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venerdì 28 ottobre 2011
lunedì 24 ottobre 2011
In quest’ultimo periodo la Turchia si sta proponendo come leader morale per le nazioni arabe uscenti dalle diverse “rivoluzioni”, tutte affamate di democratizzazione. Chi può meglio assurgere a questo ruolo di un paese in cui, dopo la costituzione della Repubblica Turca per opera del movimento di Mustafa Kemal Atatürk, vi è stata una netta separazione tra potere secolare e religione islamica?A Salonicco, città da cui partì la rivoluzione dei Giovani Turchi, negli anni a cavallo tra l’800 e il ‘900, vi era una forte presenza (circa 15.000) di Dunmeh sabbatei, persone apparentemente musulmane ma in realtà appartenenti alla setta cripto-giudaica seguace di Sabbatai Zevi. Quest’ultimo, vissuto nel ‘600, proclamatosi Messia del popolo di Israele, era stato arrestato e costretto a convertirsi all’Islam, suscitando grande delusione nei suoi sostenitori. È tuttavia sull’apostasia che si basava tutto il sabbateismo. Infatti Zevi promuoveva l’eresia del “messia peccatore”, che per la redenzione deve discendere nell’abisso del peccato e compiere il gesto più vergognoso: il rifiuto della Torah. E giustamente, per non essere da meno e soprattutto per raggiungere la salvezza, gli adepti della setta dovevano compiere riti orgiastici e pratiche tipiche delle sette esoteriche come la sodomia e l’incesto. (Per inciso, settant’anni dopo, Zevi, apparve in sogno ad un giovane ebreo polacco, Jacob Frank, che, guidato dal “santo spirito” si proclamò Messia, compì l’apostasia convertendosi al cristianesimo, creando una setta di pseudo-cattolici).
In Turchia i Dunmeh finirono per occupare posti privilegiati nei settori della politica, degli istituti bancari e del commercio ed è accertato che queste “moralissime” sette, essendo ben inserite nelle lobby affaristiche e politiche, abbiamo influenzato la rivoluzione dei Giovani Turchi che, esautorando il sultanato, posero le basi per il moderno e democratico Stato Turco, a difesa della cui laicità la Costituzione pose l'esercito, la cui élite è alle strette con il governo di Erdogan.
Siamo davvero così sicuri che gli altri stati islamici siano pronti a porsi sotto l’ala protettrice di un paese che non ha un identità politico-religiosa così trasparente?
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domenica 9 ottobre 2011
Nei giorni scorsi Diego Della Valle ha comprato una pagina dei maggiori quotidiani italiani per pubblicare un invettiva contro la classe politica italiana. Un testo banale, qualunquista e buonista. Niente di più che il solito stanco appello alla parte migliore del Paese, a quella società civile invocata ad ogni pié sospinto per un riscatto morale della nazione contro le malefatte della politica. Poche idee espresse oltretutto in una prosa sciatta, cui ben si addice il mediocre titolo della lettera: "Politici, ora basta!". Nihil novi sub sole.Un'iniziativa che non meriterebbe attenzione, se non come simbolo rappresentativo di un certo capitalismo italiano (quello dei vari Marchionne, Montezemolo, Benetton e mille altri), che mentre calpesta i diritti sindacali dei propri dipendenti si presenta alle masse come campione di moralità, che mentre elogia il Made in Italy delocalizza nei paesi del Terzo Mondo. Una classe imprenditoriale che nasconde i propri interessi dietro il paravento della beneficenza e dei servizi alla comunità, come nel caso dell'affaire Colosseo.
Il 21 gennaio scorso la Tod's di Della Valle ha siglato un accordo con il Commissario per l'area archeologica di Roma Capitale e con la locale Soprintendenza in base al quale si impegna a finanziare con 25 milioni di euro il restauro ed il recupero dell'Anfiteatro Flavio. Una iniziativa salutata con entusiasmo da tutti i giornalisti italiani, quasi commossi di fronte a tanta beneficenza gratuita. Poiché non abbiamo creduto alla favola dell'imprenditore buono, siamo andati a leggere i termini dell'accordo e, naturalmente, le nostre perplessità hanno trovato fondamento. E' scritto infatti che il 10% della spesa (2,5 milioni) è destinato alla realizzazione di un Centro Servizi che " potrà fregiarsi e utilizzare la denominazione e i segni distintivi dello Sponsor": una sorta di Casa Tod's negli ambienti del Colosseo, senza neanche dover pagare l'affitto! Non è finita qui, perché il logo dell'impresa di calzature potrà essere stampato sui biglietti di ingresso e potrà ricoprire i lavori di restauro, nascondendo, quindi, il prospetto del monumento più famoso di Roma antica. In modo inverso, lo sponsor potrà usare per suoi fini commerciali, in Italia e all'estero, un logo raffigurante il Colosseo. Tutti piccoli dettagli se paragonati ad un altra clausola del contratto: la Tod's potrà ottenere l'accesso riservato alll'anfiteatro per gruppi di persone. In poche parole, la prossima volta che Della Valle dovrà incontrare un gruppo di acquirenti cinesi, non li inviterà nei suoi uffici, ma direttamente nel Colosseo, che, per l'occasione, rimarrà chiuso al pubblico. Come se non bastasse, mentre i lavori di restauro dureranno al massimo 24 mesi, i precedenti diritti sono concessi alla Tod's per ben 15 anni. Nei fatti, un vero e proprio sfruttamento privato di un ben pubblico.
