Lotta Europea

Lotta Europea

venerdì 28 gennaio 2011

Traduzione da "Le testament d'un Européen", di Jean de Brem:
"Sento pesare sulle mie misere spalle il peso smisurato della più gloriosa delle eredità. A me, che non valgo nulla, la civiltà ha fatto un regalo gigantesco: il patrimonio dell'Europa. E' fatto di tesori e ricordi. Ciascuno di noi, credo, à Londra e a Vienna, a Berlino e a Madrid, ad Atene e a Varsavia, a Roma e a Parigi, a Sofia e a Belgrado, deve sentire lo stesso dramma. Ciascuno di noi è l'ultimo degli Europei. Io sono l'erede indegno di una famiglia di giganti. [...] Morirò senza posteri, reso sterile dal nucleare o sgozzato da un fanatico. E i miei fratelli conosceranno la stessa sorte. Giganti ci precedono, eroi e saggi, esploratori della terra ed esploratori dell'anima, Cesari e Antonini, monarchi e capitani, profili severi in vesti liturgiche, belle cortigiane o bruti implacabili. Un corteo di grandi figure, raggianti di splendore e potenza, si sviluppa davanti ai nostri occhi, immenso fardello per noi contemporanei.

[...]

Tacciatemi di romanticismo, cosa importa?!
Per me, il tesoro del mondo è un fanciullo di Vélasquez, un'opera di Wagner o una cattedrale gotica. E' un calvario bretone o una necropoli della Champagne. E' il Romencero del Cid, o il viso dell'Enfant grec di Hugo. Una tomba dell'Hotel des Invalides, o la grande aquila di Schonbrunn, l'Alcazar di Toledo, o il Colosseo di Roma, la torre di Londra, o quella di Galata, il sangue di Budapest o la quadriga orgogliosa della Porta di Brandeburgo, divenuta la frontiera dell'Europa mutilata.
Per tutte queste pietre, per tutte queste aquile e per tutte queste croci, per la memoria dell'eroismo e del genio dei nostri padri, per la nostra terra minacciata di schiavitù e il ricordo di un grande passato, la lotta non sarà mai vana".


Testo originale:
"Je sens peser sur mes épaules misérables le poids démesuré du plus glorieux des héritages. A moi, qui ne suis rien et qui n’apporte rien, la civilisation fait un cadeau gigantesque: le patrimoine de l’Europe. Il est fait de trésors et de souvenirs. Chacun de nous, je crois, à Londres et à Vienne, à Berlin et à Madrid, à Athènes et à Varsovie, à Rome et à Paris, à Sofia et à Belgrade, doit ressentir le même drame. Chacun de nous est le dernier des Européens. Je suis le prince débile issu d’une lignée de colosses. [...] Je mourrai sans postérité, stérilisé par l’atome ou égorgé par un fanatique. Et mes frères auront le même sort. Des géants nous précèdent, des héros et des savants, des explorateurs de la terre et des explorateurs de l’âme, des César et des Antoine, des monarques et des capitaines, des silhouettes sévères en robe de bure, de belles courtisanes ou des brutes implacables. Tout un cortège de grandes figures, resplendissantes de splendeur et de puissance, se déroule à nos yeux, immense fardeau pour nos contemporains.
[...] Taxez-moi de romantisme, qu'importe ! Pour moi, le trésor du monde, c'est une infante de Vélasquez, un opéra de Wagner ou une cathédrale gothique. C'est un calvaire breton ou une nécropole de Champagne. C'est le Romancero du Cid, ou le visage hugolien de "l'enfant grec". C'est un tombeau des Invalides, ou le Grand Aigle de Schönbrunn, l'Alcazar de Tolède, ou le Colisée de Rome, la Tour de Londres, ou celle de Galata, le sang de Budapest ou le quadrige orgueilleux de la Porte de Brandebourg devenue le poste frontière de l'Europe mutilée. Pour toutes ces pierres, pour tous ces aigles et pour toutes ces croix, pour la mémoire de l'héroïsme et du génie de nos pères, pour notre terre menacée d'esclavage et le souvenir d'un grand passé, la lutte ne sera jamais vaine".

