Lotta Europea

Lotta Europea

mercoledì 7 luglio 2010


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martedì 6 luglio 2010

L’Europa nella sua lunga storia ha visto stravolgere i suoi confini, i suoi popoli, i suoi stati e le sue razze. Immigrazioni esterne, ideologie e rivoluzioni hanno cambiato radicalmente i suoi sistemi politici, tanto da intaccare la sua stessa identità: quella di “contenitore” universale di tanti popoli, diversi nel loro particolare, ma uniti da una radice comune e dallo stesso modo di intendere la società e, in un certo senso, la vita.
L’esempio di Roma torna come sempre utile a comprendere questo aspetto della cultura europea. Durante l'Impero romano esisteva un universale, costituito dalla sua legge alla quale i popoli dovevano assoggettarsi, ma al contempo permaneva il “particolare”, cioè quegli usi, costumi, lingue e credenze diversi, propri delle varie comunità sottomesse. Il Pantheon ne è l’esempio per eccellenza: lì venivano riposti i culti di tutti i popoli dell’impero.
Caduta Roma, L’Europa dei Carolingi, degli Hohenstaufen, degli Svevia, degli Asburgo ripropose l’idea imperiale propriamente romana e, come nuovo collante, l’universalismo cristiano.
Come si è detto fu un cambiamento di mentalità a creare qualcosa di diverso. Già durante il medioevo iniziò quel processo di “individualismo collettivo” che portò alla nascita delle nazioni e più tardi all’assolutismo. Ciò che mutò fu proprio quello di cui si parlava all’inizio: da quel momento il “particolare” iniziò ad identificarsi come “universale”. Si irrigidirono i confini, si imposero le lingue (il francese ad es. è il dialetto parigino) e nacquero addirittura le chiese nazionali (gallicana, anglicana etc..).
Arrivando all’epoca moderna è chiaro come questo fattore disgregante fu cavalcato da chi, specialmente nel Risorgimento, aveva interesse che morissero quegli stati tradizionali, nemici giurati della massoneria. Per farla breve i nazionalismi hanno diviso, in modo irrevocabile, ciò che fu unito anche nella diversità, imposto un’identità particolare ai popoli sottomessi (l’Italia ne è l’esempio maggiore), appiattendo e molte volte non permettendo ciò che è la vera ricchezza dei popoli: i loro costumi, le loro lingue e le loro tradizioni.
Oggi, quando anche le identità nazionali faticano a sopravvivere, vi è una nuova necessità di ritorno alle tradizioni dei popoli europei: riconoscere le differenze e tutelarle sarà l’unico modo per combattere il nihil mondialista e ricreare un nuovo ordine europeo dove i popoli che esistono siano riconosciuti per quello che sono, dove questi popoli, fratelli perché figli, si riconoscano in un’origine e un destino comune, universale, chiamato EUROPA!
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martedì 29 giugno 2010

Il ministro della Giustizia Alfano, il ministro delle Infrastrutture Matteoli e il capo del dipartimento di Protezione Civile hanno annunciato il nuovo piano carceri, il dodicesimo in 24 mesi: 11 nuove carceri con 450 posti ciascuna e, nei penitenziarigià esistenti, 20 nuovi padiglioni da 250 posti letto per una spesa complessiva di 661 milioni di euro.
Neanche una parola sulla riforma delle pene. Neanche una parola sulla riforma del processo penale. Neanche una parola sulla custodia preventiva, usata sempre più spesso come arma intimidatoria per arrivare ad una confessione del sospettato. Solo l'annuncio di nuove carceri, una goccia nel mare: 9mila posti in più che aggiunti agli attuali 42mila fanno un totale di 51mila letti a fronte di una popolazione di 68130 detenuti. Per costruire questi nuovi istituti ci vorranno anni: come pensa il governo di fronteggiare il problema nel periodo d'attesa? Che farà mentre i detenuti continueranno ad aumentare nel tempo, e gli aumenti preventivati si dimostreranno ancora di più insufficienti?
Traduzione dell'annuncio governativo: tanti soldi pubblici da spendere, tanti appalti da commissionare e gestire, una bella torta da spartire, nessuna soluzione al problema, reale, del sovraffollamento delle carceri. In compenso qualcuno guadagnerà qualche soldino.
Intanto, tra il 27 e il 29 giugno, nelle celle italiane si sono contati altri 2 suicidi e altri 3 tentati suicidi.
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lunedì 21 giugno 2010