"Noto come moralizzatore del calcio italiano, beffato da intercettazioni telefoniche imbarazzanti, tanto amato dai cattolici trasformisti e affaristi, un tipo alla Mattei che vorrebbe rivendersi come un Olivetti, amante dei profitti (pardon, progetti!) umanitari molto legati al ritorno di immagine e al business, [Della Valle] andrebbe studiato come rappresentante autorevole del nuovo capitalismo italiano, che è peggio del vecchio. Anzi, è più vecchio di quello vecchio, e sa di ottocentesco sfruttamento e assoggettamento, di potere mediatico mischiato a quello finanziario, e dove l'industria non c'è più, è solo un fantasma che serve al marketing e in questo specifico al narcisismo, cancro dell'epoca che stiamo vivendo" (A. Ferracuti, Viaggi da Fermo).
giovedì 6 ottobre 2011
Il tre ottobre, in viale dell'Astronomia sono arrivate due lettere, una targata Fiat e Chrysler, l'altra Fiat Industrial. Una sola firma in calce, quella di Sergio Marchionne. Un solo messaggio: il Lingotto esce da Confindustria.Marchionne ha parlato di una scelta politica. Niente di più falso.
Per comprondere in pieno questa decisione si deve tornare al 21 settembre, quando sotto la guida della Marcegaglia, i quattro maggiori sindacati si sono trovati a firmare un accordo sui contratti industriali, stipulato il 28 giugno.
Accordo che, di fatto, andava ad annulare in sole tre righe, aggiunte a settembre, l'articolo 8 della manovra governativa di ferragosto, che legittimava l'opting out condizionato: dava cioè la possibilità ai contratti aziendali e territoriali di stringere, per determinati fini, intese in deroga ai contratti nazionali e alla legge stessa.
Tra le materie per le quali era prevista la deroga figurava anche il licenziamento. In parole povere si conferiva la libertà di licenziare. Un decreto salva Fiat in tutto e per tutto.
L'accordo del 28 giugno ha visto dunque la Fiat uscire sconfitta, in quanto non gli sarebbe stato più possibile avere le mani libere per portare a termine tutti i suoi piani di restaurazione aziendale,
Marchionne da bambino viziato a cui è stata tolta la caramella è dunque uscito dalla Confindustria.
Un vero e proprio divorzio all'italiana.
Ma gli alimenti li pagheranno solo i lavoratori.
venerdì 30 settembre 2011
Son passati quattro secoli e qualche decennio da quel 1570 anno in cui i turchi della grande dinastia ottomana strapparono Cipro alla Serenissima e nell’anno successivo avvenne una delle battaglie più importanti della storia:Lepanto. Allora il sultano era Selim II e il papa era PioV,il promotore della Lega Santa. Sembra anacronistico parlare di sultanati e di Lega Santa oggi in una Turchia ormai purgata da ogni fanatismo religioso in quanto repubblica democratica. Invece il cosiddetto neo-ottomanismo sembra essere una realtà che si sta affermando negli ultimi mesi. La corrente neo-ottomanista si rifà a due principi, l’affinità culturale dei popoli arabi e la tendenza ad assumere un ruolo egemonico nel mondo arabo. Ambedue i principi sono stati la base della politica estera di Ankara negli ultimi tempi. Il premier Recep Tayyib Erdogan che oggi si propone come antagonista di Israele in merito alla questione palestinese,è lo stesso che nel 2003 difese Israele dagli attacchi di Saddam,e che nel 2006 ricevette il premio dalla lobby ebraica americana Anti Defamation League pronunciando un vibrante discorso contro l’antisemitismo e di condanna della shoah. Questo contraddittorio personaggio poche ore fa ha affermato di voler impedire a Cipro di effettuare insieme ad Israele delle trivellazioni per il gas al largo dell’isola, provocando così un incidente diplomatico che rischia di allontanare la Turchia da qualsiasi annessione con la CE.e di incrinare i rapporti diplomatici con l’Europa. Emerge quindi la volontà di fare della Turchia l’alfiere dei popoli arabi, nonché il paese leader della zona in vista dello “spontaneo” mutamento di regime in Siria. Il conflitto diplomatico in atto con Israele non è quindi che una maschera utile a questo compito, che porterà in dote i popoli usciti dalle recenti primavere arabe (una tenaglia geopolitica contro l’Europa), allo stesso modo la repressione dei curdi con raid aerei fino nel nord Iraq non è che un segnale del cambio di strategia e del passaggio di consegne degli amici americani per il controllo di quella porzione di medio oriente. Forte e pericolosa come lo era nel 1500 si sta forse riproponendo uno scenario storico come quello della battaglia di Lepanto? “La erba cativa non mor mai!”così avrebbe esclamato un veneziano in dialetto.”Saggezza popolare!”potremmo esclamare noi.giovedì 8 settembre 2011
martedì 6 settembre 2011
Come con ogni crisi che si rispetti, la classe politica si sta prodigando al meglio per fermare il tracollo economico.Mentre una mano liberalizza, l’altra cava il sangue dalle rape. I tentacoli dello Stato dedito all’usura fanno quello che possono.