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lunedì 24 gennaio 2011

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giovedì 20 gennaio 2011

Ventotto giorni di proteste hanno messo fine alla presidenza di Zin el Abidin Ben Ali, salito al potere a Tunisi nel 1987 con un golpe, appoggiato dal Sismi italiano: già capo dei servizi segreti tunisini, cinque settimane dopo essere stato nominato primo ministro, fece giudicare incapace per senilità Bourguiba e si proclamò presidente al suo posto. L'appoggio italiano all'operazione non piacque molto alla Francia: 24 ore dopo una bomba scoppiò al Faro delle Tremiti.
Ma facciamo un passo indietro, per capire meglio.
Nel 1983 l'ottantenne Bourguiba, presidente della Tunisia, emanò un editto che sancì l'aumento del prezzo dei cereali, causando un moto di piazza che destabilizzò il governo della vicina Algeria: Bourguiba non era più in grado di mantenere la calma nel suo Paese e andava eliminato dalla scena politica. La situazione non migliorò con il passare del tempo, tanto che l'anno successivo il premier algerino Benjedid confidò a Bettino Craxi, allora capo del consiglio di essere intenzionato ad invadere la Tunisia per evitare problemi al gasdotto che, proprio attraverso il territorio tunisino, pompava il metano algerino in Italia. Il premier italiano riuscì a far desistere Benjedid dai suoi intenti e, tornato in Italia, avviò una trattativa con Algeri, tramite il Sismi, nella persona dell'ammiraglio Martini: i due paesi si accordarono per un regime change a Tunisi e riconobbero in Ben Ali l'uomo su cui puntare. Martini volò anche a Parigi ad informare e trattare con i vertici della DGSE (i servizi segreti), i quali pretendavo di mantenere ancora un certo controllo suggli affari dell'Algeria, sua ex-colonia. A Parigi però non furono entusiasti delle mosse e dell'intraprendenza italiana: anch'essi convinti che fosse il momento di destituire Bourguiba, avevano però altri nomi su cui puntare.
Ciò nonostante Ben Ali riuscì a farsi proclamare nuovo presidente. E il giorno successivo, come già detto, alle isole Tremiti scoppiò una bomba, piazzata da due svizzeri. All'inizio si credette fosse opera di Gheddafi, che rivendicava le isole come indennizzo per il colionalismo italiano. Fu il Corriere della Sera, nel 1996, ad ipotizzare una vendetta-avvertimento di Parigi: una tesi confermata dallo stesso Martini nel 1999 in un suo libro di memorie.
Comunque siano andate realmente le cose, l'ennesimo mistero italiano. Le stesse ombre che avvolgono altre bombe e altre stragi.
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venerdì 31 dicembre 2010

Premessa: l'estradizione di Cesare Battisti, dibattuta in questi giorni, non ci interessa. Non siamo giustizialisti assetati di vendetta. Non ci vogliamo accodare a chi cerca di riaprire vecchie ferite e rimestare i fatti di una stagione chiusa. Non siamo alla ricerca di buoni e cattivi. Non crediamo a chi, in questi giorni, cerca paragoni inesistenti con gli anni settanta e il terrorismo, rosso o nero. E' una pagina chiusa. E non vorremmo che qualcuno ne approfitasse per riaprirla.

Però...

In tutta questa storia c'è un dettaglio che lega il presidente brasiliano Lula, l'ex militante dei PAC Cesare Battisti e l'AD del gruppo FIAT Sergio Marchionne. Un dettaglio che rischia di passare inosservato, ma che forse merita qualche attenzione in più.
Lula sostiene di avere preso la sua decisione, contraria all'estradizione, da mesi, am di averla comunicata solo ora. Perché, questo ritardo? Perché di mezzo c'era una campagna elettorale da portare avanti, con la maggioranza degli elettori favorevoli all'estradizione di Battisi, considerato dai più un semplice e volgare "rapinatore".
Ma ancora di più perché di mezzo c'erano affari da concludere con la FIAT di Marchionne e la trattativa con il partner italiano rischiava di saltare insieme alle relazioni diplomatiche fra i due Paesi. Per la precisione c'era un impianto produttivo da inaugurare: un investimento da 1770 milioni di dollari (!!!) per produrre 200mila automobili a partire dal 2014.
Ed è per lo stesso motivo che Lula si è detto sicuro che l'Italia non reagirà alla mancata estradizione di Battisti
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giovedì 30 dicembre 2010

A seguito dell'ultima condanna per furto ultramiliardario e riciclaggio, Mikhail Khodorkovsky, ex magnate de petrolio, sconterà un totale di 14 anni di prigione, di cui 7 già scontati dal momento del suo arresto (ottobre 2003).
Ma chi è quest'uomo? Un martire della libertà e della democrazia, come lo dipingono i media occidentali, oppure un ladro e nemico della nazione, secondo l'accusa del governo Putin?
Di origine ebrea, egli ha ha cominciato la sua brillante carriera nel 1990, fondando una banca (la Menatep Banking Group) con la quale, alla caduta dell'URSS ha potuto approfittare delle privatizzazioni messe in atto dal governo di Mosca, acquistando il patrimonio industriale e minerario della nazione, oramai in svendita. L'affare maggiore lo ha concluso nel 1995, comprando il colosso petrolifero Yukos (oggi Gazprom) per la modica cifra di 350 milioni di dollari, a fronte di un valore reale di 15 miliardi di dollari (questa la sua quotazione in borsa): 42 volte di più.
Eppure anche 350 milioni di dollari non sono pochi: chi glieli aveva dati? I Rothschild di Londra. E proprio a uno di loro, Jacob, passò il pacchetto azionario della Yukos in possesso di Khodorkovski, al momento dell'arresto di quest'ultimo: secondo un accordo tra i due, in caso di guai le azioni di Mikhail sarebbero diventate di Jacob, così che Mosca non avrebbe potuto sequestrarle.
Salito al potere, Vladimir Putin ha (ri)nazionalizzato la Yukos restituendola al Paese: oggi è la Gazprom.
Non solo. Nel 2000, quando Putin fu eletto presidente, la Russia aveva un debito di 16,6 miliardi di dollari con il Fondo Monetario Internazionale e di 36 miliardi con il Club dei Creditori di Parigi e Londra, i banchieri privati prestatori agli Stati, egemonizzato, ancora una volta, dai Rohtschild. Il rincaro dei prezzi petroliferi ha consentito a Putin di dirigere una parte dei profitti di Gazprom per estinguere anticipatamente i debiti nazionali (operazione completata nel 2006).
Ha fatto perdere loro soldi. Ha fatto perdere loro la Yukos. Ha fatto perdere il loro uomo. Ecco perché i Rotschild odiano Putin. Ecco perché i media occidentali piangono sul destino di Khodorkovski.
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sabato 11 dicembre 2010

