Son passati quattro secoli e qualche decennio da quel 1570 anno in cui i turchi della grande dinastia ottomana strapparono Cipro alla Serenissima e nell’anno successivo avvenne una delle battaglie più importanti della storia:Lepanto. Allora il sultano era Selim II e il papa era PioV,il promotore della Lega Santa. Sembra anacronistico parlare di sultanati e di Lega Santa oggi in una Turchia ormai purgata da ogni fanatismo religioso in quanto repubblica democratica. Invece il cosiddetto neo-ottomanismo sembra essere una realtà che si sta affermando negli ultimi mesi. La corrente neo-ottomanista si rifà a due principi, l’affinità culturale dei popoli arabi e la tendenza ad assumere un ruolo egemonico nel mondo arabo. Ambedue i principi sono stati la base della politica estera di Ankara negli ultimi tempi. Il premier Recep Tayyib Erdogan che oggi si propone come antagonista di Israele in merito alla questione palestinese,è lo stesso che nel 2003 difese Israele dagli attacchi di Saddam,e che nel 2006 ricevette il premio dalla lobby ebraica americana Anti Defamation League pronunciando un vibrante discorso contro l’antisemitismo e di condanna della shoah. Questo contraddittorio personaggio poche ore fa ha affermato di voler impedire a Cipro di effettuare insieme ad Israele delle trivellazioni per il gas al largo dell’isola, provocando così un incidente diplomatico che rischia di allontanare la Turchia da qualsiasi annessione con la CE.e di incrinare i rapporti diplomatici con l’Europa. Emerge quindi la volontà di fare della Turchia l’alfiere dei popoli arabi, nonché il paese leader della zona in vista dello “spontaneo” mutamento di regime in Siria. Il conflitto diplomatico in atto con Israele non è quindi che una maschera utile a questo compito, che porterà in dote i popoli usciti dalle recenti primavere arabe (una tenaglia geopolitica contro l’Europa), allo stesso modo la repressione dei curdi con raid aerei fino nel nord Iraq non è che un segnale del cambio di strategia e del passaggio di consegne degli amici americani per il controllo di quella porzione di medio oriente. Forte e pericolosa come lo era nel 1500 si sta forse riproponendo uno scenario storico come quello della battaglia di Lepanto? “La erba cativa non mor mai!”così avrebbe esclamato un veneziano in dialetto.”Saggezza popolare!”potremmo esclamare noi.venerdì 30 settembre 2011
Son passati quattro secoli e qualche decennio da quel 1570 anno in cui i turchi della grande dinastia ottomana strapparono Cipro alla Serenissima e nell’anno successivo avvenne una delle battaglie più importanti della storia:Lepanto. Allora il sultano era Selim II e il papa era PioV,il promotore della Lega Santa. Sembra anacronistico parlare di sultanati e di Lega Santa oggi in una Turchia ormai purgata da ogni fanatismo religioso in quanto repubblica democratica. Invece il cosiddetto neo-ottomanismo sembra essere una realtà che si sta affermando negli ultimi mesi. La corrente neo-ottomanista si rifà a due principi, l’affinità culturale dei popoli arabi e la tendenza ad assumere un ruolo egemonico nel mondo arabo. Ambedue i principi sono stati la base della politica estera di Ankara negli ultimi tempi. Il premier Recep Tayyib Erdogan che oggi si propone come antagonista di Israele in merito alla questione palestinese,è lo stesso che nel 2003 difese Israele dagli attacchi di Saddam,e che nel 2006 ricevette il premio dalla lobby ebraica americana Anti Defamation League pronunciando un vibrante discorso contro l’antisemitismo e di condanna della shoah. Questo contraddittorio personaggio poche ore fa ha affermato di voler impedire a Cipro di effettuare insieme ad Israele delle trivellazioni per il gas al largo dell’isola, provocando così un incidente diplomatico che rischia di allontanare la Turchia da qualsiasi annessione con la CE.e di incrinare i rapporti diplomatici con l’Europa. Emerge quindi la volontà di fare della Turchia l’alfiere dei popoli arabi, nonché il paese leader della zona in vista dello “spontaneo” mutamento di regime in Siria. Il conflitto diplomatico in atto con Israele non è quindi che una maschera utile a questo compito, che porterà in dote i popoli usciti dalle recenti primavere arabe (una tenaglia geopolitica contro l’Europa), allo stesso modo la repressione dei curdi con raid aerei fino nel nord Iraq non è che un segnale del cambio di strategia e del passaggio di consegne degli amici americani per il controllo di quella porzione di medio oriente. Forte e pericolosa come lo era nel 1500 si sta forse riproponendo uno scenario storico come quello della battaglia di Lepanto? “La erba cativa non mor mai!”così avrebbe esclamato un veneziano in dialetto.”Saggezza popolare!”potremmo esclamare noi.giovedì 8 settembre 2011
martedì 6 settembre 2011
Come con ogni crisi che si rispetti, la classe politica si sta prodigando al meglio per fermare il tracollo economico.Mentre una mano liberalizza, l’altra cava il sangue dalle rape. I tentacoli dello Stato dedito all’usura fanno quello che possono.