E se per ridurre il debito pubblico italiano, ormai al 120% del PIL, causato da mille sprechi e da un sistema ingiusto di creazione del debito, si deve annuire ai soliti diktat dei detentori del credito (ovviamente non si parla dei cittadini), allora via alla nuova ondata di liberalizzazioni. Anziché la casta, gli sprechi e il signoraggio, la mannaia cadrà sulle pensioni e sul lavoro, in poche parole sul popolo.
Proprio l’attacco al lavoro non poteva mancare nei punti fondamentali al vaglio delle camere per la manovra economica. Già reso fin troppo “flessibile”, ormai da anni, con tutte le conseguenze del caso che le generazioni precarie stanno subendo, da quando il mercato umano è stato adeguato allo sciacallaggio del liberismo.
Non basta, non si può intralciare il mercato!
Lo statuto dei lavoratori si potrà aggirare con un semplice accordo tra le aziende e i sindacati territoriali (i veri maiali di questa storia), anche riguardo disposizioni contrarie ai contratti collettivi di categoria. Il licenziamento senza giusta causa sarà così di nuovo possibile in faccia a secoli di lotte dei lavoratori.
Nel frattempo si richiede l’austerità, il contributo di solidarietà, la riduzione dei consumi, la castità (i figli costano troppo) e di continuare a fare quello che si è sempre fatto: tenere giù la testa.
Come se la colpa fosse del popolo. O forse è davvero così?
Da anni si sente starnazzare slogan del tipo: “La vostra crisi non la pagheremo noi!”
Mai cosa più stupida e falsa! Siamo noi la causa di questa crisi.
Non le banche. Non il capitalismo finanziario che genera e brucia milioni di dollari dal nulla, che vive di continui collassi a causa del paradosso intrinseco alla sua natura, che cade e si rialza sempre, più vorace di prima.
Perché con la testa chinata sull’Iphone 4, acquistato in comodato d’uso, oppure seduti in un’automobile che non ci potremmo permettere, storditi in una discoteca o dispersi nei nuovissimi centri commerciali, siamo noi le batterie umane che alimentano la truffa del sistema.
E se non si vuole immaginare un destino diverso, non è giusto piangere il presente.
Gli eventi, probabilmente drastici che accompagneranno i prossimi anni, saranno l’occasione per molti di tornare indietro a quella scelta, quando hanno barattato la libertà e l’orgoglio in cambio di mille cose inutili e persino, magari, raggiungere la lotta di liberazione.
Dietro quel fronte troveranno quelli come noi che un altro destino lo immaginano, lo edificano, si preparano a difenderlo.
Non lo sognano sospirando come gli schiavi, lo pretendono.
martedì 16 agosto 2011
Il fenomeno della collaborazione fu animato sopratutto dagli intelletuali che vedevano nelle gesta dei tedeschi l'unica salvezza dall'annichilamento dell'uomo e dall'imane decadenza che avanzava.
Così fra le fila dei collaborazionisti troviamo accademici, giovani di belle speranze, autori di successo ed ingenui sognatori: alcuni furono subito dimenticati, di altri è rimasto solo il ricordo della loro produzione prebellica, mentre le indubbie capacità letterarie di altri sono state offuscate dal marchio del tremendo peccato di tradimento.
I protagonisti di questo fenomeno, che non fu affatto omogeneo, si differenziarono per le disparità di visionei, per le differenze di età, caratteri e temperamento.
Una volta che la Francia fu liberata, il destino fu per loro crudele: infatti furono boicottati dagli stessi intellettuali di sinistra, riuniti nel Comitato Nazionale degli Scrittori (di cui facevano parte, fra gli altri, Aragon, Sartre, Malraux e Camus) , a cui non era stato vietato di produrre e di pubblicare le loro opere durante l'occupazione.
Chi furono gli intelletuali collabos?
Louis-Ferdinand Celine, l'autore di Viaggio al termine della notte, di Morte a credito e di 3 pamphlets "maledetti". Fra questi ultimi spicca L'Ecole des cadavres, scritto prima che scoppiasse il conflitto mondiale, in cui la Germania è vista come l'unica nazione in grado di riequilibrare un' Europa ormai condannata alla rovina.
Anche Pierre Drieu La Rochelle, già in alcune poesie scritte durante la Grande Guerra, e poi ancora durante l'occupazione del suolo francese, delineava la Germania come unificatrice di una nuova, autonoma Europa, in grado di riassumere il suo legittimo posto di Occidente del mondo, abbandonando il ruolo di povero continente smarrito ai quattro venti: "vent asiatique, vent slave, vent juif, vent américan".