Nel 1989 cadeva il muro di Berlino, nel 1990 si riunificavano le due Germanie, nel 1991 si smembrava l'Impero sovietico, si scioglieva il Patto di Varsavia e prendeva avvio la Guerra dei Balcani, causa prima della sparizione della Jugoslavia dagli atlanti. Da allora l'Europa si è ritrovata, ma non si è unita.
La plutocrazia mondiale ha tracciato un solco incolmabile tra Occidente e Oriente, tra Noi e Loro. Ma è un imbroglio.
L'Europa non è un semplice continente, come l'Africa o l'Oceania. L'Europa non è né al di qua, né al di là degli Urali. Geograficamente l'Europa non esiste. E' indistinguibile dall'Asia, di cui altro non è che un subcontinente, meno evidente di quanto sia, nella sua specificità, quello indiano. Essa è solo un promontorio di un'immensa massa geografica.
Eppure l'Europa esiste. Da sempre. O almeno da quando Zeus, sulle spiagge della Fenicia, si trasformò in toro per rapire la figlia del re locale, Europa appunto. Esiste perché ha dei caratteri originari, una sua identità. E' opera degli uomini, non un dono di natura.
Priva di un reale territorio, marcato geograficamente, almeno ad Oriente, essa deve arrivare là dove riesce a difendersi, dove la sua sicurezza e la sua autosufficienza siano assicurate. Deve superare e cancellare i confini imposti Oltreoceano. Superare divisioni e diffidenze che ancora persistono. Da Roma a Bisanzio a Mosca.
Deve farlo se vuole essere, dall'Atlantico al Pacifico, altro che non il "capo d'Asia".
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mercoledì 1 dicembre 2010

L'Italia possiede 207 carceri capaci di ospitare circa 42mila detenuti: nella realtà dei fatti questi sono invece 68.795. Ovvero circa 30 mila persone in più. Di questi, 25.364 sono stranieri.
Ma il dato che più colpisce e più dovrebbe fare scandalo in uno stato che si definisce democratico è un altro: quasi la metà dei detenuti nelle patrie galere sono imputati.Ovvero persone sottoposte a misura cautelare e non ancora condannati in via definitiva. Ovvero, a rigor di legge (e di logica) INNOCENTI! 29.986 persone (di questo si tratta, semplicemente di persone) di cui 15mila ancora in attesa del primo giudizio.
Intanto in carcere si continua a morire, di suicidio o, più banalmente, di febbre (è il caso, recente, di Antonio Alibrandi, detenuto a Rebibbia, portato in ospedale solo dopo 10 giorni di febbre a 40°, lontano dai familiari). Si continua ad abitare 23 ore al giorno 10 metri sotto al livello del mare, in una cella senza finestre, con un bagno il cui soffitto è stato realizzato dai carcerati con sacchi neri della spazzatura sostenuti da manici di scopa (a Favignana). Si continua a spendere più di 1 miliardo di euro per un'indagine su Vittorio Emanuele di Savoia (oltretutto assolto) che possa fare pubblicità al PM di turno (in questo caso il celebre, per l'appunto, Woodcock). Si continua a realizzare nuovi posti-letto nelle carceri (2mila contro i 30mila necessari) e a lasciarli inutilizzati per mancanza di personale.
Si continua a ripetere (Alfano, ministro della Giustizia): “Abbiamo seminato bene e continueremo a farlo”.
Complimenti.
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lunedì 22 novembre 2010

