Lotta Europea

Lotta Europea

mercoledì 20 giugno 2012

L'ultimo vertice Opec (Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio) si è concluso con un nulla di fatto. La riunione non è però stata inutile perché in fase di discussione sono usciti allo scoperto due blocchi di paesi contrapposti: da un lato l’Arabia Saudita che, spalleggiata da Emirati Arabi Uniti e Kuwait, aspira ad un aumento della produzione e con conseguente abbassamento del prezzo del greggio; dall’altro l’Iran e gli altri “falchi del prezzo”, vale a dire Venezuela, Algeria ed Iraq, una tantum insospettabile alleato di Teheran. L'obiettivo dei Sauditi non è certamente quello di apparire come benefattori dell'umanità e dell'Occidente assetato di petrolio, quanto quello di colpire l'Iran che, a causa delle sanzioni internazionali, ha subito un drastico calo delle esportazioni così da necessitare di un aumento dei costi per tornare ad avere i conti in verde.
La battaglia per l’egemonia del Golfo è senza esclusione di colpi: poco tempo fa al Consiglio di Cooperazione del Golfo l'Arabia Saudita aveva proposto una federazione politica tra i paesi arabi del Golfo in chiave anti-Teheran. Un'eventualità al momento tutt'altro che probabile visto che il Quatar, l’Oman e gli Emirati difficilmente cederanno la propria sovranità ai Sauditi.
In attesa della federazione politica, la riunione dell'OPEC ha comunque ribadito la forza e la coesione del blocco economico saudita, fermamente intenzionato ad isolare e contrastare l'Iran. Un obiettivo la cui realizzazione non avrà bisogno di alcun intervento militare, se continueranno questi attacchi economico-speculativi.
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venerdì 15 giugno 2012

Tra qualche giorno i canali televisivi nazionali siriani saranno sostituiti da programmazioni create appositamente dalla CIA: la lega Araba ha infatti chiesto ufficialmente agli operatori satellitari "Arabsat" e "Nilesat" di interrompere la ritrasmissione dei media Siriani, pubblici e privati (Syria TV, al-Ekhariya, ad Dunya, Cham TV ecc.).

Un'operazione molto simile a quanto già accaduto in Libia, dove la censura televisiva aveva evitato che i leader libici potessero comunicare con il proprio popolo. La differenza è che questa volta in Siria gli schermi non saranno semplicemente oscurati, ma diffonderanno unicamente immagini di propaganda anti-Assad e informazioni false e tendenziose, mettendo preventivamente a tacere qualsiasi tentativo di smentita da parte del governo. L'obiettivo è chiaro: preparare un colpo di stato.

Un'operazione telecomandata (è il caso di dirlo) da Ben Rhodes, vice-consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, che ha premuto sull'acceleratore dopo che il presidente russo Putin ha minacciato una forte opposizione a qualsiasi intervento militare: al possibile e probabile doppio veto russo e cinese in sede si autorizzazione ONU all'intervento, Washington risponde aggirando l'ostacolo ed agendo, silenziosamente ma apertamente, per la destabilizzazione del paese dall'interno.
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lunedì 11 giugno 2012

La guerra fra Israele e Iran è già iniziata, ma per il momento si combatte per vie informatiche. Si chiama Flame, il supervirus che ha colpito migliaia di computer in Iran, sottraendo conversazioni, email e scattando screenshot a ciò che appare sui monitor. Teheran non ha dubbi: così come fu l'anno passato per Stuxnet, il virus che colpì il sistema nucleare iraniano, anche questa volta c'è dietro la mano di Israele. Da parte di Israele, giungono invece voci che nascondono un ammissione: "Per chiunque veda la minaccia iraniana come significativa, è ragionevole intraprendere passi differenti, fra cui questi attacchi con virus, per sventarla" ha riferito il vice primo ministro Yaalon, che ha inotre sottolineato come Israele sia un paese "ricco dal punto di vista tecnologico". Nel frattempo, l'Iran, non curante delle minacce sioniste, ha annunciato l'inizio dei lavori per una seconda centrale nucleare nel paese. Lavori che vedranno l'appoggio e il finanziamento di Mosca.
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domenica 10 giugno 2012