E ancora Jean Luchaire, Alphonse De Chàteaubriant, Maurice Sachs, Robert Brasillach,e tanti altri scrittori e gionalisti di riviste come "Je suis partout" e "Nouvelle Revue Français". Uomini che, al di là degli avvenimenti politici e militari, delle convenienze civili ed economiche, contribuirono alla formulazione di quella concezione che vedeva nella collaborazione con la Germania la sola concreta possibilità di coronora finalmente il grande sogno di un'Europa veramente unita e sottratta al nichilismo e alla decadenza contemporanea.
Un continente liberato dai confini interni, un "Europe contre les patries".
Un'Europa salda, possente, in grado di opporsi alle due superpotenze che la stringevano nelle loro morse.
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Così fra le fila dei collaborazionisti troviamo accademici, giovani di belle speranze, autori di successo ed ingenui sognatori: alcuni furono subito dimenticati, di altri è rimasto solo il ricordo della loro produzione prebellica, mentre le indubbie capacità letterarie di altri sono state offuscate dal marchio del tremendo peccato di tradimento.
I protagonisti di questo fenomeno, che non fu affatto omogeneo, si differenziarono per le disparità di visionei, per le differenze di età, caratteri e temperamento.
Una volta che la Francia fu liberata, il destino fu per loro crudele: infatti furono boicottati dagli stessi intellettuali di sinistra, riuniti nel Comitato Nazionale degli Scrittori (di cui facevano parte, fra gli altri, Aragon, Sartre, Malraux e Camus) , a cui non era stato vietato di produrre e di pubblicare le loro opere durante l'occupazione.
Chi furono gli intelletuali collabos?
Louis-Ferdinand Celine, l'autore di Viaggio al termine della notte, di Morte a credito e di 3 pamphlets "maledetti". Fra questi ultimi spicca L'Ecole des cadavres, scritto prima che scoppiasse il conflitto mondiale, in cui la Germania è vista come l'unica nazione in grado di riequilibrare un' Europa ormai condannata alla rovina.
Anche Pierre Drieu La Rochelle, già in alcune poesie scritte durante la Grande Guerra, e poi ancora durante l'occupazione del suolo francese, delineava la Germania come unificatrice di una nuova, autonoma Europa, in grado di riassumere il suo legittimo posto di Occidente del mondo, abbandonando il ruolo di povero continente smarrito ai quattro venti: "vent asiatique, vent slave, vent juif, vent américan".
E ancora Jean Luchaire, Alphonse De Chàteaubriant, Maurice Sachs, Robert Brasillach,e tanti altri scrittori e gionalisti di riviste come "Je suis partout" e "Nouvelle Revue Français". Uomini che, al di là degli avvenimenti politici e militari, delle convenienze civili ed economiche, contribuirono alla formulazione di quella concezione che vedeva nella collaborazione con la Germania la sola concreta possibilità di coronora finalmente il grande sogno di un'Europa veramente unita e sottratta al nichilismo e alla decadenza contemporanea.
Un continente liberato dai confini interni, un "Europe contre les patries".
Un'Europa salda, possente, in grado di opporsi alle due superpotenze che la stringevano nelle loro morse.
mercoledì 3 agosto 2011
I giornali sono tornati a parlare di globalizzazione e lo hanno fatto grazie a Edoardo Nesi, vincitore del Premio Strega con il suo "Storia della mia gente". Non è un saggio , ma la memoria personale di un imprenditore costretto a chiudere, nel 2004, l'impresa tessile di famiglia, attiva dagli anni Venti. Ed è con i suoi occhi di protagonista e soprattutto vittima del mercato che sono letti e descritti i mutamenti economici in atto.
Bersaglio principale dei suoi strali sono gli economisti e i giornalisti alla Giavazzi che nei loro articoli sulle colonne dei maggiori quotidiani sostenevano "l'infinità bontà della globalizzazione" e sprezzavano "l'incapacità di grandissima parte dell'industria italiana di adattarsi alle nuove regole di mercato imposte da quella che [loro consideravano] la grande panacea dell'apertura mondiale degli scambi commerciali". Nonostante le loro ricette a buon mercato (più o meno riassumibili nell'ordine categorico di licenziare gli operai ed assumere i laureati in matematica), e nonostante nessuno lo voglia ammettere le loro profezie non si sono avverate. Perché la storia non è andata come dicevano loro: secondo le favole ottimistiche spacciate per verità, "ci avremmo fatto un sacco di soldi, tutti noi italiani, [...] e se si volevano accelerare le cose bastava sbarcare subito in Cina e aprirvi fabbriche, sia per produrre a un costo molto più basso i nostri prodotti miracolosi e benedetti del Made in Italy, sia per prepararsi a venderli laggiù". Ma "i cinesi non corsero a comprare il Made in Italy, ma a produrlo".
Insieme agli economisti, finiscono sul banco "i camerieri dei banchieri" (la definizione è di Ezra Pound), i politici, "che d'economia si sono occupati solo per amministrare ogni tanto, a seconda di chi vincesse le elezioni, condoni tombali o tosature radicali, e intanto vergavano in gran silenzio le centinaia di firme in calce ai trattati che avrebbero scotennato l'industria manifatturiera italiana".