Nelle settimane scorse il governo della Costa Rica ha autorizzato quello del Nicaragua a effettuare alcuni lavori di sistemazione degli argini del fiume San Juan che segna, in parte, il confine fra i due Paesi: i nicaraguensi, sotto la direzione del Comandante Zero della Rivoluzione Sandinista (in seguito leader dei Contras e oggi braccio destro del premier Ortega), ne hanno approfitatto per occupare un isolotto al centro del fiume, dove hanno costruito un accampamento militare e hanno issato la propria bandiera. La Costa Rica (che non ha un esercito nazionale dal 1948) ha risposta mandando sul posto una pattuglia di polizia.
Apparentemente una lite di confine tra le due nazioni sud-americane, insignificante per il resto del mondo.
Solo apparentemente.
Sembra, infatti, che il corso del fiume San Juan potrebbe far parte del percorso del Canale del Nicaragua, un vecchio progetto di canale di comunicazione tra l'Atlantico e il Pacifico, alternativo a quello di Panama, mai realizzato ma, allo stesso tempo, mai abbandonato del tutto.
Ultimamente il progetto ha attirato gli interessi della Russia, in cerca di collegamenti migliori ai pozzi di petrolio scoperti recentemente al largo di Cuba (nei quali Gazprom detiene il 30% delle assegnazioni). Il canale costituisce, dunque, un tassello importante per la realizzazione di un rotta energetica che unisca Vladivostok al Mar dei Caraibi.
Secondo un'analisi del quotidiano israeliano Haaretz, questa colossale operazione farebbe gola anche a Chavez, interessato a nuove vie di sbocco per il proprio petrolio (verso la Cina) e all'Iran, cui sarebbe assicurata una base strategica nella regione.
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lunedì 15 novembre 2010

"Gli autori del rapporto Goldstone ci devono delle scuse": è quanto ha dichiarato nei giorni scorsi il premier israeliano, Netanyahu in visita all'Assemblea delle federazioni ebraiche del Nord America.
Ma cos'è questo famigerato rapporto Goldstone?
Si tratta di un documento, scritto dall'omonimo magistrato sudafricano di origine ebraiche, con il quale l'ONU ha accusato l'esercito di Gerusalemme e le milizie di Hamas di non aver rispettato le convenzioni di guerra e di aver mirato alla popolazione civile durante l'operazione Piombo Fuso, con la quale Israele, tra il dicembre 2008 e il gennaio 2009, ha invaso la striscia di Gaza per fermare il lancio di razzi da parte dei palestinesi. Con questo atto, l'ONU ha imposto un ultimatum di sei mesi affinché le due parti producano prove e testimonianze a proprio favore: in caso contrario la corte internazionale dell'Aia potrebbe istituire un procedimento legale.
Ma quale è allora il motivo di tanta indignazione da parte di Netanyahu? Lo ha detto lui stesso: è stato dimostrato che metà dei caduti nell'offensiva erano miliziani di Hamas.
E l'altra metà?
P.S.
Lunedì 8 novembre, è stato reso pubblico un nuovo programma di espansione coloniale: 1300 nuove abitazioni vicino a Gerusalemme Est, nei villaggi di Har Homa e di Ramot.
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mercoledì 3 novembre 2010

Si chiama Stuxnet ed è una vera e propria arma tecnologica: un virus informatico capace di prendere il controllo di un semplice impianto industriale ma anche di uno più complesso come una centrale nucleare, deviandone e paralizzandone i processi interni. Il suo obbiettivo: la centrale nucleare di Bushehr in Iran.
I dirigenti della Symantec, la più grande casa di produzione di antivirus, affermano che per la realizzazione di tale congegno informatico è necessaria una profonda conoscenza informatica. Escludendo quindi l'operato di un singolo hacker,la questione si fa grande e di notevole importanza: chi è l’artefice di tale attacco cibernetico?
Da quanto affermano gli esperti della Symantec, le tracce portano verso lo stato di Israele,per una serie di motivi legati alla criptazione di alcune parole all’interno del virus che mostrerebbero nessi diretti con Gerusalemme.
In attesa dei bombardamenti reali, ci si allena con quelli virtuali.

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giovedì 21 ottobre 2010



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giovedì 14 ottobre 2010

78 giorni di bombardamenti NATO effettuati da 15000 piedi d'altezza sulla Serbia hanno significato colpire:

appartamenti (5 aprile 1999, per esempio, 17 morti),

treni civili (12 aprile 1999, per esempio, 55 morti),

contadini kosovari (14 aprile 1999, per esempio, 75 morti),

televisioni pubbliche (23 aprile 1999, per esempio, 16 morti),

autobus (1 maggio 1999, per esempio, 47 morti),

ambasciate (cinese, per esempio, 3 morti),

carceri (21 maggio 1999, carcere di Pristina, per esempio, 100 morti),

ospedali (31 maggio, ospedale di Surdulica, per esempio, 20 morti),

scudi umani (60 civili kosovari, per esempio, usati come tali dai serbi, si disse, e
nessuno contestò),

scuole (31 maggio 1999 a Novi Pazar, per esempio, 23 bambini),

oltre cinquecento civili, si disse,

indefinite migliaia di militari serbi.

A zero.
Dicasi: a zero.
Un supercappotto.
Altro che un 3-0 a tavolino.