A suon di menzogne e video truccati, la campagna mediatica contro la Siria di Assad continua il suo lavoro in preparazione di un futuro sempre più probabile intervento militare delle “democrazie” occidentali contro il tiranno locale. Perché?
Perché la Siria è divenuta il centro del mercato del gas da quando, nel luglio del 2011, ha siglato un accordo con l’Iran per la costruzione di un gasdotto, ribattezzato “gasdotto islamico”, per sfidare la leadership saudita nel settore energetico. Il condotto, la cui ultimazione è prevista per il 2014, condurrà il gas iraniano direttamente nel Mediterraneo, attraverso Siria e Libano meridionale, aprendo così a Teheran un nuovo mercato, finora parzialmente precluso. L'accordo ha una rilevanza geopolitica straordinaria: oltre ad aprire un nuovo mercato alle materie prime di Teheran, conferisce alla Siria quel ruolo di ponte tra Europa e prodotti vicino-orientali finora svolto dalla Turchia.
Terra di giacimenti di gas e nodo strategico fondamentale, non è un caso che la Siria diventi oggi bersaglio delle attenzioni dei media occidentali nel momento in cui il suo ruolo geopolitico assume notevole importanza. Come per le rivoluzioni colorate che hanno coinvolto le repubbliche ex-sovietiche, si vuole creare una protesta a tavolino, per affidare il potere ad un nuovo governo accondiscendente alle volontà degli Stati Uniti.
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giovedì 24 maggio 2012

Per l'ennesima volta l'entità sionista ha violato gli accordi internazionali, proseguendo le ricerche petrolifere nelle alture del Golan, regione al confine con la Siria, annessa unilateralmente da Israele nel 1967 nel corso della Guerra dei Sei Giorni e ancora di fatto sotto l'occupazione israeliana nonostante le decine di provvedimenti adottati dal Consiglio Nazionale e dalle Nazioni Unite.
Le parole del ministro dell'Energia di Gerusalemme, riportate dal giornale "Yediot Ahronat", non lasciano alcun dubbio: "Israele non riconosce la volontà internazionale, e in particolare la risoluzione dell'Onu numero 497", ossia quella che sancisce la nullità della sua amministrazione sul Golan siriano.
Solo una delle tante mozioni ed impegni assunti dagli organismi internazionali rimasti lettera morta: neanche i soldati della missione UNDOF dell'ONU, pur presenti nel Golan, ostacolano le mire di Israele, più volte chiamato a lasciare i territori occupati nel 1967 e rientrare nei sui confini originari.
A nulla valgono le pur deboli pressioni internazionali di fronte all'importanza strategica della regione che permette il controllo del Mare di Galilea e del fiume Giordano, le maggiori risorse idriche del Paese. Oro azzurro e oro nero: l'occupazione continuerà ancora a lungo.
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mercoledì 9 maggio 2012

Dal 17 aprile oltre duemila prigioneri politici palestinesi nelle galere israeliane sono in sciopero della fame per protesta contro la carcerazione preventiva.
Il mondo, oggi come allora, sta a guardare.
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venerdì 4 maggio 2012

Fra le pagine dell'Antico Testamento e più precisamente nel libro di Giacobbe si fa riferimento ad un mostro marino "fatto per non aver paura. Lo teme ogni essere più altero; egli è il re su tutte le bestie più superbe": il Leviatano.
Lo stesso nome, Leviathan, di un giacimento di gas naturale rinvenuto nel bacino del Levante, a largo di Haifa. Una scoperta che modificherà la politica di Israele, che, pur non essendo mai stata energicamente indipendente fin dalla sua nascita nel 1948, potrebbe improvvisamente divenire, con i giacimenti di Tamar e di Leviathan, uno dei maggiori esportatori di gas della regione, attirando a sé il baricentro strategico e dando vita a nuove intese o a nuove frizioni con i paesi vicini: su tutti, il Libano che sostiene la tesi per cui una parte dei giacimenti rientrino nelle sue acque territoriali. Una scoperta che ha già ringalluzzito Netanyahu, il quale ha esortato un grande investimento nei confronti di Romney, voltando così le spalle ad Obama per il suo sfidante.
Un mostro marino destinato a creare disordine, come è scritto nel suo nome.
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lunedì 30 aprile 2012