E se per ridurre il debito pubblico italiano, ormai al 120% del PIL, causato da mille sprechi e da un sistema ingiusto di creazione del debito, si deve annuire ai soliti diktat dei detentori del credito (ovviamente non si parla dei cittadini), allora via alla nuova ondata di liberalizzazioni. Anziché la casta, gli sprechi e il signoraggio, la mannaia cadrà sulle pensioni e sul lavoro, in poche parole sul popolo.
Proprio l’attacco al lavoro non poteva mancare nei punti fondamentali al vaglio delle camere per la manovra economica. Già reso fin troppo “flessibile”, ormai da anni, con tutte le conseguenze del caso che le generazioni precarie stanno subendo, da quando il mercato umano è stato adeguato allo sciacallaggio del liberismo.
Non basta, non si può intralciare il mercato!
Lo statuto dei lavoratori si potrà aggirare con un semplice accordo tra le aziende e i sindacati territoriali (i veri maiali di questa storia), anche riguardo disposizioni contrarie ai contratti collettivi di categoria. Il licenziamento senza giusta causa sarà così di nuovo possibile in faccia a secoli di lotte dei lavoratori.
Nel frattempo si richiede l’austerità, il contributo di solidarietà, la riduzione dei consumi, la castità (i figli costano troppo) e di continuare a fare quello che si è sempre fatto: tenere giù la testa.
Come se la colpa fosse del popolo. O forse è davvero così?
Da anni si sente starnazzare slogan del tipo: “La vostra crisi non la pagheremo noi!”
Mai cosa più stupida e falsa! Siamo noi la causa di questa crisi.
Non le banche. Non il capitalismo finanziario che genera e brucia milioni di dollari dal nulla, che vive di continui collassi a causa del paradosso intrinseco alla sua natura, che cade e si rialza sempre, più vorace di prima.
Perché con la testa chinata sull’Iphone 4, acquistato in comodato d’uso, oppure seduti in un’automobile che non ci potremmo permettere, storditi in una discoteca o dispersi nei nuovissimi centri commerciali, siamo noi le batterie umane che alimentano la truffa del sistema.
E se non si vuole immaginare un destino diverso, non è giusto piangere il presente.
Gli eventi, probabilmente drastici che accompagneranno i prossimi anni, saranno l’occasione per molti di tornare indietro a quella scelta, quando hanno barattato la libertà e l’orgoglio in cambio di mille cose inutili e persino, magari, raggiungere la lotta di liberazione.
Dietro quel fronte troveranno quelli come noi che un altro destino lo immaginano, lo edificano, si preparano a difenderlo.
Non lo sognano sospirando come gli schiavi, lo pretendono.
martedì 16 agosto 2011
Il fenomeno della collaborazione fu animato sopratutto dagli intelletuali che vedevano nelle gesta dei tedeschi l'unica salvezza dall'annichilamento dell'uomo e dall'imane decadenza che avanzava.
Così fra le fila dei collaborazionisti troviamo accademici, giovani di belle speranze, autori di successo ed ingenui sognatori: alcuni furono subito dimenticati, di altri è rimasto solo il ricordo della loro produzione prebellica, mentre le indubbie capacità letterarie di altri sono state offuscate dal marchio del tremendo peccato di tradimento.
I protagonisti di questo fenomeno, che non fu affatto omogeneo, si differenziarono per le disparità di visionei, per le differenze di età, caratteri e temperamento.
Una volta che la Francia fu liberata, il destino fu per loro crudele: infatti furono boicottati dagli stessi intellettuali di sinistra, riuniti nel Comitato Nazionale degli Scrittori (di cui facevano parte, fra gli altri, Aragon, Sartre, Malraux e Camus) , a cui non era stato vietato di produrre e di pubblicare le loro opere durante l'occupazione.
Chi furono gli intelletuali collabos?
Louis-Ferdinand Celine, l'autore di Viaggio al termine della notte, di Morte a credito e di 3 pamphlets "maledetti". Fra questi ultimi spicca L'Ecole des cadavres, scritto prima che scoppiasse il conflitto mondiale, in cui la Germania è vista come l'unica nazione in grado di riequilibrare un' Europa ormai condannata alla rovina.
Anche Pierre Drieu La Rochelle, già in alcune poesie scritte durante la Grande Guerra, e poi ancora durante l'occupazione del suolo francese, delineava la Germania come unificatrice di una nuova, autonoma Europa, in grado di riassumere il suo legittimo posto di Occidente del mondo, abbandonando il ruolo di povero continente smarrito ai quattro venti: "vent asiatique, vent slave, vent juif, vent américan".
E ancora Jean Luchaire, Alphonse De Chàteaubriant, Maurice Sachs, Robert Brasillach,e tanti altri scrittori e gionalisti di riviste come "Je suis partout" e "Nouvelle Revue Français". Uomini che, al di là degli avvenimenti politici e militari, delle convenienze civili ed economiche, contribuirono alla formulazione di quella concezione che vedeva nella collaborazione con la Germania la sola concreta possibilità di coronora finalmente il grande sogno di un'Europa veramente unita e sottratta al nichilismo e alla decadenza contemporanea.
Un continente liberato dai confini interni, un "Europe contre les patries".
Un'Europa salda, possente, in grado di opporsi alle due superpotenze che la stringevano nelle loro morse.