KOSOVO JE SRBIJA
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domenica 26 settembre 2010

La conferenza generale di Vienna dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica ha bocciato la risoluzione presentata dai Paesi Arabi per costringere l’organismo internazionale a chiedere ufficialmente l’adesione di Israele all’AIEA stessa: 56 voti contrari, 41 favorevoli e 23 astenuti. Risultato: il governo israeliano continuerò a negare l’accesso degli ispettori internazionali ai propri siti nucleari.
Fondamentali al raggiungimento dell’obiettivo sono state le minacce di Tel Aviv (“È contro l’interesse israeliano ratificare il Trattato di non proliferazione nucleare, e l’Osservatorio nucleare delle Nazioni Unite sta oltrepassando il suo mandato nel chiederci di farlo”, aveva affermato il capo della Commissione per l’energia atomica di Tel Aviv, Shaul Chorev) e l’intervento degli U.S.A. che hanno chiesto inutilmente il ritiro della mozione per poi invitare i propri alleati ad astenersi o a votare contro la proposta, affermando che essa avrebbe minato gli sforzi in corso per bandire le armi nucleari dal Vicino Oriente e avrebbe costituito un messaggio negativo per i negoziati diretti in corso tra israeliani e palestinesi.
Visto quanto accaduto, come possono gli stessi stati pretendere da parte dell’Iran la rinuncia all’arricchimento dell’uranio e continue giustificazioni in merito ad un programma militare che non esiste? Teheran ha aperto agli ispettori dell’AIEA tutti i propri siti atomici in fase di sviluppo eppure, nonostante ciò, vive in regime di sanzioni internazionali. Israele, al contrario, acquista armi da Washington, mentre continua, con il beneplacito delle Nazioni Unite, a mantenere segrete le proprie centrali e non dichiarare le proprie testate nucleari.
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sabato 11 settembre 2010

Oggi, 11 settembre 2010, a nove anni esatti dall'attentato alle Twin Towers, si sarebbe dovuta svolgere l'iniziativa lanciata dal pastore Terry Jones di bruciare copie del Corano assieme ai 50 fedeli della sua chiesa Dove World Outreach, ricavata in un capannone della Florida rurale.
Si sarebbe, ma non si è fatto: alla fine il religioso ha ceduto di fronte alle pressioni della comunità internazionale e del governo di Washington. Si è convinto che a fronte della sua rinuncia, l'imam di New York desisterà dal progetto di costruire una moschea a Ground Zero. "Crediamo che l'imam manterrà la parola data", ha detto. Ma l'imam non ha espresso nessuna parola, non è stato sottoscritto nessun accordo, nessuno scambio: semplicemente non c'è stato nessun contatto, nemmeno per interposta persona, tra i due. E nessun incontro è in programma per i prossimi giorni.
Insomma, sembra tutto una grande bufala. Solamente una farsa. Una montatura giornalistica.
Ma in molti ci sono cascati: a Copenhagen un uomo, un islamico di origine lussemburghese, ha cercato di farsi saltare nei bagni del Jorgensens Hotel (rimanendo l'unico ferito dell'esplosione non riuscita); in Afghanistan sono numerose le manifestazioni anti-statunitensi e a Bala Baluk un civile è rimasto ucciso da un colpo di arma da fuoco (sparato da chi: da un soldato americano o da un manifestante locale? Non è dato saperlo) mentre a Faizabad, dove in migliaia sono scesi in piazza bruciando le bandiere a stelle e strisce sono cinque i feriti da colpi di pistola; in Belgio, un'associazione islamica ha invitato i propri seguuaci a bruciare le bandiere statunitensi.
Rimane un solo dubbio: chi ha fatto da megafono al solitario predicatore? Chi ha soffiato sulla brace? Chi ha fatto sapere agli afghani che sono scesi in piazza che in America 50 persone, radunate in un garage, volevano bruciare alcune copie del Corano? Certo, giornali e tv non potevano ignorare le parole del generale Petraeus una volta che questi si era pronunciato pubblicamente contro gli intenti di Terry Jones. Certo, non potevano ignorare la notizia di un rogo di libri sacri se ha diffonderla per prima era il CAIR, il Council on American-Islamic Relations: il 19 agosto, questa ONG avevva diramato la notizia al suo enorme network di contatti, trasformando quello che era poco più che una bravata in una notizia.
Accendendo la miccia di un incendio che si è presto diffuso in tutto il mondo. Un incendio su cui, a qualcuno, fa comodo gettare benzina piuttosto che acqua. Pronti a dover fronteggiare nuove emergenze islamistiche, nuove reti del terrore, nuovi stati-canaglia.
E intanto in Kansas la chiesa battista di Westboro ha annunciato di essere pronta ad andare avanti nell'iniziativa del rogo, se Terry Jones dovesse definitivamente mollare.
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lunedì 6 settembre 2010