Oggi, 21 giugno, i primi camion carichi di beni civili, sono entrati a Gaza, dopo che il governo israeliano ha sollevato il blocco imposto finora. Una bella notizia.
Ma una bella notizia non può cancellare il ricordo dell'embargo imposto alla popolazione palestinese per tre lunghi anni, da quando Hamas ha preso il potere nella Striscia. Il ricordo di un blocco commerciale difeso anche con l'uso della forza e l'intervento dell'esercito, come accaduto poche settimane fa con l'assalto alla Freedom Flotilla, carica di aiuti umanitari. Un operazione militare, più che di polizia: abbordaggio in acque internazionali, uso della marina, 19 morti, arrestati trattati come prigionieri di guerra. Il ricordo del taglio al rifornimento di carubranti e degli ospedali arabi costretti all'uso di generatori elettrici di emergenza.
Una bella notizia non può nascondere i progetti messi in piedi per privare Gaza delle riserve di gas accertate nel 2000 dal Gruppo British Gas nell'off-shore palestinese (Gaza Marine): riserve per un volume di 40 miliardi di metri cubi, tali da soddisfare il fabbisogno della centrale elettrica di Gaza e del dissalatore marino e, al contempo, da conservare un ampio margine destinato all'export.
Una bella notizia non può cancellare l'infamia dell'operazione Piombo Fuso (2008): una campagna militare costata la vita a circa 1300 palestinesi, tra cui più di 900 civili (a fronte dei 10 soldati e 3 civili israeliani morti), nata per neutralizzare Hamas e il suo "pericolosissimo" lancio di razzi Qassam sulle città del sud di Israele, razzi che in otto anni (dal 2001) avevano fatto la bellezza di 15 morti. Un intervento militare condannato anche dall'ONU che ha accusato Tsahal diaver colpito deliberatamente obiettivi civili noti, e di non aver preso tutte le misure necessarie alla protezione di edifici e strutture: una condanna che, nella migliore tradizione onusiana, non avrà alcuna conseguenza penale (sono le parole del Segretario dell'ONU Ban Ki-Moon). Come sempre nessuno farà pagare ad Israele le sue colpe.
Una bella notizia non può nascondere l'ottantina di testate nucleari non dichiarate possedute da Israele, l'unico Paese del Vicino Oriente ad aver sviluppato la tecnologia dell'atomo. Come non può nascondere l'assenza della sua firma in calce al Trattato di Non Prolificazione: un'assenza che rende quantomeno ipocrita la richiesta di fine attività impetrata nei confronti di Teheran. Come non può cancellare l'uso del fosforo bianco e quello delle bombe a grappolo, bandite dalla comunità internazionale ma impiegate da Israele in Libano e a Gaza.
Una bella notizia non può far dimenticare gli accordi non rispettati, i territori occupati, le colonie in Cisgiordania, il divieto al ritorno dei profughi palestinesi nelle case abbandonate, l'erezione del muro di Gerusalemme, la volontà di riconoscere Gerusalemme come capitale indivisa dello stato di Israele, il controllo della politica palestinese mediante la delegittimazione di Hamas e il mancato riconoscimento della sua vittoria alle elezioni parlamentari del 2006.
Una bella notizia non può cancellare l'olocausto palestinese.
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martedì 15 giugno 2010

Il 27 giugno 1980 l'aereo di linea I-TIGI DC-9 Douglas della compagnia Itavia si squarciava in volo e precipitava in mare al largo dell'isola di Ustica, causando la morte di 81 passeggeri. Oggi, 15 giugno 2010, a quasi 30 anni di distanza, la Corte d'Appello di Palermo condanna lo Stato al pagamento di 1 milione e 240mila euro ai familiari delle vittime a titolo di risarcimento.
Un leggitimo e doveroso risarcimento in favore dei parenti dei morti, ma non basta. Non possiamo che chiedere ed esigere la verità su uno dei grandi misteri della nostra storia recente, su quello che appare sempre più come un vero e proprio atto di guerra. Aerei NATO e libici in volo nello spazio aereo italiano nel mezzo della crisi Washington-Tripoli, procedure di allerta ignorate, ritrovamenti di apparecchi dell'areonautica militare libica caduti a terra in data prossima o coincidente con quel maledetto 27 giugno, morti e suicidi sospetti di testimoni e persone informate dei fatti, depistaggi, telefonate anonime: la teoria del "semplice" incidente aereo non convince e non regge.
E con Ustica chiediamo luce e verità sulla Strage di Bologna del 2 agosto 1980, le cui piste, purtroppo poco battute dai magistrati, rimandano ancora una volta a Tripoli e si intrecciano con quelle dell'aereo DC-9 dell'Itavia, inabissatosi a largo dell'isola palermitana. Perché le tre condanne passate in giudicato con cui si è chiuso il processo per la bomba alla stazione (Fioravanti, Mambro e Ciavardini)chiedono Giustizia, perché il loro coinvolgimento contrasta qualsiasi logica, perché tre capri espiatori non possono e non devono costituire un risarcimento per i familiari delle vittime, perché gli inquirenti ci devono ancora dire quale sono i moventi e quali i mandanti.
Giustizia e verità su Ustica!
Giustizia e verità su Bologna!
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venerdì 11 giugno 2010