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Così fra le fila dei collaborazionisti troviamo accademici, giovani di belle speranze, autori di successo ed ingenui sognatori: alcuni furono subito dimenticati, di altri è rimasto solo il ricordo della loro produzione prebellica, mentre le indubbie capacità letterarie di altri sono state offuscate dal marchio del tremendo peccato di tradimento.
I protagonisti di questo fenomeno, che non fu affatto omogeneo, si differenziarono per le disparità di visionei, per le differenze di età, caratteri e temperamento.
Una volta che la Francia fu liberata, il destino fu per loro crudele: infatti furono boicottati dagli stessi intellettuali di sinistra, riuniti nel Comitato Nazionale degli Scrittori (di cui facevano parte, fra gli altri, Aragon, Sartre, Malraux e Camus) , a cui non era stato vietato di produrre e di pubblicare le loro opere durante l'occupazione.
Chi furono gli intelletuali collabos?
Louis-Ferdinand Celine, l'autore di Viaggio al termine della notte, di Morte a credito e di 3 pamphlets "maledetti". Fra questi ultimi spicca L'Ecole des cadavres, scritto prima che scoppiasse il conflitto mondiale, in cui la Germania è vista come l'unica nazione in grado di riequilibrare un' Europa ormai condannata alla rovina.
Anche Pierre Drieu La Rochelle, già in alcune poesie scritte durante la Grande Guerra, e poi ancora durante l'occupazione del suolo francese, delineava la Germania come unificatrice di una nuova, autonoma Europa, in grado di riassumere il suo legittimo posto di Occidente del mondo, abbandonando il ruolo di povero continente smarrito ai quattro venti: "vent asiatique, vent slave, vent juif, vent américan".
E ancora Jean Luchaire, Alphonse De Chàteaubriant, Maurice Sachs, Robert Brasillach,e tanti altri scrittori e gionalisti di riviste come "Je suis partout" e "Nouvelle Revue Français". Uomini che, al di là degli avvenimenti politici e militari, delle convenienze civili ed economiche, contribuirono alla formulazione di quella concezione che vedeva nella collaborazione con la Germania la sola concreta possibilità di coronora finalmente il grande sogno di un'Europa veramente unita e sottratta al nichilismo e alla decadenza contemporanea.
Un continente liberato dai confini interni, un "Europe contre les patries".
Un'Europa salda, possente, in grado di opporsi alle due superpotenze che la stringevano nelle loro morse.
mercoledì 3 agosto 2011
I giornali sono tornati a parlare di globalizzazione e lo hanno fatto grazie a Edoardo Nesi, vincitore del Premio Strega con il suo "Storia della mia gente". Non è un saggio , ma la memoria personale di un imprenditore costretto a chiudere, nel 2004, l'impresa tessile di famiglia, attiva dagli anni Venti. Ed è con i suoi occhi di protagonista e soprattutto vittima del mercato che sono letti e descritti i mutamenti economici in atto.
Bersaglio principale dei suoi strali sono gli economisti e i giornalisti alla Giavazzi che nei loro articoli sulle colonne dei maggiori quotidiani sostenevano "l'infinità bontà della globalizzazione" e sprezzavano "l'incapacità di grandissima parte dell'industria italiana di adattarsi alle nuove regole di mercato imposte da quella che [loro consideravano] la grande panacea dell'apertura mondiale degli scambi commerciali". Nonostante le loro ricette a buon mercato (più o meno riassumibili nell'ordine categorico di licenziare gli operai ed assumere i laureati in matematica), e nonostante nessuno lo voglia ammettere le loro profezie non si sono avverate. Perché la storia non è andata come dicevano loro: secondo le favole ottimistiche spacciate per verità, "ci avremmo fatto un sacco di soldi, tutti noi italiani, [...] e se si volevano accelerare le cose bastava sbarcare subito in Cina e aprirvi fabbriche, sia per produrre a un costo molto più basso i nostri prodotti miracolosi e benedetti del Made in Italy, sia per prepararsi a venderli laggiù". Ma "i cinesi non corsero a comprare il Made in Italy, ma a produrlo".
Insieme agli economisti, finiscono sul banco "i camerieri dei banchieri" (la definizione è di Ezra Pound), i politici, "che d'economia si sono occupati solo per amministrare ogni tanto, a seconda di chi vincesse le elezioni, condoni tombali o tosature radicali, e intanto vergavano in gran silenzio le centinaia di firme in calce ai trattati che avrebbero scotennato l'industria manifatturiera italiana".
Il risultato è un sistema industriale distorto, in cui le aziende tessili italiane si sono consegnate "alle grandi aziende dell'abbigliamento mondiale così adorate dai giornalisti economici; [...] quelle titaniche aziende globali che si acquattano nei loro quartier generali nuovi e splendenti creati dai loro servi più fedeli, gli architetti di grido: monumenti diacci e sterili fatti d'acciaio e cemento e vetro che riflettono il cielo e le nuvole, dove lavorano solo dirigenti e impiegati perché la produzione dei capi avviene in un'altra parte del mondo, in fabbriche del tutto diverse [...] e da persone del tutto diverse, che non solo non arrivano mai a comparire sulle pagine di pubblicità, ma non hanno nemmeno i soldi per comprarsi una copia delle riviste su cui compaiono le réclame dei loro generosi datori di lavoro".