Poet, Gaeilgeoir, Revolutionary, IRA Volunteer

Bobby Sands martire d'Europa

a trentuno anni dal suo sacrificio



Venerdì 4 maggio - dalle 19:30

Fortezza Europa Pub

viale Tor di Quinto 57/b



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venerdì 27 aprile 2012

La situazione nel Pacifico, snodo fondamentale per i traffici petroliferi, sta diventando sempre più instabile e nella secca a sud della Cina, vicino all'isola di Luzon, nelle Filippine, soffia un vento di guerra. Scrive il quotidiano cinese Global Times che "è preciso dovere della Cina rafforzare il potere di deterrenza nel Mar cinese meridionale, difendendo i propri diritti con dimostrazioni di forza” e, ancora, che “un conflitto armato è ancora possibile”.Frasi che pesano come macigni, arrivate a seguito di un lungo periodo di incidenti diplomatici e scaramucce tra Cina e Filippine: l'episodio più importante, la settimana scorsa, ha visto l'intervento di due portaerei cinesi per trarre in salvo i membri di due pescherecci di connazionali, passibili di arresto secondo Manila, che aveva già inviato una nave da guerra a compiere l'azione. Da quel momento, il tratto di mare conteso, intorno all'arcipelago noto come Scarborough Shoal oppure come Huangyan a seconda della lingua parlata, filippino o cinese, è presidiato tanto dalle pattuglie navali cinesi quanto dalla guardia costiera filippina.Il soprannome di "secondo Golfo Persico", dovuto alla ricchezza di petrolio e gas naturale, spiega bene l'importanza di queste piccole isole inesplorate e sconosciute ai più. A contendersi il controllo della zona, oltre alla Cina e alle Filippine, ci sono anche la Malesia, Taiwan, il Brunei, il Vietnam e gli immancabili Stati Uniti, corsi in aiuto di Manila con almeno 4500 soldati impegnati in esercitazioni militari (denominate Balikatan) congiunte con l'esercito filippino. La risposta di Pechino non è tardata: il Ministro della Difesa ha, infatti, accusato l'ingerenza della Casa Bianca e la sua "mentalità da guerra fredda".Una guerra fredda che, possiamo profetizzarlo, non diventerà mai "calda" e non sfocerà mai in una gueera aperta: troppi gli interessi comuni e i legami che accomunano i due Paesi più di quanto singole questioni contingenti li dividano.

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venerdì 20 aprile 2012



"Tu regere imperio populos, Romane, memento:
hae tibi erunt artes, pacisque imponere morem,parcere subiectis et debellare superbos."

Venerdì 20 aprile 2012 h 20.30

FORTEZZA EUROPA pub - Viale di Tor di Quinto 57/b - Roma



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Sempre più ostica la strada che porterà alla costruzione del gasdotto che dovrebbe presto portare il greggio iraniano al Pakistan: un gasdotto da1,5 miliardi di euro, lungo oltre 2 mila chilometri dai giacimenti di South Pars (nel Golfo Persico) alla provinciana pachistana del Baluchistan (nel sudovest del Paese) a Karachi, capitale economica del Pakistan. Inizialmente il progetto prevedeva il prolungamento della conduttura fino all'India (da qui il nome "gasdotto della Pace", a sancire un riavvicinamento tra le storiche avversarie India e Pakistan), ma le pressioni statunitensi, concretizzare tramite l'offerta di un sostegno nello sviluppo del programma nucleare civile (poi bloccato perché utilizzato per scopi militari), hanno fatto saltare il tavolo delle trattative.

