle licenze esistenti e di installazione di nuovi reattori sono stati ridimensionati a seguito dell'incidente di Fukushima, in conseguenza del quale paesi come la Germania e la Svizzera hanno addirittura accelerato i processi di dismissione delle centrali più vecchie e sospeso i programmi nucleari. Anche in Italia, il governo, in data 31 marzo 2011, ha abrogato le disposizioni prese nel biennio 2008-2010 che prevedevano l'edificazione di nuovi impianti nucleari nel nostro territorio dopo lo stop del 1987, ancor prima che un referendum (12-13 giugno 2011) cancellasse le norme che avrebbero consentito la produzione di energia atomica.
Poiché le centrali in via di chiusura sono essenzialmente centrali di base (nucleari e a carbone), è impensabile che esse possano essere sostituite da impianti eolici o solari: ne consegue, evidentemente, una crescente dipendenza dell'Europa dai combustibili fossili, il che equivale a dire una crescente necessità di una partnership privilegiata con Mosca e con i paesi dell'area caucasica.
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mercoledì 19 marzo 2014

Il quotidiano laburista inglese "Independent", che Wikipedia dichiara diffuso tra "ambientalisti, pacifisti e cittadini insofferenti della monarchia" e che non può essere tacciato di appoggio a Putin, ha rivelato l’esistenza di 85 conti bancari riferibili a Yulia Tymoshenko e ai suoi più stretti parenti, nei quali, nell'ultimo ventennio, sarebbero confluiti circa 200 milioni di dollari, provento delle posizioni politiche ricoperte dall'ex premier Pavlo Lazarenko e dalla stessa Tymoshenko, allora leader del colosso energetico Uesu.
Questa la verità sulla guida della rivoluzione arancione, ancora oggi al centro delle turbolenze ucraine.
 
Qui il link all'articolo originale.
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lunedì 3 marzo 2014

E' ormai evidente che il sistema produttivo della Cina si sta evolvendo e che questa evoluzione comporterà pesanti ripercussioni sui rapporti con gli Stati Uniti in generale e con il finanziamento del deficit americano in particolare. Secondo le analisi e le prospettive di studio, rispetto ai settori manifatturiero ed edilizio, che hanno rappresentato fino ad oggi il vero motore della crescita di Pechino, il settore dei servizi ha bisogno di circa il 35% dei posti di lavoro in più per unità di PIL: se ne desume che, nonostante i suoi tassi di crescita annua siano scesi intorno al 7/8%, il governo cinese potrebbe comunque raggiungere gli obiettivi prefissati nella lotta alla disoccupazione e alla riduzione della povertà. In altre parole, i suoi consumi interni sono destinati a crescere, deprimendo, per compensazione, i risparmi in eccesso, ponendo Washington di fronte ad un tragico interrogativo: chi finanzierà il deficit di bilancio degli Stati Uniti? E a quali condizioni? Sono domande poste in prospettiva futura, a cui però l'America dovrà rapidamente trovare una risposta. Perché nel frattempo la Cina ha recentemente dichiarato di avere ridotto la propria esposizione in titoli del Tesoro Usa (che ammonta attualmente a 1,27 trilioni di dollari) per una cifra pari a 47,8 miliardi di dollari, mentre nel report Gold Survey 2013 pubblicato dalla Gold Fields Mineral Services è descritto il “più grande movimento di oro nella storia, in termini di valore”, diretto proprio in Cina.
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domenica 12 gennaio 2014


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sabato 11 gennaio 2014

Lotta Europea n°9

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martedì 22 ottobre 2013

La Cassazione, accogliendo il ricorso di Luisa Davanzali, erede di quell'Aldo Davanzali già proprietario dell'Itavia ha "definitivamente accertato" il depistaggio sulla tragedia di Ustica del 27 gugno 1980: ribaltato quindi il verdetto della corte d'appello che aveva escluso "l'eventuale efficacia di quella attività di depistaggio".
E' così crollato definitivamente il teorema giudiziario che voleva il DC-9 caduto a largo di Ustica per il cedimento strutturale di una di quelle "bare volanti" che proprio Aldo Davanzali avrebbe lasciato volare stante la crisi commerciale della sua compagnia aerea. Ora un nuovo processo civile dovrà, al contrario, valutare e giudicare le responsabilità del governo, e dei ministeri della Difesa e dei Trasporti, nel fallimento dell'Itavia, causato (o comunque accelerato) dall'attività di depistaggio che, nascondendo le reali cause del'esplosione, avrebbe determinato il discredito dell'impresa.
Ma quali sono queste reali cause dell'esplosione? Ora lo dice anche la Cassazione: "un missile sparato da aereo ignoto, la cui presenza sulla rotta del velivolo Itavia non era stata impedita dai ministeri della Difesa e dei Trasporti".
Insomma, quel giorno del 1980 sui cieli italiani si combatteva una guerra tra aerei di nazionalità diverse, libici e americane: una guerra che ha lasciato sul campo i corpi di 81 vittime innocenti. Vittime dell'imperialismo yankee e della subordinazione del governo italiano. Vittime del silenzio e delle menzogne di un'intera classe politica.
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lunedì 14 ottobre 2013