“American combat mission in Iraq has ended”: il 31 agosto, annunciando il ritiro delle truppe da Baghdad, Obama ha utilizzato parole assai diverse rispetto a quelle usate dal suo predecessore che nel 2003 affermò, quantomeno prematuramente “missione accomplished”. Del resto, quasi in contemporanea, le autorità irachene informavano che nel solo mese di agosto ultimo scorso in tutto il Paese sono stati uccisi, in attacchi e attentati suicidi, 426 persone, di cui solo 54 soldati (e 77 agenti di polizia). Ciò nonostante, con le elezioni di midterm in programma tra una decina di settimane, il premio Nobel per la pace si è visto costretto ad annunciare la fine delle ostilità, per tentare, in questo modo di dare una sterzata alla sua popolarità in forte calo tra l’elettorato. Ma nel suo discorso Obama ha “dimenticato” di accennare ai 50mila militare U.S.A. che rimarranno in Mesopotamia affiancati da altrettanti contractors per un totale di circa 100mila uomini armati al servizio della Casa Bianca.
Allo stesso tempo, mentre confermava il ritiro delle truppe dall’Afghanistan, Obama sottolineava che il ritmo del rientro dei militari da Kabul sarà determinato dalle condizioni sul terreno, condizioni che al momento sono drammatiche (il 2010 si sta confermando l’anno più sanguinoso dall’inizio delle ostilità mentre un recente reportage del Washington Post ha accusato di corruzione la Kabul Bank, il più grande istituto di credito privato del Paese, di cui Mahmud Karzai, fratello del presidente Hamid, detiene il 7%).
La necessità di ottenere al più presto un successo politico in ambito internazionale ha spinto Obama ad aprire in pompa magna, giovedì scorso, i negoziati di pace diretti tra Israele e ANP. Tuttavia, dopo la stretta di mano e le foto di rito, Abbas e Netanyahu hanno ribadito ciascuno le proprie condizioni necessarie a garantire la continuazione dei negoziati, le stesse che fino a pochi giorni fa invece erano indicate tanto dal presidente palestinese, quanto dal premier israeliano, come i principali ostacoli al processo di pace: il rinnovo della moratoria sulle costruzioni nelle colonie in Cisgiordania per il primo e il riconoscimento di Israele come Stato a carattere ebraico per il secondo.

Il “bluff” del successo diplomatico di Obama potrà durare, però, solo fino al 26 settembre quando Netanyahu annuncerà, come previsto, la ripresa delle edificazioni negli insediamenti illegali in Cisgiordania. Costringendo così Abbas a mettere fine questa farsa del colloquio: la colpa del mancato accordo ricadrà, ancora una volta, sui palestinesi e Israele potrà continuare a portare avanti senza troppi problemi la propria politica coloniale.
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martedì 24 agosto 2010

Il neodimio è l'elemento essenziale per produrre batterie e motori delle auto ibride o elettriche, l'hardware dei computer, i cellulari, le telecamere; il suo ossido è alla base dei magneti che azionano le ali direzionali dei missili di precisione. Con l'europio e l'ittrio si producono, invece, le fibre ottiche e le lampadine a basso consumo energetico. Lo scandio viene utilizzato nelle illuminazioni degli stadi, mentre il prometio nei macchinari ospedalieri di ultima generazione.
Sono solo alcuni dei 17 elementi rari della terra, quelli che nella tavola periodica degli elementi occupano le caselle nelle ultime righe. Alcuni di quegli elementi alla base di gran parte delle tecnologie più promettenti del nostro secolo. Le materie prime del futuro.
17 elementi accumunati da un particolare strategico: il 97% della loro produzione globale avviene in Cina. Pechino possiede nel proprio sottosuolo il 37% delle riserve conosciute, i paesi dell'ex U.R.S.S. il 18%, gli U.S.A. 12%: ma la Russia non ha i mezzi per l'estrazione e l'America, da dodici anni a questa parte, l'ha bloccata in nome della tutela ambientale (spesso questi elementi sono uniti a sostanze radioattive e le loro miniere inquinano le acque circostanti) e avrebbe bisogno di altri 15 anni per riattivarla (a costi ben più alti che in Cina). Così, le grandi multinazionali occidentali (da Philips a Siemens, da da Nokia a Hewlett Packard, da Apple a Sony a Canon) sono costrette ad acquistare a Pechino.
Ma la Cina vende sempre meno e a condizioni sempre più difficili: in primavera ha alzato i dazi sulle esportazioni al 25%, a luglio ha tagliato le quote delle vendite oltre confine del 72%. Ma la decisione più drastica riguarda il prossimo anno: Pechino esporterà solamente il 60% del fabbisogno globale, proponendo, per il resto, alle multinazionali di andare a produrre in casa sua (e le multinazionali in questione accusano il governo cinese di rubare metodicamente il know how dei suoi ospiti).
Insomma, è chiaro il potere e lo strapotere di Pechino su questa fetta di mercato, di nicchia ma di grande valore strategico e geopolitico.
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venerdì 20 agosto 2010