Gli interessi contrari alla costruzione di tale gasdotto fanno aumentare i sospetti di un intervento dei servizi segreti statunitensi e indiani (ma anche inglesi ed israeliani) nel sostegno e nell'armamemto dei movimenti separatisti del Baluchistan, in funzione anti-Islamabad ed anti-Teheran. Ma a rovinare i piani occidentali è aarrivata la Cina, che si è proposta per sostituire l'India come meta finale del gasdotto, entrando, anche finanziariamente, nel progetto.
Si prevedono grandi attentati nella regione...
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sabato 14 aprile 2012

"La Cina sta tessendo alleanze in funzione di una collocazione strategica in vista della fine dell'era Castro a Cuba, con la quale ha forti legami strategici": è quanto riporta il New York Times facendo riferimento a un cablogramma americano del 2003 reso pubblico da Wikileaks.
Ora che sono passati 9 anni da quel documento è possibile verificare quanto scritto. Anni fa Hugo Chavez ha permesso che imprese cinesi ricercassero petrolio nel territorio venezuelano così come un accordo con Cuba aveva permesso a Pechino di sfruttare un giacimento nei mari dello stetto della Florida. Le mire cinesi sulle isole caraibiche nel frattempo non si sono spente, ma, al contrario, si sono concretizzate in vari modi: stadi a Nassau (Bahamas) e a Dominica (Porto Rico), ospedali a Antigua e Barbudal, la residenza ufficiale del Primo Ministro a Trinidad e Tobago, un megaresort a Baha Mar, tutti regalati e tutti made in China. Investimenti costati parecchie centinaia di milioni di dollari, realizzati in isole e stati che si trovano giusto a un'ora di volo dalle coste degli Stati Uniti e da sempre sotto la loro influenza.
Come la prenderà ora lo Zio Sam?
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martedì 10 aprile 2012

Continua il processo di delegittimazione del potere di Assad, da parte della Turchia. Il premier turco Erdogan senza mezzi termini ha infatti dichiarato che la Siria rappresenta un vero e proprio pericolo. Il motivo? Sembrerebbe, ma non è affatto provato, che Damasco sia il maggior finanziatore del Pkk, il movimento armato curdo che nelle ultime settimane si è reso protagonista dell'uccisione di 6 poliziotti turchi. Assumendo a verità assoluta questa possibilità, la Turchia non si è limitata a richiamare in patria il proprio ambasciatore a Damasco, ma è arrivata addirittura a criticare apertamente il piano di pace Annan presentato all'Onu dalla Russia e che oggi dovrebbe entrare in esecuzione. Nel testo presentato da Medved, si ritiene giustificabile la risposta del governo di Damasco agli attacchi dell'esercito libero siriano e si dichiara che sarà possibile fermare la guerra civile solo se gli stati occidentali cessano di rifornire e addestrare i ribelli siriani. L'ennesima mossa della Turchia, che ha mostrato i propri intenti umanitari nell'allestire campi profughi per accogliere gli esuli siriani ma allo stesso tempo finanzia l'esercito libero siriano, permette ai ribelli di incontrarsi nel suo paese e ospiterà ad Instanbul il secondo vertice degli "amici della Siria". Read More

martedì 27 marzo 2012

Durante una lezione tenuta alla Columbia University, il premio Nobel Joseph Stieglitz, parlando della situazione economica europea, ha spiegato come in realtà la BCE esegua gli ordini dell’ISDA, un’organizzazione finanziaria il cui acronimo di tolkeniana memoria sta per “International Swaps and Derivatives Association”. In parole povere: si tratta di un organizzazione privata, con sede a Londra, che gestisce un capitale di 47.000 miliardi di euro, che non influisce bensì PRENDE le più delicate decisioni finanziarie in Europa.