Mentre in Italia, e in particolare nel distretto tessile di Prato, è una landa deserta e abbandonata, da ultimo giorno del mondo, con le fabbriche chiuse, dove intere famiglie di cinesi abitano e lavorano nello sporco e nel degrado più totali. E il futuro un'inevitabile esplosione dei rapporti sociali fra le diverse etnie, la stessa che la Francia ha già vissuto e che l'Inghilterra sta vivendo in questi giorni.
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lunedì 1 agosto 2011
A Damasco la protesta contro la presidenza Assad è entrata ormai nella sua fase più calda, ma è intorno alla città di Hama, duecento chilometri a Nord della capitale siriana, che si gioca lo scontro più importante, che non è quello interno tra manifestanti ed esercito governativo, ma quello internazionale tra Siria e Turchia. L'avanzata dei carri siriani a ridosso del confine fra i due Paesi potrebbe rappresentare l'innesco a un’operazione che Ankara medita ormai da mesi: con il pretesto di proteggere e ospitare i profughi in fuga, entrare in territorio siriano e creare con la forza una zona cuscinetto (una manovra già messa in atto durante la prima Guerra del Golfo, al confine con l'Iraq di Saddam Hussein). Gli esperti prevedono l'occupazione di una striscia di territorio larga al massimo dieci chilometri lungo una parte di confine. In questo modo Ankara rischia di attirare su di sé le ire delle diplomazie internazionali, ma ne conseguirebbe un sicuro vantaggio: arrestare i profughi al di là del confine, in territorio siriano (nei campi della Mezzaluna Rossa, in territorio turco, sono già 10mila i profughi siriani).
In questo senso andavano sicuramente lette le parole del premier turco Erdogan che aveva definito "assolutamente deludente" le assicurazioni di Erdogan sulle riforme liberali in progetto. E la situazione sembrava dover scoppiare quando i carri armati di Damasco sono stati visti a meno di un chilometro dalla cittadina turca di Guvecci.
Ma negli ultimi giorni, il ministro degli Esteri di Ankara, Ahmet Davoutoglu, si è assestato su posizioni più prudenti: "Speriamo che la Siria riesca a rinnovarsi in una maniera tranquilla e che esca da questa situazione ancora più forte: noi faremo tutto il possibile per assisterla nell’attuazione di riforme che la rinnovino nella stabilità rendendola più forte”.
Perché questo cambio di rotta? Perché nel frattempo ad Ankara si è consumata la rottura (definitiva?), covata da tempo, tra il governo filo-islamico di Erdogan e le gerarchie militari, tutori della laicità dello stato kemalista: venerdì scorso il capo di Stato Maggiore e i suoi sottoposti capi di Stato Maggiore di Esercito, Marina e Aeronautica si sono dimessi dai propri incarichi in segno di protesta per la decisione del governo di trasferire nella Riserva 17 ufficiali dell'Esercito e altri 25 commilitoni implicati nel piano per il presunto colpo di stato anti-Erdogan scoperto nel 2003. Secondo i militari, invece, lo scopo dell'esecutivo sarebbe quello di promuovere al loro posto ufficiali sensibili alle istanze religiose.
E' l'ultimo atto di un braccio di ferro tra il partito di Giustizia e Sviluppo (al governo dal 2002) e le forze armate, recentemente inaspritosi (oltre che per la storia del tentato golpe del 2003) per i risultati del referendum, voluto da Erdogan, che nel 2010 ha limitato i poteri dell'esercito e, soprattutto, per la schiacciante affermazione elettorale di Giustizia e Sviluppo alle elezioni dello scorso 12 giugno (quasi il 50% dei voti). Uno scontro che non può che bloccare i progetti militari di Ankara, che rischia di trovarsi in conflitto anche con l'Iran, prima sostenitrice del presidente siriano Assad.
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In questo senso andavano sicuramente lette le parole del premier turco Erdogan che aveva definito "assolutamente deludente" le assicurazioni di Erdogan sulle riforme liberali in progetto. E la situazione sembrava dover scoppiare quando i carri armati di Damasco sono stati visti a meno di un chilometro dalla cittadina turca di Guvecci.
Ma negli ultimi giorni, il ministro degli Esteri di Ankara, Ahmet Davoutoglu, si è assestato su posizioni più prudenti: "Speriamo che la Siria riesca a rinnovarsi in una maniera tranquilla e che esca da questa situazione ancora più forte: noi faremo tutto il possibile per assisterla nell’attuazione di riforme che la rinnovino nella stabilità rendendola più forte”.
Perché questo cambio di rotta? Perché nel frattempo ad Ankara si è consumata la rottura (definitiva?), covata da tempo, tra il governo filo-islamico di Erdogan e le gerarchie militari, tutori della laicità dello stato kemalista: venerdì scorso il capo di Stato Maggiore e i suoi sottoposti capi di Stato Maggiore di Esercito, Marina e Aeronautica si sono dimessi dai propri incarichi in segno di protesta per la decisione del governo di trasferire nella Riserva 17 ufficiali dell'Esercito e altri 25 commilitoni implicati nel piano per il presunto colpo di stato anti-Erdogan scoperto nel 2003. Secondo i militari, invece, lo scopo dell'esecutivo sarebbe quello di promuovere al loro posto ufficiali sensibili alle istanze religiose.