Il risultato è un sistema industriale distorto, in cui le aziende tessili italiane si sono consegnate "alle grandi aziende dell'abbigliamento mondiale così adorate dai giornalisti economici; [...] quelle titaniche aziende globali che si acquattano nei loro quartier generali nuovi e splendenti creati dai loro servi più fedeli, gli architetti di grido: monumenti diacci e sterili fatti d'acciaio e cemento e vetro che riflettono il cielo e le nuvole, dove lavorano solo dirigenti e impiegati perché la produzione dei capi avviene in un'altra parte del mondo, in fabbriche del tutto diverse [...] e da persone del tutto diverse, che non solo non arrivano mai a comparire sulle pagine di pubblicità, ma non hanno nemmeno i soldi per comprarsi una copia delle riviste su cui compaiono le réclame dei loro generosi datori di lavoro".
Mentre in Italia, e in particolare nel distretto tessile di Prato, è una landa deserta e abbandonata, da ultimo giorno del mondo, con le fabbriche chiuse, dove intere famiglie di cinesi abitano e lavorano nello sporco e nel degrado più totali. E il futuro un'inevitabile esplosione dei rapporti sociali fra le diverse etnie, la stessa che la Francia ha già vissuto e che l'Inghilterra sta vivendo in questi giorni.
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lunedì 1 agosto 2011
A Damasco la protesta contro la presidenza Assad è entrata ormai nella sua fase più calda, ma è intorno alla città di Hama, duecento chilometri a Nord della capitale siriana, che si gioca lo scontro più importante, che non è quello interno tra manifestanti ed esercito governativo, ma quello internazionale tra Siria e Turchia. L'avanzata dei carri siriani a ridosso del confine fra i due Paesi potrebbe rappresentare l'innesco a un’operazione che Ankara medita ormai da mesi: con il pretesto di proteggere e ospitare i profughi in fuga, entrare in territorio siriano e creare con la forza una zona cuscinetto (una manovra già messa in atto durante la prima Guerra del Golfo, al confine con l'Iraq di Saddam Hussein). Gli esperti prevedono l'occupazione di una striscia di territorio larga al massimo dieci chilometri lungo una parte di confine. In questo modo Ankara rischia di attirare su di sé le ire delle diplomazie internazionali, ma ne conseguirebbe un sicuro vantaggio: arrestare i profughi al di là del confine, in territorio siriano (nei campi della Mezzaluna Rossa, in territorio turco, sono già 10mila i profughi siriani).
In questo senso andavano sicuramente lette le parole del premier turco Erdogan che aveva definito "assolutamente deludente" le assicurazioni di Erdogan sulle riforme liberali in progetto. E la situazione sembrava dover scoppiare quando i carri armati di Damasco sono stati visti a meno di un chilometro dalla cittadina turca di Guvecci.
Ma negli ultimi giorni, il ministro degli Esteri di Ankara, Ahmet Davoutoglu, si è assestato su posizioni più prudenti: "Speriamo che la Siria riesca a rinnovarsi in una maniera tranquilla e che esca da questa situazione ancora più forte: noi faremo tutto il possibile per assisterla nell’attuazione di riforme che la rinnovino nella stabilità rendendola più forte”.
Perché questo cambio di rotta? Perché nel frattempo ad Ankara si è consumata la rottura (definitiva?), covata da tempo, tra il governo filo-islamico di Erdogan e le gerarchie militari, tutori della laicità dello stato kemalista: venerdì scorso il capo di Stato Maggiore e i suoi sottoposti capi di Stato Maggiore di Esercito, Marina e Aeronautica si sono dimessi dai propri incarichi in segno di protesta per la decisione del governo di trasferire nella Riserva 17 ufficiali dell'Esercito e altri 25 commilitoni implicati nel piano per il presunto colpo di stato anti-Erdogan scoperto nel 2003. Secondo i militari, invece, lo scopo dell'esecutivo sarebbe quello di promuovere al loro posto ufficiali sensibili alle istanze religiose.
E' l'ultimo atto di un braccio di ferro tra il partito di Giustizia e Sviluppo (al governo dal 2002) e le forze armate, recentemente inaspritosi (oltre che per la storia del tentato golpe del 2003) per i risultati del referendum, voluto da Erdogan, che nel 2010 ha limitato i poteri dell'esercito e, soprattutto, per la schiacciante affermazione elettorale di Giustizia e Sviluppo alle elezioni dello scorso 12 giugno (quasi il 50% dei voti). Uno scontro che non può che bloccare i progetti militari di Ankara, che rischia di trovarsi in conflitto anche con l'Iran, prima sostenitrice del presidente siriano Assad.
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In questo senso andavano sicuramente lette le parole del premier turco Erdogan che aveva definito "assolutamente deludente" le assicurazioni di Erdogan sulle riforme liberali in progetto. E la situazione sembrava dover scoppiare quando i carri armati di Damasco sono stati visti a meno di un chilometro dalla cittadina turca di Guvecci.
Ma negli ultimi giorni, il ministro degli Esteri di Ankara, Ahmet Davoutoglu, si è assestato su posizioni più prudenti: "Speriamo che la Siria riesca a rinnovarsi in una maniera tranquilla e che esca da questa situazione ancora più forte: noi faremo tutto il possibile per assisterla nell’attuazione di riforme che la rinnovino nella stabilità rendendola più forte”.