Si può essere allo stesso tempo democratici e pure massoni? È il quesito posto qualche mese fa da un esponente del Pd, il signor Ezio Gabrielli, ex assessore al Porto del comune di Ancona, che alla fine della scorsa estate aveva ammesso di essere un massone e “orgoglioso di esserlo”, e a cui la Commissione Nazionale di Garanzia del Partito Democratico dovrà dare una risposta nella prossima riunione.

Il pur complicato statuto del PD sull’argomento è invece chiarissimo: chiunque faccia parte di un’associazione segreta non può far parte del Pd. “La massoneria è una risorsa dell’Italia e anche del Pd. E voglio che questo sia scritto nello statuto”, ha dichiaratato Gabrielli: “la massoneria non è illegale e io ho promesso sulla costituzione e sulle leggi che mi impongono comportamenti rispettosi dei principi di uguaglianza di fronte alla legge e di imparzialità delle pubbliche istituzioni; sulla base dell’attuale formulazione del codice etico non esiste argomento tecnico giuridico che imponga la dichiarazione di incompatibilità e lo scrivente sul punto”, questa la sua difesa.

Ma quanti dirigenti, soprattutto nel centro Italia, perderebbero i Democratici se dovesse passare la mozione di Gabrielli?

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domenica 6 giugno 2010

Il signoraggio è attualmente una truffa finanziaria, perpetrata da parte di banche private ai danni dello Stato. Per comprendere il suo meccanismo, è necessario definire alcuni termini fondamentali.
Si definisce “signoraggio” il guadagno economico di chi crea la moneta.
Si definisce “valore intrinseco” il costo materiale della moneta.
Si definisce “valore nominale” il valore di scambio della moneta.
In passato, l’oro era il valore di riferimento e il materiale di produzione delle monete; l’autorità vigente (il Re, il Signore, lo Stato, a seconda dell’ordinamento politico) acquisiva lingotti d’oro e li trasformava in monete. Il valore nominale di una moneta corrispondeva al valore intrinseco aumentato di una piccola quota, per coprire i costi dell’emissione: per coniare una moneta del valore di 10g di oro (valore nominale), se ne usavano 9g (valore intrinseco) e vi era un guadagno pari ad 1g d’oro (signoraggio).
Con l’uso della banconota, a pari valore nominale, vi è un valore intrinseco estremamente più basso, che comporta un signoraggio smisurato.Nell’ultimo secolo, l’emissione delle monete è stata generalmente affidata alla banca centrale, di proprietà statale, di ogni nazione. Ciò non comporta alcuna truffa, poiché il guadagno è dello stato ai danni dello stato stesso, rientrando dunque nel ciclo economico interno di ogni paese.La privatizzazione delle banche centrali ha stravolto quest’equilibrio, creando una situazione paradossale: le banche private, arrogandosi un insensato diritto di proprietà della moneta, coniano banconote ad un valore intrinseco bassissimo, rivendendo le stesse allo stato, al prezzo del valore nominale. Per ogni banconota da 500€ ad esempio, vi è un guadagno di 499,80€ (differenza tra il valore nominale e il valore intrinseco di circa 20 centesimi); il numero di banconote in circolazione ci descrive le proporzioni colossali della truffa.
Le varie autorità democratiche, che amano riempirsi la bocca di parole che non gli appartengono, come “sovranità popolare”, dimostrano con il loro silenzio, la loro complicità all’avvento della “sovranità bancaria”, caratteristica della nostra epoca.
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martedì 1 giugno 2010