E' l'ultimo atto di un braccio di ferro tra il partito di Giustizia e Sviluppo (al governo dal 2002) e le forze armate, recentemente inaspritosi (oltre che per la storia del tentato golpe del 2003) per i risultati del referendum, voluto da Erdogan, che nel 2010 ha limitato i poteri dell'esercito e, soprattutto, per la schiacciante affermazione elettorale di Giustizia e Sviluppo alle elezioni dello scorso 12 giugno (quasi il 50% dei voti). Uno scontro che non può che bloccare i progetti militari di Ankara, che rischia di trovarsi in conflitto anche con l'Iran, prima sostenitrice del presidente siriano Assad.
giovedì 14 luglio 2011
giovedì 7 luglio 2011
"Il vecchio George Orwell aveva capito tutto, ma al rovescio. Il Grande Fratello non ci osserva. Il Grande Fratello canta e balla. Tira fuori conigli dal cappello. Il Grande Fratello si dà da fare per tenere viva la tua attenzione in ogni singolo istante di veglia. Fa in modo che tu possa sempre distrarti. Che sia completamente assorbito".E distratti non ci chiedamo quanti siano gli occhi pronti a spiarci in ogni momento di ogni singolo giorno in ogni angolo di ogni singola città: nella sola città di Roma, sono almeno 6000 le telecamere per la videosorveglianza di proprietà del comune e dei suoi enti dipendenti. Più tutte quelle di tutti gli altri organi dello stato. Più tutte quelle dei privati. Un conteggio infinito, impossibile da realizzare.
Da cablo inediti pubblicati da Wikileaks è emersa la notizia che lo stato italiano ha acquistato, allo modica cifra di 1,137 miliardi di euro, 4 super satelliti del sistema Cosmo-Skymed in grado di rilevare, di notte e di giorno e in qualsiasi condizione atmosferica, oggetti "grandi" anche solo 40 centimetri, e che nei prossimi anni investirà altri 555 milioni per l'acquisto di due modelli più evoluti. Spese folli che hanno stupito la pur navigata intelligence americana.
A gestire questi portenti della tecnologia satellitare è il RIS: non i famosi poliziotti con valigetta e camice bianco, ma il Reparto Informazioni e Sicurezza, ossia i servizi segreti interni alle forze dell'ordine, eredi del SIOS, fortemente sostenuti dal ministro della Difesa Ignazio La Russa. Un apparato di intelligence che opera fuori dei limiti di legge, in quanto esso avrebbe "solo compiti di carattere tecnico e di polizia militare" riguardanti "ogni attività informativa utile al fine della sicurezza dei presidi e delle attività delle forze armate all'estero".
Naturalmente il controllo sulle nostre vite avviene anche ad un livello superiore, internazionale. Ci riferiamo al famigerato sistema Echelon, sviluppato da Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda, e capace di intercettare le comunicazioni digitali, pubbliche e private, sulla base di un sofisticato algoritmo capace di identificare determinate parole chiave e le loro varianti. Il sistema utilizza, oltre che un gran numero di satelliti spia messi in orbita negli anni Sessanta, anche centri di elaborazione a terra: è stato accertato che anche la base dell'aeronautica militare americana a S. Vito dei Nomanni, presso Brindisi, non più attiva dal 1994, era coinvolta nel progetto.
E così la nostra libertà è sacrificata, in nome di una non meglio precisata sicurezza, all'altare del controllo globale.
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Da cablo inediti pubblicati da Wikileaks è emersa la notizia che lo stato italiano ha acquistato, allo modica cifra di 1,137 miliardi di euro, 4 super satelliti del sistema Cosmo-Skymed in grado di rilevare, di notte e di giorno e in qualsiasi condizione atmosferica, oggetti "grandi" anche solo 40 centimetri, e che nei prossimi anni investirà altri 555 milioni per l'acquisto di due modelli più evoluti. Spese folli che hanno stupito la pur navigata intelligence americana.
A gestire questi portenti della tecnologia satellitare è il RIS: non i famosi poliziotti con valigetta e camice bianco, ma il Reparto Informazioni e Sicurezza, ossia i servizi segreti interni alle forze dell'ordine, eredi del SIOS, fortemente sostenuti dal ministro della Difesa Ignazio La Russa. Un apparato di intelligence che opera fuori dei limiti di legge, in quanto esso avrebbe "solo compiti di carattere tecnico e di polizia militare" riguardanti "ogni attività informativa utile al fine della sicurezza dei presidi e delle attività delle forze armate all'estero".
Naturalmente il controllo sulle nostre vite avviene anche ad un livello superiore, internazionale. Ci riferiamo al famigerato sistema Echelon, sviluppato da Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda, e capace di intercettare le comunicazioni digitali, pubbliche e private, sulla base di un sofisticato algoritmo capace di identificare determinate parole chiave e le loro varianti. Il sistema utilizza, oltre che un gran numero di satelliti spia messi in orbita negli anni Sessanta, anche centri di elaborazione a terra: è stato accertato che anche la base dell'aeronautica militare americana a S. Vito dei Nomanni, presso Brindisi, non più attiva dal 1994, era coinvolta nel progetto.
E così la nostra libertà è sacrificata, in nome di una non meglio precisata sicurezza, all'altare del controllo globale.
mercoledì 29 giugno 2011
Scorriamo alcune delle sentenze più significative.