Che la BCE agisca sotto dettatura dei privati non è una grande notizia, che i burattinai del mondo non si nascondano in delle buie cripte ma si muovano sotto la luce del sole (e del web) comincia però a preoccupare. Infatti nel sito dell’ISDA vienne illustrato molto del loro “lavoro” e ogni volta le loro idee si trasformano in azioni, realizzate e concretizzate dai vari Sarkozy, Merkel e Monti. Il nostro premier, non a caso, a fine febbraio si è incontrato a New York con un certo Lim Teng Joon, un esperto di gestione delle risorse economiche europee e delle loro applicazioni economiche, che, oltre ad essere un professore (e tra professori e presidi ci si intende) è il rappresentate italiano nell’ISDA. Se il suo nome non fa pensare certo a radici mediterranee (al contrario, viene da Singapore), il suo lavoro basta a farne il nostro ambasciatore: da quando gli emiri hanno acquistato il 6,5 % del capitale di Unicredit (quota sufficiente per imporre qualsiasi decisione), il tecnico è il controllore della pianificazione degli investimenti in Europa di quella baanca. E ciò a quanto pare basta per far parte di questa lobby finanziaria che vede tra i suoi numerosi membri rappresentanti delle maggiori banche mondiali: Morgan Stanley, UBS, JP Morgan, Deutsche Bank, Goldman Sachs, BNP, HSBC, Black Rock Investment, etc. etc.




L’oligarchia liberale si è talmente affermata che questi soggetti possono determinare la politica mondiale senza nascondersi, riuscendo addirittura a trasformare agli occhi di tutti il governo dei pochi (e non dei migliori) nel governo del popolo, la finanza in politica.
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lunedì 26 marzo 2012

Chi è Joseph Kony? A chi se lo fosse chiesto, dopo aver visto e condiviso il video che in questi giorni circola in rete denunciandone gli efferati crimini, rispondiamo che è il capo di un gruppo di ribelli (Lord Resistance Army) ostile al presidente dell'Uganda Museveni, al potere dal 1986. Sicuramente, neanche lui un devoto dei diritti umani.

Il video che sta spopolando sul web è promosso dall’ONG Invisible Children, un’associazione che, con metodi assolutamente democratici, sta cercando di denunciare le azioni di guerra e i crimini contro l’umanità di Kony, cercando renderlo famoso anche agli occhi degli occidentali, cui viene presentato come l'ennesimo criminale da fermare ed abbattere. Un video che però, confezionato per i media occidentali, non è piaciuto al popolo ugandese e ai familiari delle vittime degli stessi ribelli, convinti, giustamente, che quella dei perfetti democratici di Invisible Children sia solo l'ennesima battaglia a scopo di lucro.

Tanto più che l'LRA non è un reale pericolo in Uganda, operando prevalentemente nella Repubblica Democratica del Congo e nella Repubblica Centroafricana, finanziati dalle potenze occidentali per creare disordini e crisi da governare, controllando, di conseguenza, un'area che, al centro dei guturi scenari energetici, fa gola a tutti. Divide et impera. La prova è fornita dal recente golpe militare del Mali, dove, la situazione, già descritta da Lotta Europea nelle settimane scorse, è evoluta nella presa del potere da parte dei militari governativi filostatunitensi.

Gli esportatori di democrazia hanno iniziato così una nuova campagna di giustificazione della propria crescente pressione militare in Africa, sotto lo sguardo cosciente di tutto il mondo, che invece di denunciare questa invasione, la acclamerà. Come nel 1945.
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venerdì 9 marzo 2012

Il Consiglio Nazionale Siriano (CNS), organizzazione che riunisce le opposizioni estere di Damasco, con sede ad Istanbul, è stato riconosciuto legittimo dall'Unione Europea. Il consiglio di Bruxelles si è così schierato apertamente e definitivamente dalla parte dei cosiddetti "Amici della Siria", voltando le spalle anche agli altri movimenti di opposizione, contrari al CNS perchè favorevole ad un intervento straniero. L'Unione Europea ha inoltre annunciato "ulteriori misure restrittive mirate contro il regime", colpevole di "violenze e abusi dei diritti civili". Abusi che, come abbiamo già scritto, sono privi di qualsiasi prova che possa confermarli.
Da ultimo, anche lo stesso portavoce dell'Alto commissariato dell'Onu per i diritti umani, Rupert Colville, pur avendo denunciato 17 esecuzioni capitali che l'esercito siriano avrebbe compiuto ad Homs dopo aver ripreso il controllo della città, ha ammesso di non essere in grado di confermare le informazioni sui crimini commessi dai militari, in quanto fornite unicamente dalle stesse parti in causa e quindi quantomeno parziali.
L'appoggio agli "Amici della Siria" va letto nell'ottica di un più ampio scenario geopolitico: la caduta di Assad costituirebbe il presupposto per la creazione di un nuovo corridoio di accesso alle riserve energetiche irachene alternativo ad uno stretto di Hormuz sempre più instabile.
Una storia già vista in Egitto dove, dopo la caduta di Mubarak, è stato potenziato per lo stesso motivo il transito del greggio attraverso l'oleodotto di Sumed.