Perché questo cambio di rotta? Perché nel frattempo ad Ankara si è consumata la rottura (definitiva?), covata da tempo, tra il governo filo-islamico di Erdogan e le gerarchie militari, tutori della laicità dello stato kemalista: venerdì scorso il capo di Stato Maggiore e i suoi sottoposti capi di Stato Maggiore di Esercito, Marina e Aeronautica si sono dimessi dai propri incarichi in segno di protesta per la decisione del governo di trasferire nella Riserva 17 ufficiali dell'Esercito e altri 25 commilitoni implicati nel piano per il presunto colpo di stato anti-Erdogan scoperto nel 2003. Secondo i militari, invece, lo scopo dell'esecutivo sarebbe quello di promuovere al loro posto ufficiali sensibili alle istanze religiose.
E' l'ultimo atto di un braccio di ferro tra il partito di Giustizia e Sviluppo (al governo dal 2002) e le forze armate, recentemente inaspritosi (oltre che per la storia del tentato golpe del 2003) per i risultati del referendum, voluto da Erdogan, che nel 2010 ha limitato i poteri dell'esercito e, soprattutto, per la schiacciante affermazione elettorale di Giustizia e Sviluppo alle elezioni dello scorso 12 giugno (quasi il 50% dei voti). Uno scontro che non può che bloccare i progetti militari di Ankara, che rischia di trovarsi in conflitto anche con l'Iran, prima sostenitrice del presidente siriano Assad.
giovedì 14 luglio 2011
giovedì 7 luglio 2011
"Il vecchio George Orwell aveva capito tutto, ma al rovescio. Il Grande Fratello non ci osserva. Il Grande Fratello canta e balla. Tira fuori conigli dal cappello. Il Grande Fratello si dà da fare per tenere viva la tua attenzione in ogni singolo istante di veglia. Fa in modo che tu possa sempre distrarti. Che sia completamente assorbito".E distratti non ci chiedamo quanti siano gli occhi pronti a spiarci in ogni momento di ogni singolo giorno in ogni angolo di ogni singola città: nella sola città di Roma, sono almeno 6000 le telecamere per la videosorveglianza di proprietà del comune e dei suoi enti dipendenti. Più tutte quelle di tutti gli altri organi dello stato. Più tutte quelle dei privati. Un conteggio infinito, impossibile da realizzare.
Da cablo inediti pubblicati da Wikileaks è emersa la notizia che lo stato italiano ha acquistato, allo modica cifra di 1,137 miliardi di euro, 4 super satelliti del sistema Cosmo-Skymed in grado di rilevare, di notte e di giorno e in qualsiasi condizione atmosferica, oggetti "grandi" anche solo 40 centimetri, e che nei prossimi anni investirà altri 555 milioni per l'acquisto di due modelli più evoluti. Spese folli che hanno stupito la pur navigata intelligence americana.
A gestire questi portenti della tecnologia satellitare è il RIS: non i famosi poliziotti con valigetta e camice bianco, ma il Reparto Informazioni e Sicurezza, ossia i servizi segreti interni alle forze dell'ordine, eredi del SIOS, fortemente sostenuti dal ministro della Difesa Ignazio La Russa. Un apparato di intelligence che opera fuori dei limiti di legge, in quanto esso avrebbe "solo compiti di carattere tecnico e di polizia militare" riguardanti "ogni attività informativa utile al fine della sicurezza dei presidi e delle attività delle forze armate all'estero".
Naturalmente il controllo sulle nostre vite avviene anche ad un livello superiore, internazionale. Ci riferiamo al famigerato sistema Echelon, sviluppato da Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda, e capace di intercettare le comunicazioni digitali, pubbliche e private, sulla base di un sofisticato algoritmo capace di identificare determinate parole chiave e le loro varianti. Il sistema utilizza, oltre che un gran numero di satelliti spia messi in orbita negli anni Sessanta, anche centri di elaborazione a terra: è stato accertato che anche la base dell'aeronautica militare americana a S. Vito dei Nomanni, presso Brindisi, non più attiva dal 1994, era coinvolta nel progetto.
E così la nostra libertà è sacrificata, in nome di una non meglio precisata sicurezza, all'altare del controllo globale.
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Da cablo inediti pubblicati da Wikileaks è emersa la notizia che lo stato italiano ha acquistato, allo modica cifra di 1,137 miliardi di euro, 4 super satelliti del sistema Cosmo-Skymed in grado di rilevare, di notte e di giorno e in qualsiasi condizione atmosferica, oggetti "grandi" anche solo 40 centimetri, e che nei prossimi anni investirà altri 555 milioni per l'acquisto di due modelli più evoluti. Spese folli che hanno stupito la pur navigata intelligence americana.