Il Tribunale Penale Internazionale per l’ex – Jugoslavia, istituito dal Consiglio di Sicurezza dell'ONU per giudicare i fatti di sangue avvenuti in Croazia, Bosnia-Erzegovina, Kosovo e Macedonia, ha portato a processo 161 imputati, quasi esclusivamente personalità politiche e militari serbe (Milošević, Karadžić, Arkan e Mladić, recentemente arrestato) e un esiguo numero di bosniaci. Fra questi ultimi, Naser Orić comandante dell'esercito bosniaco a Srebrenica, accusato del massacro di 3000 civili serbi: assolto. Difficile non riconoscere questa disparità di trattamento, volta ad attribuire, contro ogni verità storica, il ruolo di carnefice esclusivamente all'etnia serba: come ha gridato dalo banco degli imputati Vojislav Šešelj, leader del Partito Radicale Serbo, "Il Tribunale dell'Aja somiglia molto di più all'Inquisizione,che a un organo di diritto internazionale".
Assolti anche il governo e l'esercito israeliani, accusati, insieme ad Hamas, di crimini di guerra e crimini contro l'umanità per l'operazione Piombo Fuso del 2008: Richard Joseph Goldstone, autore del rapporto accusatorio contro Gerusalemme ha ritrattato le proprie posizioni e ritirato l'accusa in quanto "l’esercito israeliano ha indagato su alcuni incidenti indicando che i civili non furono colpiti per scelta". Naturalmente resta l'imputazione nei confronti di Hamas "i cui missili", guarda caso, "vennero volutamente lanciati contro obiettivi civili".
E' evidente come non si tratti di organisimi indipendenti e imparziali ma di strumenti politici tesi a giustificare le politiche internazionali occidentali nei Balcani come in Iraq, in Palestina come nei nuovi scenari nordafricani.
“Un processo tenuto dai vincitori a carico dei vinti non può essere imparziale perché in esso prevale il bisogno di vendetta” fu il commento di Kennedy sul processo di Norimberga del 1945, che condannò le più alte gerarchie tedesche, passando sotto silenzio i bombardamenti atomici, le devastazione di città compiute tramite l’uso del fosforo dagli statunitensi, i campi di concentramento angloamericani e i vari eccidi perpetrati dall’Armata Rossa. Da allora, cosa è cambiato?
lunedì 27 giugno 2011
domenica 19 giugno 2011
In questo scontro, per la prima volta, le popolazioni e le culture che forgeranno l'Europa alto-medievale combatterono insieme per difendere l'Impero dall'invasione di una gente totalmente estranea. E non è un caso che la battaglia decisiva si svolse in Gallia, destinata, nel giro di pochi secoli a diventare il centro del regno franco e del Sacro Romano Impero di Carlo Magno.
Come mille anni anni prima le poleis greche avevano superato le proprie differenze politiche per far fronte alla spinta dell'impero persiano, prendendo coscienza, in questa lotta, della propria unità ed identità culturale, così ora genti latine e genti germaniche univano i propri sforzi a salvaguardia della pax romana che le varie tribù barbare avevano potuto conoscere foederandosi con Roma.
Così sarà a Poitiers nel 732, quando l'Occidente cristiano (Franchi, Borgognoni, Alemanni, Bavari, cavalieri Visigooti e volontari Sassoni) fermò l'avanzata islamica dall'Andalusia verso Tours e la sua venerata chiesa di San Martino: è proprio in occasione di questa battaglia che per la prima volta fu usato l'aggettivo Europei per definire collettivamente l'esercito che fermò gli arabi.
Così sarà ancora al tempo delle crociate quando la più alta aristocrazia europea rispose coralmente agli appelli del Papa e alle richieste di soccorso dell'imperatore di Bisanzio, la seconda Roma, per liberare la Terra santa e l'Asia Minore dai Turchi Selgiuchidi. Ancora contro i Turchi il miglior sangue d'Europa sarà versato a Lepanto e a Vienna.
E nel 1945, volontari di tutta Europa, inquadrati secondo la loro origine, difenderanno Berlino e l'Europa dall'occupazione americana e da quella sovietica nell'ultimo capitolo di quella guerra civile europea cominciata nelle trincee della Prima Guerra Mondiale.
Oggi come ieri è tempo che dappertutto in Europa nascano e crescano combattenti politici che, a fianco dei propri fratelli di lotta, "al giorno del conto finale salveranno quel che rimane. Essi sono quelli che un giorno, quando Dio ci aiuta e ci ispira, ci potranno portare alla salvezza!"