Nonostante le promesse del premio Nobel per la pace, il carcere di Guantanamo è ancora aperto, con circa cinquanta "sospetti" rinchiusi in attesa di processo.
E queste sono ore decisive per il procedimento contro il giovane Omar Khadr, arrestato in Afghanistan dalle forze speciali Usa quando era ancora quindicenne: per la prima volta dal 1945, un minore sarà giudicato da un tribunale militare, e il primato sarà degli Stati Uniti. Come se non bastasse , il presidente del tibunale militare ha stabilito che le confessioni rilasciate dall'imputato nel carcere di Guantanamo sarano ritenute valide ed utilizzate contro di lui, nonostante testimonianze e documenti dimostrino come il ragazzo abbia subito minacce e abusi durante la detenzione perché confessasse: un ufficiale dell'esercito ha confessato che la sua squadra minacciò il ragazzo di stupro collettivo e di morte se non avesse collaborato.
Si è chiuso invece giovedì (con la condanna a 14 anni di prigione) il processo contro Ibrahim Al-Qosi, cuoco cinquantenne di Bin Laden, a seguito di un accordo segreto tra accusa e difesa, che non sarà reso pubblico fino a quando il testo non sarà esaminato dal presidente delle commissioni militari: la prima condanna dell'amministrazione Obama, accompagnata da un accordo segreto e da una sentenza fittizia,si dimostra, insomma, una farsa.
L'ennesima dimostrazione di come il presidente coloured, leader dei democratici e delle anime belle di ogni paese, avvalli nei fatti la politica del suo predecessore Bush in materia di sicurezza nazionale e violazione dei diritti umani: detenzioni illegali e illimitate, tribunali militari speciali, mancanza di trasparenza e omicidi mirati con i droni.
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giovedì 29 luglio 2010

L’Europa e gli europei devono molto a Jean Thiriart. Gli devono la denuncia della "impostura chiamata Occidente" (questo il titolo di un suo editoriale in un numero del mensile La Nation Européen del 1966) e dei suo sinistri difensori (in quegli anni, Henri Massis a Ronald Reagan su tutti). Gli devono la designazione degli Stati Uniti e del Sionismo come nemici principali dell'Europa ("Imperialismo americano, sionismo: un solo nemico per la Nazione Europea", scriveva nell’aprile 1984 sulle colonne della rivista Conscience Européenne). Gli devono l'idea di un'Europa indipendente ed unita, da Dublino a Bucarest, poi da Dublino a Vladivostok e l'idea di un'alleanza con i nazionalisti arabi e i rivoluzionari del Terzo Mondo. Gli devono l'abbozzo, con l'organizzazione Jeune Europe, di un Partito Rivoluzionario europeo. Gli devono la versione modernizzata di un socialismo che vuole essere nazionale (Nazione europea), comunitario e "prussiano".
Gli devono "La Grande Nazione", un agile testo dei primi anni ’60 che, in 65 tesi, traccia un vero e proprio programma politico per la Nazione Europea.
La speculazione politica thiriartana prende avvio dalla constatazione dell’ineluttabilità della dimensione continentale per svolgere un ruolo nello scacchiere geopolitico mondiale dell’era moderna: "non esiste più, attualmente, né indipendenza effettiva, né progresso possibile, al di fuori dei grandi complessi politici organizzati su scala continentale. […] Oggi la dimensione europea è il minimo indispensabile per l’indipendenza. […] Rifarsi ad un piccolo e antiquato nazionalismo non vitale è una forma di sentimentalismo suicida. Vogliamo un nazionalismo all’altezza del nostro tempo, vogliamo un nazionalismo valido, vogliamo un nazionalismo vitale: il nazionalismo europeo". Non è sterile nazionalismo sciovinista e fratricida, ma il riconoscimento di un’dentità di destino, la partecipazione ad un disegno comune da parte delle diverse comunità e anime che abitano il continente eurasiatico.
Ma quale forma dovrà avere questa Europa? E’ qui il limite ideologico, piuttosto pesante, dell’autore: la Nazione europea non può che avere forma unitaria, al di fuori di qualsiasi logica organicista o connotazione regionalista, federalista o imperiale. L’Europa Nazione, per lui, sarà uno stato più grande, ma fondamentalmente simile ai vecchi piccoli stati frutto dei vari Risorgimenti. La "Grande Nazione" dovrà essere necessariamente armata e dotata di propri arsenali atomici. Thiriart, in anticipo sui tempi, prevede pure la necessità della moneta unica europea, punto di passaggio obbligato sulla via dell’indipendenza: "la fine del protettorato americano passa per la soppressione della tutela del dollaro e la creazione di una moneta non straniera, europea, basata sulla nostra prodigiosa potenza economica".
Scrivendo ai tempi del Muro di Berlino e della guerra fredda, la sua analisi della geopolitica può risultare datata: ciò che rimane attuale è la saggezza della sua presa di posizione per l’integrazione di Mosca all’interno del sistema politico-economico europeo, dopo la caduta del comunismo ("in un tempo più lontano la frontiera dell’Europa passerà indubbiamente per Vladivostok").
Autarchia, indipendenza, potenza, dignità sociale: questi i valori di base della concezione economica thiriartiana. Contro i disastri delle economie marxista e capitalista, Thiriart invoca una economia di potenza che miri al massimo sviluppo del potenziale produttivo continentale, all’autarchia nei settori economici strategici, al dominio del politico sull’economico.
"L’Europa è di moda e serve da spunto a molti dilettanti ed intellettuali. Da quest’Europa delle chiacchiere, da quest’Europa dei banchetti, non uscirà mai fuori un’Europa di sangue e di spirito. Quest’ultima si farà quando la fede nell’Europa nazione sarà penetrata nelle masse e avrà entusiasmato la gioventù, cioè quando ci sarà una mistica europea, un patriottismo europeo. La vera Europa non verrà realizzata dai giuristi o dai comitati: sarà opera dei combattenti che hanno la fede, dei rivoluzionari".
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sabato 17 luglio 2010