Che la Serbia rientri a pieno titolo nella cultura e nella civiltà europea e che ne costituisca una delle radici più profonde lo dimostra un solo dato: sono ben sedici gli imperatori romani nati in questa terra, al tempo divisa nelle diverse province Pannonia Inferiore, Mesia superiore, Dacia Ripense e Dacia Mediterranea. Da Aureliano, artefice nel 270 d.C. delle mura di Roma (le prime mura ddell'Urbe dopo quelle di età regia di Servio Tullio), a Probo (276-282), che per primo piantò la vite sui colli intorno a Belgrado, a Costantino il Grande, il primo imperatore cristiano e fondatore di Costantinopoli. A Belgrado si incontrano dunque tutte le culture fondanti dell'Europa: la romanità, la classicità greca (era il greco, d'altronde, la lingua comunemente parlata dai suoi abitanti) e il cristianesimo.
Pare che Federico I Barbarossa, attraversando la Serbia per compiere la I crociata, e sostando a Niš, fu ospite della corte di Belgrado dove stupefatto scoprì l'esistenza delle posate, quando lui ancora mangiava con le mani. Nel Medioevo e in età moderna la Serbia ha più volte costituito l'ultimo baluardo all'avanzata ottomana, sacrificando la propria migliore gioventù nel 1389, nel 1716 e poi ancora nel 1717.
Queste poche notizie non possono certo riassumere millenni di storia ma possono certamente inquadrare la Serbia al centro della cultura europea. Mentre la Ue continua a lasciarla alla porta, nello stesso momento in cui cerca nuovi partner ad Ankara.
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giovedì 27 maggio 2010

Domenica prossima, i cittadini del Kosovo settentrionale, a maggioranza serba, saranno chiamati alle urne per le elezioni municipali.
Ma i signori dell'Occidente, le anime pure della democrazia da esportare anche con le armi, non riconosceranno i risultati di queste votazioni. I paladini della libertà non riconoscerenna l'esito della sovranità popolare. Un voto irregolare e illegale secondo il governo di Pristina, che non intende collaborare con "istituzioni parallele": un ottimo esempio di dialogo tra i popoli. "La polizia kosovara non garantirà la sicurezza nei seggi" ha dichiarato il ministro dell'Interno del Kosovo. "Consideriamo le elezioni organizzate dalle autorità kosovare le uniche legittime", ha fatto eco Julia Reuter, portavoce del Rappresentante Speciale della UE.
Ma non è tutto: l'Eulex, la missione militare europea nella regione serba occupata, ha dichiarato che d'ora in avanti sarà vietata qualsiasi visita di delegazioni e politici serbi senza autorizzazione. E la neutralità delle truppe mandate sotto l'egida dell'ONU dove è finita?
"Uccidono un popolo. Dove? In Europa. Ci sono testimoni? Il mondo intero". Lo diceva Victor Hugo due secoli fa, lo possiamo ripetere oggi.
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sabato 22 maggio 2010

“Alme Sol, curru nitido diem qui promis et celas aliusque et idem nasceris, possis nihil urbe Roma visere maius!” (Sole divino, che sul cocchio luminoso dischiudi e nascondi il giorno sempre nuovo e uguale sorgi, e nulla maggior di Roma possa tu vedere!).

Il mondo non vide nulla più grande di Roma. Come fu possibile?

Bisogna andare alle origini di questo popolo per conoscere la sua forza, per comprendere la sua potenzialità politica. Già dagli albori l’uomo romano impostò la sua esistenza personale e sociale, assoggettandola ad alcuni principi.

In primo luogo, l’uomo ha bisogno, per vivere serenamente, di rapportarsi con altri, a lui simili (“l'uomo è un animale sociale. Le persone non sono fatte per vivere da sole”, Seneca); perché questo sia possibile c’è bisogno che limiti la sua azione e si faccia dunque carico dei doveri verso gli altri: i doveri, prima dei diritti, sono dunque il fulcro della vita sociale.

In secondo luogo, l’uomo romano era fonte del potere e quest’ultimo non era altro che il mezzo per regolare la vita di uomini di pari dignità: chi amministrava il potere era lo strumento, spersonalizzato, degli dei e degli uomini, il cui scopo era di garantire il bene comune. Non sudditi-schiavi di un semidio come nelle civiltà mediorientali, ma cittadini liberi che autodeterminavano il potere e vi si assoggettavano.

In terzo luogo, l’uomo romano deve percorrere la via delle virtutes: queste erano le qualità che doveva coltivare nella costante elevazione dallo stato di animale a quello degli honores. Onestà, verità, serietà, tenacia, semplicità, coraggio, fedeltà alla divinità e al proprio popolo (“erga deos et homines pietas”, Virgilio): era questa l’educazione della tradizione dei padri (mos maiorum).

In poche parole, Roma fu un sistema di uomini liberi, cresciuti dalle virtù, il cui compito nella storia fu quello di portare ai popoli la civiltà e pacificarli con la legge.
L’Europa che per secoli ha tentato di ricostruirsi romana, deve, oggi più che mai, ritrovare Roma, ridare ordine ad un mondo ormai decaduto, pacificare con la sua civiltà.