P.S.
Un dettaglio: la città sede del CNS. E ancora c'è chi crede alla favola della Turchia leader del mondo arabo in chiave antisionista...
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Lo scorso 5 marzo si è tenuto l’annuale congresso dell’AIPAC (American Israel Public Affairs Commettee), la lobby pro israeliana di Washington, durante il quale Obama e Netanyahu hanno lungamente discusso sulla situazione nucleare iraniana. La posizione della Casa Bianca a riguardo sembra sempre la stessa: nonostante le rassicurazioni di turno su un aiuto che non tarderebbe ad arrivare nel caso in cui Israele intervenga militarmente, ha fatto intendere che per il momento preferisce risolvere “diplomaticamente” la faccenda, anche per timore delle conseguenze che un ulteriore impegno militare potrebbe provocare sull'imminente tornata elettorale e sulla già avanzata crisi finanziaria.
Nulla di nuovo, quindi.
Ma è strano, veramente, pensare che ad essere stati investiti dell'onore di proteggere il mondo intero da un’eventuale escalation nucleare sia stata l'unica potenza che l'atomica l'ha utilizzata, sganciandola sui cieli di Hiroshima e Nagasaki. Direttamente nelle mani del carnefice.
Ed è veramente strano che l'Occidente tutto guardi inorridito al programma nucleare di Teheran e tremi per il destino di Israele, l'unico stato del Vicino Oriente a possedere materialmente una ottantina di testate nucleari non dichiarate nonché uno dei pochi stati al mondo a non aver sottoscritto il Trattato di non proliferazione nucleare (TNP).
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Venerdì 16 marzo 2012 - ore 20.30

FORTEZZA EUROPA Pub

Viale di Tor di Quinto, 57/b - Roma
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martedì 6 marzo 2012

Nel fine settimana, gli Stati Uniti hanno aperto un nuovo fronte di guerra: il Mali. Un areo militare U.S.A., infatti, ha ha lanciati viveri e aiuti per i locali militari governativi, asserragliati nel campo di Tessalit, assediato dai miliziani del Movimento nazionale per la liberazione dell’Azawad (Mnla) in un'area completamente isolata dal resto del Paese. Un impegno al momento tutt'altro che pesante in uno scenario secondario e periferico che, a ben vedere, conferma la strategia di rinnovato interesse per il continente nero che già da tempo abbiamo denunciato.
Gli interessi di Washington nel Sahel non sono cosa nuova: già da tempo, infatti, la Casa Bianca premeva sul governo del Mali perché autorizzasse l'installazione di basi militari nei loro territori, ricevendo, però, sempre risposte negative. Il referente del Paese africano, infatti, era, fino a pochi mesi fa, l'ex-colonia Francia, la quale, però sembra avergli voltato le spalle, avendo apoggiato la ribellione Tuareg nei territori settentrionali. Quale il motivo di tanto interesse? Semplice: il paese è il terzo produttore mondiale di oro, il cui prezzo negli ultimi anni è passato dai 370 ai 1600 dollari. Quanto basta perché l'USAF faccia rotta verso queste terre.

L'operazione militare dei giorni scorsi potrebbe segnare la svolta definitiva nella politica estera maliana e una premessa perché le richieste statunitensi vengano "finalmente" accolte.
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