A gestire questi portenti della tecnologia satellitare è il RIS: non i famosi poliziotti con valigetta e camice bianco, ma il Reparto Informazioni e Sicurezza, ossia i servizi segreti interni alle forze dell'ordine, eredi del SIOS, fortemente sostenuti dal ministro della Difesa Ignazio La Russa. Un apparato di intelligence che opera fuori dei limiti di legge, in quanto esso avrebbe "solo compiti di carattere tecnico e di polizia militare" riguardanti "ogni attività informativa utile al fine della sicurezza dei presidi e delle attività delle forze armate all'estero".
Naturalmente il controllo sulle nostre vite avviene anche ad un livello superiore, internazionale. Ci riferiamo al famigerato sistema Echelon, sviluppato da Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda, e capace di intercettare le comunicazioni digitali, pubbliche e private, sulla base di un sofisticato algoritmo capace di identificare determinate parole chiave e le loro varianti. Il sistema utilizza, oltre che un gran numero di satelliti spia messi in orbita negli anni Sessanta, anche centri di elaborazione a terra: è stato accertato che anche la base dell'aeronautica militare americana a S. Vito dei Nomanni, presso Brindisi, non più attiva dal 1994, era coinvolta nel progetto.
E così la nostra libertà è sacrificata, in nome di una non meglio precisata sicurezza, all'altare del controllo globale.
mercoledì 29 giugno 2011
Scorriamo alcune delle sentenze più significative.
Il Tribunale Penale Internazionale per l’ex – Jugoslavia, istituito dal Consiglio di Sicurezza dell'ONU per giudicare i fatti di sangue avvenuti in Croazia, Bosnia-Erzegovina, Kosovo e Macedonia, ha portato a processo 161 imputati, quasi esclusivamente personalità politiche e militari serbe (Milošević, Karadžić, Arkan e Mladić, recentemente arrestato) e un esiguo numero di bosniaci. Fra questi ultimi, Naser Orić comandante dell'esercito bosniaco a Srebrenica, accusato del massacro di 3000 civili serbi: assolto. Difficile non riconoscere questa disparità di trattamento, volta ad attribuire, contro ogni verità storica, il ruolo di carnefice esclusivamente all'etnia serba: come ha gridato dalo banco degli imputati Vojislav Šešelj, leader del Partito Radicale Serbo, "Il Tribunale dell'Aja somiglia molto di più all'Inquisizione,che a un organo di diritto internazionale".
Assolti anche il governo e l'esercito israeliani, accusati, insieme ad Hamas, di crimini di guerra e crimini contro l'umanità per l'operazione Piombo Fuso del 2008: Richard Joseph Goldstone, autore del rapporto accusatorio contro Gerusalemme ha ritrattato le proprie posizioni e ritirato l'accusa in quanto "l’esercito israeliano ha indagato su alcuni incidenti indicando che i civili non furono colpiti per scelta". Naturalmente resta l'imputazione nei confronti di Hamas "i cui missili", guarda caso, "vennero volutamente lanciati contro obiettivi civili".
E' evidente come non si tratti di organisimi indipendenti e imparziali ma di strumenti politici tesi a giustificare le politiche internazionali occidentali nei Balcani come in Iraq, in Palestina come nei nuovi scenari nordafricani.
“Un processo tenuto dai vincitori a carico dei vinti non può essere imparziale perché in esso prevale il bisogno di vendetta” fu il commento di Kennedy sul processo di Norimberga del 1945, che condannò le più alte gerarchie tedesche, passando sotto silenzio i bombardamenti atomici, le devastazione di città compiute tramite l’uso del fosforo dagli statunitensi, i campi di concentramento angloamericani e i vari eccidi perpetrati dall’Armata Rossa. Da allora, cosa è cambiato?
lunedì 27 giugno 2011
domenica 19 giugno 2011
In questo scontro, per la prima volta, le popolazioni e le culture che forgeranno l'Europa alto-medievale combatterono insieme per difendere l'Impero dall'invasione di una gente totalmente estranea. E non è un caso che la battaglia decisiva si svolse in Gallia, destinata, nel giro di pochi secoli a diventare il centro del regno franco e del Sacro Romano Impero di Carlo Magno.
Come mille anni anni prima le poleis greche avevano superato le proprie differenze politiche per far fronte alla spinta dell'impero persiano, prendendo coscienza, in questa lotta, della propria unità ed identità culturale, così ora genti latine e genti germaniche univano i propri sforzi a salvaguardia della pax romana che le varie tribù barbare avevano potuto conoscere foederandosi con Roma.
Così sarà a Poitiers nel 732, quando l'Occidente cristiano (Franchi, Borgognoni, Alemanni, Bavari, cavalieri Visigooti e volontari Sassoni) fermò l'avanzata islamica dall'Andalusia verso Tours e la sua venerata chiesa di San Martino: è proprio in occasione di questa battaglia che per la prima volta fu usato l'aggettivo Europei per definire collettivamente l'esercito che fermò gli arabi.
Così sarà ancora al tempo delle crociate quando la più alta aristocrazia europea rispose coralmente agli appelli del Papa e alle richieste di soccorso dell'imperatore di Bisanzio, la seconda Roma, per liberare la Terra santa e l'Asia Minore dai Turchi Selgiuchidi. Ancora contro i Turchi il miglior sangue d'Europa sarà versato a Lepanto e a Vienna.