Siate europei, siate romani. Il nostro giorno verrà!

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lunedì 17 maggio 2010

Nello scorso intervento abbiamo esaminato il potere assoluto e senza regole delle agenzie di rating: un potere che ha mostrato bene il suo volto in questi giorni di crisi ateniese, quando le Borse europee salivano e scendevano sulla scia delle dichiarazioni effettuate riguardo i conti pubblici di Grecia, Spagna, Portogallo e Italia.
Come fronteggiare questo strapotere?
Con un'agenzia di rating europea, indipendente, che dia valutazioni oggettive sullo stato dei conti di banche, imprese e nazioni, il cui operato non sia influenzato dal mercato e dai grandi gruppi finanziari.
Un'agenzia che ristabilisca il primato del bene comune su quello privato, del popolo sugli oligarchi.
Un'agenzia che ristabilisca il primato della politica sull'economia e sulla finanza.
Un'agenzia che ribadisca l'indipendenza dell'Europa da qualsiasi intereferenza proveniente da oltreoceano.

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mercoledì 12 maggio 2010

Nome: Standard & Poor's, Moody's e Fitch.
Nate: Stati Uniti, un secolo fa.
Professione: agenzie di rating.
Cioè, per definizione, giudicano e danno voti a imprese, banche, stati, comuni:in breve, a chiunque voglia emettere pezzi di carta con i quali cedere una quota della sua proprietà (le azioni), oppure contrarre debiti impegnandosi a pagare gli interessi e restituire entro una certa data i prestiti (le obbligazioni). Chi acquista questi titoli (azioni e obbligazioni) vuole sapere quanto vale il debitore, vuole conoscere la sua solidità patrimoniale, la sua serietà negli affari, la sua capacità di restituire il denaro, in poche parole la sua affidabilità: le agenzie di rating studiano tutti questi parametri e li rendono comprensibili, riassumendoli in voti e pagelle (AAA è il massimo cui aspirare, NR, ossia Not Rated, il minimo dei minimi).
Una cosa è certa: con le loro valutazioni orientano e determinano le scelte dei mercati finanziari, con un conseguente forte e, per certi versi, incondizionato potere di controllo sulle economie e le finanze degli stati.
Come se ciò non bastasse, il loro operato è, in più punti, tutt'altro trasparente.
Può, infatti, essere obiettivo e imparziale un giudizio, se l'esaminando stipendia l'esaminatore? Eppure nel caso delle agenzie di rating, accade proprio questo: chi paga i loro report non è l'investitore (che vuole conoscere i dati), ma proprio il soggetto che emette il titolo e che è sottoposto all'analisi dei propri conti. E così si spiega perché agenzie di rating tacevano quando le banche si riempivano di titoli spazzatura, oltretutto non messi a bilancio, oppure quando assegnavano un voto AAA a Credit Suisse, la quale investiva su derivati che la portavano ad avere perdite di 125 milioni di dollari.
Un ultimo particolare: a chi appartengono queste agenzie? Risposta a questo punto quasi scontata: agli stessi operatori finanziari controllati. Due esempi: Standard & Poor's è un colosso controllato dal gruppo editoriale McGraw Hill, di cui è azionista di maggioranza Warren Buffet, società leader nel settore dei fondi di investimento; Fitch, invece, è della francese Fimalac che sul proprio sito internet si definisce un "gruppo internazionale di servizi finanziari".
Le tre maggiori agenzie di rating hanno ormai un potere immenso, superiore, nella pratica, a quello delle banche centrali o del Fondo Monetario Internazionale: è per questo che abbiamo voluto raccontare chi sono e, in un prossimo articolo, fra 5 giorni, vedremo se non sarà il caso di riformarle davvero.
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venerdì 7 maggio 2010