sabato 11 giugno 2011
"Li denuncio, mi sanguina il naso": è quanto minacciato dall'on. Mario Borghezio dopo essere stato fermato, condotto in caserma e, a quanto pare, picchiato dalla Polizia Svizzera per aver tentato l'ingresso alla Suvretta House di Saint Moritz, dove, in questi giorni, si sta riunendo il Gruppo Bilderberg. Ingenuamente, il leghista pensava che il tesserino da eurodeputato, esibito alla reception, bastasse a garantirgli l'immunità e l'accesso alla riunione, alla quale senza invito non è possibile partecipare. Si sbagliava di grosso.Il Gruppo Bildeberg altro non è che il club più esclusivo e riservato del mondo, che si riunisce a porte chiuse una volta l'anno in un albergo di lusso in giro per l'Europa (una volta ogni quattro anni negli States o in Canada). Gli inviti sono quanto mai ristretti: circa un centinaio tra le maggiori personalità della finanza e dellla politica mondiali, chiamati a discutere, a porte chiuse, i temi più scottanti dell'agenda politico-economica. E a mettere in pratica quanto stabilito, una volta rientrati in patria. Naturalmente senza che nulla dei verbali di riunione possa superare le mura dei luoghi di convegno. Come ha potuto sperimentare Borghezio sulla propria pelle, quella del Bildeberg è "una riunione molto importante, chiamata a prendere decisioni rilevanti senza alcun controllo popolare. E' evidente che il club di Bildeberg è una società segreta, [...] di cui meno si sa e meglio è".
Scorrendo i nomi dei partecipanti alla riunione di questi giorni, compaiono i nomi degli italiani Franco Bernabè (Telecom Italia), John Elkann (FIAT), Mario Monti (presidente dell'Università Bocconi e già commissario europeo), Paolo Scaroni (ENI) e, last but not least, il ministro Giulio Tremonti. Negli anni passati hanno partecipato, tra gli altri, i vari Agnelli (Giovanni e Umberto), Emma Bonino, Marco Tronchetti Provera, Alessandro Profumo, Romano Prodi, Corrado Passera, Tommaso Padoa Schioppa e tanti, tanti altri.
E c'è ancora chi crede che il potere appartenga al popolo sovrano...
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lunedì 6 giugno 2011
Quando è nata l'Europa? Quando ha assunto caratteristiche culturali, morali, filosofiche e politiche sue proprie, distinte dalle altre parti del mondo?E' in Grecia, tra V e IV sec. a.C., che, nello scontro con la potenza Persiana, si forma per la prima volta il senso e la coscienza dell'Europa, identificata con la libertà delle poleis elleniche opposta al dispotismo asiatico, con la libertà del cittadino opposta all'assoggettamento del suddito.
Secondo Eschilo, Atene è difesa da un "vallo di cittadini" che combattono per la propria patria, mentre i Persiani combattono per "assoluti signori": e la forza straripatente degli eserciti di Serse si frantumerà contro il muro dei cittadini greci.
Ancora più chiara la concezione di Erodoto: gli Spartani sono gli uomini più valorosi, "perché sono liberi, ma non del tutto. C'è un padrone su di loro: la Legge, che essi temono molto più ancora che i tuoi non temano te. Ed è certo che eseguono il comando, il quale è sempre lo stesso: divieto di sfuggire a qualsiasi numero di uomini in battaglia, e ordine di rimanere al proprio posto per vincere o morire".
Gli Europei sono, secondo la definizione di Ippocrate, "autonomi": essi, cioè, si reggono secondo le leggi (nomoi) e sono padroni di sé, ragion per cui, militarmente, sono migliori combattenti perché non combattono per un padrone ma per sé, la propria famiglia e la propria città.
Ancora, la stessa idea compare in Aristotele, secondo il quale, i Greci vivono continuamente in libertà, a differenza degli Asiatici che vivono "in sudditanza e in servitù".
Altro popolo estraneo culturalmente all'Ellade è quello scitico: "non ha costruito né mura né città, trasporta con sé la propria casa ed è tutta costituita di arcieri a cavallo. Vive non dell'aratura ma del bestiame, ed ha le sue case su carri". Una popolazione nomade, che non conosce la città, vale a dire l'elemento che caratterizza propriamente i Greci.
Riprendendo le parole di Aristotele, la stirpe europea "essendo coraggiosa e intelligente, vive continuamente in libertà, con governi possibilmente perfetti, con la capacità di dominare su tutti, qualora fosse riunita in un solo stato".
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lunedì 30 maggio 2011
venerdì 27 maggio 2011
Il mito greco racconta che gli uomini di Mecone, durante un sacrificio agli dei, sotto consiglio del titano Prometeo, si spartirono le carni degli animali immolato, riservando alla divinità solamente le ossa: Zeus punì la sfrontatezza degli umani togliendo loro il fuoco e nascondendolo nella fucina di Efesto. Prometeo, introdottosi di nascosto nell'officina del dio-fabbro ne rubò alcune faville, riportandole sulla terra: questa volta Zeus infierì direttamente sul titano, incatenandolo nudo alla roccia del monte Caucaso (quindi, esiliandolo dall'Europa) e inviando ogni giorno un'aquila a divorarne il fegato (che ogni notte ricresceva).Dal racconto mitico emerge la concezione tradizionale dell'uomo e del suo ruolo nell'universo. Cerchiamo di spiegare meglio questo concetto.
L'uomo tradizionale, sia che abitasse nella polis greca, che nella Roma imperiale o, ancora più tardi, in un castello medievale, era (e sapeva di essere) inserito, sin dalla nascita, in un ordine fisico e metafisico, che non aveva creato lui e che, pertanto, non era alla sua mercé. La sua intelligenza e la sua razionalità, che lo innalzavano ad un livello superiore rispetto alla natura circostante, erano considerate doni di un dio o doni di Dio perché potesse seguire la sua natura umana, obbedire alla natura delle cose (la legge naturale), entrare in rapporto armonico con l'essere universale, aderire umilmente ad una Verità e ad una Legge a lui superiori, il cui padrone non è l'uomo ma Dio (o gli dei).