E nel 1945, volontari di tutta Europa, inquadrati secondo la loro origine, difenderanno Berlino e l'Europa dall'occupazione americana e da quella sovietica nell'ultimo capitolo di quella guerra civile europea cominciata nelle trincee della Prima Guerra Mondiale.
Oggi come ieri è tempo che dappertutto in Europa nascano e crescano combattenti politici che, a fianco dei propri fratelli di lotta, "al giorno del conto finale salveranno quel che rimane. Essi sono quelli che un giorno, quando Dio ci aiuta e ci ispira, ci potranno portare alla salvezza!"
sabato 11 giugno 2011
"Li denuncio, mi sanguina il naso": è quanto minacciato dall'on. Mario Borghezio dopo essere stato fermato, condotto in caserma e, a quanto pare, picchiato dalla Polizia Svizzera per aver tentato l'ingresso alla Suvretta House di Saint Moritz, dove, in questi giorni, si sta riunendo il Gruppo Bilderberg. Ingenuamente, il leghista pensava che il tesserino da eurodeputato, esibito alla reception, bastasse a garantirgli l'immunità e l'accesso alla riunione, alla quale senza invito non è possibile partecipare. Si sbagliava di grosso.Il Gruppo Bildeberg altro non è che il club più esclusivo e riservato del mondo, che si riunisce a porte chiuse una volta l'anno in un albergo di lusso in giro per l'Europa (una volta ogni quattro anni negli States o in Canada). Gli inviti sono quanto mai ristretti: circa un centinaio tra le maggiori personalità della finanza e dellla politica mondiali, chiamati a discutere, a porte chiuse, i temi più scottanti dell'agenda politico-economica. E a mettere in pratica quanto stabilito, una volta rientrati in patria. Naturalmente senza che nulla dei verbali di riunione possa superare le mura dei luoghi di convegno. Come ha potuto sperimentare Borghezio sulla propria pelle, quella del Bildeberg è "una riunione molto importante, chiamata a prendere decisioni rilevanti senza alcun controllo popolare. E' evidente che il club di Bildeberg è una società segreta, [...] di cui meno si sa e meglio è".
Scorrendo i nomi dei partecipanti alla riunione di questi giorni, compaiono i nomi degli italiani Franco Bernabè (Telecom Italia), John Elkann (FIAT), Mario Monti (presidente dell'Università Bocconi e già commissario europeo), Paolo Scaroni (ENI) e, last but not least, il ministro Giulio Tremonti. Negli anni passati hanno partecipato, tra gli altri, i vari Agnelli (Giovanni e Umberto), Emma Bonino, Marco Tronchetti Provera, Alessandro Profumo, Romano Prodi, Corrado Passera, Tommaso Padoa Schioppa e tanti, tanti altri.
E c'è ancora chi crede che il potere appartenga al popolo sovrano...
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lunedì 6 giugno 2011
Quando è nata l'Europa? Quando ha assunto caratteristiche culturali, morali, filosofiche e politiche sue proprie, distinte dalle altre parti del mondo?E' in Grecia, tra V e IV sec. a.C., che, nello scontro con la potenza Persiana, si forma per la prima volta il senso e la coscienza dell'Europa, identificata con la libertà delle poleis elleniche opposta al dispotismo asiatico, con la libertà del cittadino opposta all'assoggettamento del suddito.
Secondo Eschilo, Atene è difesa da un "vallo di cittadini" che combattono per la propria patria, mentre i Persiani combattono per "assoluti signori": e la forza straripatente degli eserciti di Serse si frantumerà contro il muro dei cittadini greci.
Ancora più chiara la concezione di Erodoto: gli Spartani sono gli uomini più valorosi, "perché sono liberi, ma non del tutto. C'è un padrone su di loro: la Legge, che essi temono molto più ancora che i tuoi non temano te. Ed è certo che eseguono il comando, il quale è sempre lo stesso: divieto di sfuggire a qualsiasi numero di uomini in battaglia, e ordine di rimanere al proprio posto per vincere o morire".
Gli Europei sono, secondo la definizione di Ippocrate, "autonomi": essi, cioè, si reggono secondo le leggi (nomoi) e sono padroni di sé, ragion per cui, militarmente, sono migliori combattenti perché non combattono per un padrone ma per sé, la propria famiglia e la propria città.
Ancora, la stessa idea compare in Aristotele, secondo il quale, i Greci vivono continuamente in libertà, a differenza degli Asiatici che vivono "in sudditanza e in servitù".
Altro popolo estraneo culturalmente all'Ellade è quello scitico: "non ha costruito né mura né città, trasporta con sé la propria casa ed è tutta costituita di arcieri a cavallo. Vive non dell'aratura ma del bestiame, ed ha le sue case su carri". Una popolazione nomade, che non conosce la città, vale a dire l'elemento che caratterizza propriamente i Greci.
Riprendendo le parole di Aristotele, la stirpe europea "essendo coraggiosa e intelligente, vive continuamente in libertà, con governi possibilmente perfetti, con la capacità di dominare su tutti, qualora fosse riunita in un solo stato".
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