Mentre le Borse europee calano in seguito al declassamento della Grecia da parte delle agenzie di rating (vale a dire società, come la Standard &Poor’s che letteralmente danno i voti a titoli obbligazionari e imprese in base al rischio di investimento), Wall Street, pur tra alti e bassi, è, da due mesi a questa parte, in attivo. E la Federal Reserve, la banca centrale statunitense, conferma la propria politica monetaria estremamente espansiva, ritenendo evidentemente ininfluenti le future ricadute negative di un’eventuale bancarotta di Atene.
Una crisi del debito di portata europea non può che rallegrare gli operatori finanziari americani: essa infatti spingerà inevitabilmente i capitali europei a lasciare il Vecchio Continente e a ripararsi nei più sicuri mercati di oltre oceano.
Ma non è tutto. In un momento in cui si mette in discussione perfino il progetto originario della moneta unica europea, il dollaro non può che rafforzarsi: certo, questo significherà meno esportazione in Europa, ma coloro che detengono ricchezze in euro, convertiranno ben presto il proprio capitale in dollari, frustando le aspirazioni dell’euro a divenire la moneta di riferimento nelle transazioni internazionali.
E l’altra potenza mondiale, la Cina, guadagna o perde dalla crisi di Atene? La risposta è presto detta: lo spettro di futuri default metterà a tacere le pressanti richieste sulle autorità di Pechino di rivalutare lo Yuan. E intanto le banche cinesi cedono le proprie quote del debito di Grecia, Irlanda, Italia e Portogallo.
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domenica 2 maggio 2010

Teramo, 27 aprile: Gianluca Protino si è tolto la vita intorno alle 7,30 nel carcere cittadino, impiccandosi con i lacci delle scarpe, che usualmente vengono tolti a chi sta in galera (ma nessuno li aveva tolti a lui, che pure era nel reparto di Alta Sicurezza). Era in attesa di giudizio. È il 19esimo suicida nelle carceri dall’inizio del 2010.

Perché tutti questi suicidi? Quale è la situazione delle carceri italiane? Di certo non si può esaurire l’argomento in queste poche righe, ma qualche numero è possibile e doveroso fornirlo.

Nella penisola ci sono 206 strutture carcerarie, con 43000 posti letto regolamentari per 67452 detenuti (di cui una metà circa in attesa di giustizia, quindi, a rigor di logica e a rigor di legge, INNOCENTI): altri 400 ordini di carcerazione e si raggiungerà anche quota 6800 uomini, ossia quella delle persone che si stimano possano essere stipate nelle celle, sacrificando le condizioni di vita dei detenuti. Giorni o al massimo mesi e non sarà più possibile arrestare. Non sarà più possibile condannare. Non sarà più possibile eseguire ordini di custodia cautelare. I delinquenti, anche qualora fossero acciuffati, andrebbero liberati e soprattutto non sarebbero reclusi nelle patrie galere. Il fallimento dello stato democratico, un incubo per le anime belle di questo paese.

La situazione è oggettivamente gravissima. Grave è il rischio della saturazione del sistema carcerario e l’impossibilità di punire i colpevoli di orrendi reati. Altrettanto grave (o forse ancor più grave) è il fatto che esseri umani vengano stipati nelle strutture carcerarie, oltretutto strutture vecchie e fatiscenti.

E non basta più emanare un “piano carcere”, non bastano più i provvedimenti emergenziali. Bisogna scarcerare. Scarcerare, non vi è altra possibilità. Scarcerare, con razionalità, ma scarcerare.

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martedì 27 aprile 2010

Nei giorni scorsi da tutti i media, italiani e internazionali, si sono alzati solo applausi e complimenti per Sergio Marchionne e il suo piano di ristrutturazione della FIAT: 700 milioni di investimento e trasferimento della produzione della nuova Panda nello stabilimento di Pomigliano.
Fin qui notizie positive, se non per un piccolo, grande dettaglio: la manovra è subordinata alla concessione, da parte dei sindacati e degli operai, di diciotto turni settimanali e di maggiore flessibilità. Peccato che nella fabbrica campana si lavori già anche la domenica mattina...
Apparentemente, i numeri stanno dalla parte di Marchionne: nel 2009, i 21900 dipendenti italiani hanno prodotto 600mila vetture, nello stesso tempo in cui i 6500 operai polacchi dello stabilimento di Tichy producevano 605mila veicoli (Panda, 500 e, per conto della Ford, Ka). Ma cosa nascondono in realtà queste cifre?
In Polonia si lavora su tre turni per 6 giorni alla settimana, solo una parte dei lavoratori è assunto con contratto a tempo indeterminato, lo stipendio medio si aggira sui 400/500 € mensili. In Brasile le cose vanno ancora peggio: a Betim, i 12300 operai (il numero è frutto di una media, dato che varia in continuazione per le entrate e le uscite di lavoratori secondo l'andamento della domanda) hanno prodotto, sempre nel 2009, ben 736mila veicoli, lavorando 44 ore alla ssettimana, per 850 € mensili (neanche 5 € all'ora). A Krgujevac, in Serbia, nel 2011, secondo i programmi, 2500 operai produranno 200mila macchine, per 400 € a mese.
Sono questi i frutti della delocalizzazione delle industrie.
Sono questi gli standard salariali che si vogliono importare in Italia?
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giovedì 22 aprile 2010