Prometeo, però, non rimase incatenato in eterno, com'era nei piani di Zeus perché, dopo tremila anni, Eracle trafisse con una freccia l'aquila e liberò il titano, spezzandone le catene.
E' quanto successo in Europa con la rivoluzione luterana e protestante, con quella illuminista e con quella marxista che hanno rovesciato la visione del mondo, abolendo ogni autorità superiore all'individuo e divinizzando l'essere umano, chiamato a salvarsi da solo, senza intermediazione alcuna. E' la nascita dell'uomo moderno, che rifiuta di misurarsi sulle cose per farsi invece loro misura. L'intelligenza non è più lo strumento per indagare la realtà e il creato, ma per dominarla e ri-crearla. Nessuna legge superiore imbriglia più la volontà ("volere è potere") e tutto diventa lecito in quanto frutto di libertà.
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giovedì 26 maggio 2011
L'arresto di Strauss-Kahn e le sue successive dimissione dalla direzione del Fondo Monetario Internazionale hanno aperto la corsa alla successione. Dal dopoguerra ad oggi è stato in piedi un tacito accordo tra le potenze occidentali: all'Europa la massima poltrona del FMI, agli Stati Uniti quella della Banca Mondiale. E così il papabile successore di Strauss-Kahn sembra essere nuovamente un francese, o meglio una francese, Christine Lagarde, attuale ministro delle Finanze del governo Sarkozy: la sua nomina ufficiale dovrebbe arrivare durante i lavori del G8 che si è aperto oggi a Deauville.Ma le economie emergenti, i paesi del cosiddetto BRIC (acronimo per Brasile, Russia, India e Cina), si sono opposte ufficialmente a questa proposta di successione, sottoscrivendo un documento nel quale si chiede che la scelta non sia determinata dalla nazionalità. In poche parole, i nuovi protagonisti dell'economia e della finanza mondiale chiedono più spazio negli organismi di governo mondiale.
Probabilmente la loro richiesta cadrà nel vuoto, ma resta il segno di una crisi sempre maggiore della leadership statunitense ed occidentale.
D'altronde il FMI non gioca più, nel mondo, il ruolo decisivo dei decenni scorsi: già la Cina, e presto anche l'India, è impegnata a soccorrere le economie in crisi, prestando denaro e coprendo i debiti degli stati in bancarotta. E a partire da una serie di accordi siglati in Thailandia nel 2000, si sta costituendo in Asia un "Fondo Monetario Asiatico", alternativo al "Fondo Monetario Internazionale", nel qualei 10 paesi del sud est asiatico e le tre potenze di Cina, Giappone e Corea del Sud hanno già versato oltre cento miliardi di dollari, già disponibili (dal marzo 2010) per coprire eventuali situazioni di pericolo finanziario.
Una nuova falla si apre nel governo mondiale unipolare a guida U.S.A.
lunedì 23 maggio 2011
Il Fondo Monetario Internazionale è un istituto specializzato delle Nazione Unite, la cui funzione principale consiste nell’occuparsi degli Stati in crisi, distribuendo prestiti e programmi di risanamento economico.La concessione di un prestito è vincolata da una serie di riforme finanziare che lo Stato debitore è costretto ad applicare. Queste riforme si riassumono in una “ricetta” standard: abolizione del protezionismo; privatizzazione delle imprese pubbliche; taglio delle spese pubbliche finanziariamente non necessarie (scuola e sanità, ad esempio); aumento della pressione fiscale, per far fronte ai propri debiti.
Il F.M.I. si intromette nella politica interna dei Paesi al tracollo, trasformando la loro economia verso un liberismo assoluto, utile ai grandi investitori occidentali.
La situazione diviene paradossale, se si pensa che sono gli stessi grandi investitori ad avere la capacità di mandare uno Stato in bancarotta. Con questa ottica, il F.M.I. assume il ruolo di strumento di cui si serve la finanza internazionale per allineare alle proprie direttive i Paesi disobbedienti, con economie liberiste moderate (come Grecia ed Irlanda) o stataliste (come gli Stati post-comunisti dell’Est Europa).
Il Fondo Monetario Internazionale, con le sue imposizioni ultraliberiste, ha agito in modo che le crisi dei Paesi dove è intervenuto ricadessero sulle classi sociali più povere: la liberalizzazione del mercato del lavoro ha provocato forti riduzioni dei salari e la precarizzazione dei rapporti di lavoro; l’apertura dei mercati ad investirori esteri ha devastato le piccole imprese, gettando nella miseria quantità enormi di artigiani e piccoli proprietari terrieri; i tagli ai servizi pubblici hanno generato diminuzioni del livello della sanità pubblica, crisi delle agenzie di trasporti e peggioramento della pubblica istruzione.
Di fronte a tale barbarie, perde importanza lo “scandalo” della presunta violenza sessuale commessa da Dominique Strauss-Kahn, direttore generale del F.M.I. e fino all'altro giorno robabile candidato presidente del Partito Socialista Francese. Che abbia commesso o meno tale gesto, rimane la colpevolezza di aver provocato disastri sociali insanabili. Colpevolezza sua e di molti altri.
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