Un recente report della Banca Mondiale (ente tutt'altro che tacciabile di antisionismo) ha svelato quale è il reale peso delle restrizioni e dell'occupazione israeliana sull'economia palestinese: 3,4 miliardi di dollari. I calcoli dicono anche che se Israele lasciasse la Cisgiordania (dove "più della metà della terra è inaccessibile ai Palestinesi"), il PIL palestinese salirebbe del 35%.
Cifre che parlano da sole e che non bisognano di commenti. Piuttosto di sdegno per la politica di oppressione di Israele e per le anime candide dell'Occidente che plaudono alla sola "democrazia" del Vicino Oriente e quotidianamente ne piangono i soprusi subiti.
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martedì 8 ottobre 2013

Lotta Europea n°8
 
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giovedì 12 settembre 2013


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domenica 1 settembre 2013


Cinque anni dopo il conflitto vinto dalla Russia contro la Georgia e che portò alla sostanziale indipendenza dell'Ossezia del Sud, si riaccendono le ostilità tra i due paesi.
Sotto accusa i lavori svolti, a partire dal maggio scorso, dall'esercito russo (cui il governo locale ha appaltato il controllo del confine con la Georgia) che, costruendo una barriera di filo spinato a segnare il limes della regione, ne ha approfittato per spostare più avanti di alcune centinaia di metri il confine stesso dell'Ossezia nel territorio georgiano. Lavori che però non sono altro che la risposta all'annuncio di Tbilisi del raggiungimento del Membership Action Plan che, una volta confermato nel corso del 2014, costituirà il primo passo per l'organico ingresso all'interno della NATO, che si appresta così a stringere la morsa intorno alla Russia e ad avvicinare a questa le proprie truppe.
Intanto il 26 ed il 27 giugno scorso una delegazione del Consiglio NATO ha fatto visita al nuovo premier georgiano Ivanishvili.
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mercoledì 24 luglio 2013

Lotta Europea n°7
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martedì 23 luglio 2013


Il progetto per la realizzazione del gasdotto Nabucco è ad un punto morto e sembra stia conoscendo il suo definitivo tramonto. Il colpo fatale, forse decisivo, arriva dalla decisione del consorzio internazionale Shaha Deniz di preferirgli, per l'esportazione del gas azero, le condutture della Trans Adriatic Pipeline. La decisione del consorzio internazionale Shah Deniz di promuovere il progetto di gasdotto Trans Adriatic Pipeline (TAP) come principale corridoio d'esportazione del gas azero verso l'Unione Europea sembra sancire irrevocabilmente il tramonto del gasdotto Nabucco, enfaticamente definito nel corso degli anni come il flag project della strategia energetica europea: ciò significa, in altre parole, che il gas estratto a Shah Deniz, in Azerbaijan, transiterà per la Turchia, la Grecia e l'Albania per poi arrivare in Italia e, attraverso il collegamento all'Adriatico-Ionico (altro gasdotto in fase di progettazione), nei Balcani tra la Grecia e la Bulgaria.
Una sconfitta per la UE (che del Nabucco aveva fatto il suo flag project) e una vittoria per la Russia che continuerà ad essere il principale partner energetico dell'Europa (nonostante la tentata strategia di diversificazione delle fonti di approviggionamento). Mosca infatti potrà ora consolidare i propri legami con i paesi dell'Europa sudorientale esclusi dalla nuova rete di distribuzione (che sarebbero stati al contrario i primi destinatari del gas di Nabucco), mentre la portata del gasdotto TAP non scalfirà la sua posizione sul mercato europeo (messa in crisi invece dal Nabucco).
L'Unione Europea comprenderà mai che è proprio Mosca il nostro partner naturale?
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