Kirghizistan, una rivolta di piazza abbatte il governo di Bakiev, mettendo fine all’amministrazione che prese il potere grazie alla rivoluzione dei tulipani nel 2005, consegnando il potere all’opposizione.
Fin qui una buona notizia, se non fosse che Roza Otunbaieva, leader dell’opposizione e ora capo del governo provvisorio, ha frettolosamente dichiarato che la base U.S.A. di Manas, nevralgica per le operazioni in Afghanistan, resterà aperta e operativa. Si tratta, dunque, di un cambiamento di assetto di potere, del quale gli Usa non dovranno avere paura. Perché mai?
Il Kirghizistan è uno degli stati protagonisti delle tanto acclamate dai media internazionali “rivoluzioni colorate” le quali, grazie al supporto economico e logistico occidentale, attuarono un cambiamento di rotta in tutti quei paesi appartenenti all’orbita russa e stranamente crocevia delle risorse energetiche dell’Asia centrale, ora convinti sostenitori del fronte occidentale e della libertà, tanto da aver già svenduto e privatizzato ogni tipo di risorsa statale alla finanza internazionale. Georgia, Ucraina, Bielorussia, Azerbaigian, Mongolia, Kirghizistan, furono quindi il tentativo americano (in alcuni casi non riuscito) di fare terra bruciata intorno alla Russia, ormai pericolosamente liberata dal cappio del debito internazionale, comprando, con il contributo del filantropo George Soros e dei media internazionali, il consenso delle popolazioni intorno a questi nuovi leader, ancora più corrotti dei precedenti dittatorelli, nonché della comunità internazionale, schierata compatta a favore di queste nazioni in lotta per la “democrazia”.
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sabato 17 aprile 2010

Si sente parlare spesso di radici europee, di origini comuni, di cultura europea, ma in cosa consiste tutto questo? Cosa c’è realmente di simile, di comune tra i diversi popoli europei? È solo di uno spazio geografico che si parla?
Nel dna di questi popoli è inscritto un modello che trascende i confini, supera le frontiere. Tra il IV e il II millennio a.C. il continente europeo fu invaso a ondate da un popolo guerriero, gli indoeuropei, che si stanziò sovrapponendosi alle popolazioni autoctone. Sebbene si diversificarono in famiglie diverse (Celti, greci, ittiti, etc.), essi conservarono lo stesso modello di società, il quale fu l’origine della stabilità e della grandezza della civiltà europea.
Organizzarono la società in tre funzioni differenti e autonome (società tripartita): una parte economica e produttiva, una parte spirituale e intellettuale, una parte guerriera e politica. Le comunità erano l’insieme delle famiglie allargate, rette da un’organizzazione di tipo patriarcale, governate, perché popoli guerrieri, da un’aristocrazia di combattenti (dal áristos "Migliori" e krátos, "Potere"). Un sistema gerarchico, ordinato, meritocratico, dove la politica e il potere rispondevano alla morale (diritto naturale), dove gli interessi economici e la politica non si mischiavano, come restavano divisi politica e religione. E' questo che ci rende simili e partecipi della stessa civiltà, prima di lingua e razza.
Ed è da questo modello che dovremo ripartire, ricordando la nostra identità, riprendendo le redini del nostro destino, liberandoci dal giogo mondialista!
Perché il mondo ha bisogno di pace, il mondo ha bisogno d’Europa!
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lunedì 12 aprile 2010