La Bosnia-Herzegovina, occidentalizzata a forza da Washington a suon di bombe e processi (non soltanto contro il “suicida” Milosevic e o il catturato Karadzic all’Aja, ma nella stessa Roma con la sconcertante condanna all’ergastolo, nel 2003, di un pilota serbo-bosniaco, Emir Sisic, colpevole di aver difeso la sua terra abbattendo un elicottero-intruso della Ce in zona di guerra) e “normalizzata” con i vergognosi accordi di Dayton, è una Federazione-mostro. L'intervento atlantico nel Paese ha infatti instaurato una fragilissima unione federale tra le nazioni serba, croata e islamica, imponendo quest'ultima componente con i suoi vertici alla guida della Federazione (come nel caso, più noto, del Kosovo): il risultato è l'aggravamento della tensione etnico-sociale tra le tre componenti federali.
I governanti islamici, sostenuti dai contingenti militari atlantici, non cessano di costringere le altre due repubbliche, quella Serpska e quella Croata, ad una progressiva accettazione delle direttive “normalizzatrici” (naturalmente, la bandierina paradisiaca sventolata è quella dell’adesione all’Ue…) che, in soldoni, hanno come risultato la progressiva penetrazione di Sarajevo negli affari pubblici e religiosi serbi o croati. Ad esempio, la regione di Banja Luka, “capitale” serpska, di identità serba e di religione ortodossa, è oggetto di particolare attenzioni islamico-occidentali, con l’imposizione di cittadini di Sarajevo o di fede musulmana negli apparati pubblici: il fiorire di moschee per pochi fedeli tutt’intorno alla città è, inoltre, un evidente prova di dispregio dell’identità serpska. A questo si aggiungano i recenti episodi di terrorismo contro stazioni di polizia, messi in atto dalle frange integraliste islamiche in forza di un’autoproclamata vigenza della “legge coranica” nei villaggi serbi dove la N.A.T.O. ha permesso l’insediamento di guerriglieri arabi o mediorientali giunti in Bosnia durante il conflitto civile del 1992-1995 e che allora si dichiararono seguaci di “al-Qaida”.
Il laboratorio-Bosnia, creato in provetta dagli occidentali (esattamente come fecero con il Libano “unito” ma ferocemente diviso tra le sue componenti…), per asseverare l’idea di uno Stato multiculturale è, insomma, naturalmente, fallito.
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domenica 11 luglio 2010

Da diversi secoli, uomini dell’Alta Finanza hanno propugnato la creazione di Banche Centrali, prefigurandosi l’obiettivo (oggi realizzato) di destinare ad esse le decisioni economiche, un tempo affidate ad autorità politiche, legittimate dalla volontà popolare. L’ingenuità o, più spesso, la corruzione, degli uomini politici di quasi tutti gli Stati, ha permesso l’istituzione delle stesse; dove personaggi pubblici hanno fatto resistenza, le lobby hanno orchestrato crisi finanziarie, tali da costringerli ad acconsentire alle loro richieste.
Tali Banche hanno, nel tempo, assunto tutta una serie di poteri fondamentali per l'andamento economico di un Paese: l’erogazione della moneta, la disposizione del tasso di sconto, del rapporto di cambio e del livello della circolazione monetaria interna, tutte decisioni prima di competenza dei Governi Nazionali.
Fin quando le Banche Centrali erano di proprietà statale, i loro interessi coincidevano (o almeno avrebbero dovuto coincidere) con quelli del popolo e della nazione. Con la privatizzazione delle Banche Centrali, tutti i poteri decisioniali in materia di politica monetaria sono passati nelle mani di organizzazioni private, governate da grandi investitori, di certo più interessati al proprio personale tornaconto che a perpretare qualsiasi forma di Giustizia Sociale.
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