Qualsiasi organismo terrestre, dal più semplice al più complesso, ha bisogno di quel composto chimico chiamato acqua. Di questa verità alcuni non sembrano convinti.
I governi d’Europa, compreso quello italiano, stanno cercando di privatizzare l’acqua con delle leggi “ad hoc”, come l’art. 15 del d. l. 135/09 nel caso italiano. A sollecitare la “filosofia” dell’acqua privata sono le multinazionali e le élites capitalistiche che imperversano nei mercati mondiali per mezzo degli organismi sovranazionali e dei politici, loro zelanti servi. Primo tra tutti il filantropico Fondo Monetario Internazionale, che per un periodo ha elargito prestiti a condizione che alcuni paesi si conformassero a programmi di aggiustamento strutturale, inclusa la privatizzazione delle risorse idriche.
L’episodio più famoso è accaduto a Cochabamba in Bolivia, dove fu privatizzata anche l’acqua piovana e venne punito chi tentava di raccoglierla. Moltissimi boliviani non potendo sostenere la spesa per avere l’acqua erano costretti a fare inutili sacrifici. Tuttavia il popolo è sceso in piazza assediando la città e ha vinto. Vittoria, quella di Cochabamba, che è costata 6 morti e numerosi feriti. Lo stesso scenario si potrebbe benissimo presentare da un giorno all’altro anche nella nostra Europa. Infatti è stata approvata una Dichiarazione Ministeriale dalla Commissione mondiale dell’acqua che sancisce la vittoria della concezione di acqua come bene di mercato e non come diritto primario e inalienabile degli uomini. Secondo sempre l’alquanto discutibile “dichiarazione”, l’acqua deve avere un prezzo di mercato calcolato e definito sul costo totale di produzione.
L’acqua è un bene primario della vita e ridurla a merce di consumo è tipico del sistema capitalista, il quale sacrifica il diritto naturale e la giustizia all’altare del libero mercato.
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mercoledì 7 aprile 2010


Il mese scorso, gli Stati Uniti, tramite l’Ufficio per il Controllo degli Asset Stranieri (un comparto strategico del dipartimento del Tesoro), hanno annunciato alcune eccezioni per l’esportazione di servizi americani verso Iran, Cuba e Sudan, paesi sottoposti a embargo: la deroga riguarda le esportazioni di “alcuni servizi e software inerenti alla comunicazione personale su Internet”, vale a dire social network, chat, servizi e-mail, blog, siti per la condivisione di immagini e quant’altro. E che non si tratti di solo business, ma di una decisione del tutto strategica, lo dimostra il fatto che la deroga è limitata ai soli servizi gratuiti.

“Un profondo impegno dell’Amministrazione nell’estendere i diritti universali a tutti i cittadini del mondo”, secondo Neal Wolin, numero due del Tesoro, ma anche una decisione ricca di implicazioni politiche: come si legge esplicitamente nel testo del provvedimento, le comunicazioni personali nell’era digitale sono “strumenti vitali per il cambiamento”, e il potere di disporre qualche falla nelle dighe commerciali è “necessario per l’interesse nazionale degli Stati Uniti”.

Con questo provvedimento agli Stati Uniti si aprono le porte per raggiungere le popolazioni dei tre Paesi, “stati canaglia” e “sanguinose dittature”, e, magari, sostenerne l’opposizione e la resistenza al governo oppressore. Una prassi ben sperimentata nell’estate scorsa a Teheran, quando, nel caos del dopo elezioni, i racconti e le immagini delle manifestazioni anti-governative fecero il giro del mondo, eludendo la censura e finendo su Twitter.
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venerdì 2 aprile 2010

L'Occidente non esiste: esso è un amalgama eterogeneo di Paesi, i cui confini non sono segnati né dalla geografia né dalla storia, ma variano nel tempo in base all'ideologia liberal-capitalista e alla geopolitica filo-statunitense dei suoi componenti. Da Ovest ad Est sono Occidente, insieme agli U.S.A., il Canada, l'Europa, la Turchia, Israele, il Giappone, l'Australia, la Nuova Zelanda. In questo elenco, come in alcuni giochi da Settimana Enigmistica, c'è un intruso: quale? La risposta è facile, l'Europa. Ma di quale Europa stiamo parlando?
L'idea di Occidente come comunità di valori si consolida a partire dal dopoguerra: da una parte la N.A.T.O., dall'altra la Russia e il Patto di Varsavia. Due mondi contrapposti e fra loro in guerra (per quanto fredda), il cui confine tagliava l'Europa a metà. A partire dal 1989, con la caduta del Muro di Berlino e la disgregazione dell'U.R.S.S., l'Occidente, a suon di rivoluzioni colorate, ha spinto le proprie frontiere sempre più ad Est. L'Europa ha finito così per perdere la coscienza della propria identità, sostituita da quella di Europa Occidentale. E da qui la nascita dell'Unione Europea, una creatura amorfa che propone l'ingresso alla Turchia, ma continua a considerare altro da sé Mosca, la terza Roma.
Finché l'Europa non riacquisterà coscienza della propria specifica civiltà, della propria unità dalle Colonne d'Ercole agli Urali, della propria alterità rispetto al modello statunitense, finché non si libererà del giogo della N.A.T.O., finché non si doterà di una propria geopolitica comunitaria e indipendente, finché non integrerà nel proprio sistema politico-economico la Russia, non potrà svolgere nel mondo il ruolo di guida e di modello di giustizia che la Storia le ha consegnato.
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